Le esigenze derivanti dai problemi di budget, le lezioni imparate dai conflitti decennali in Iraq e Afghanistan e le nuove dottrine elaborate dall’Amministrazione Obama, hanno condotto gli strateghi americani a ripensare pesantemente il modo in cui organizzare le forze e/o dispiegarle intorno al globo. Cosa verrà dopo?

TREND ATTUALE

Concretamente due sono le tendenze primarie che emergono dagli elementi suddetti; tendenze che più o meno corrispondono alla diatribe esistenti all’interno dell’establishment intellettuale delle Forze Armate statunitensi, in particolar modo tra coloro i quali sostengono che il Paese debba ritornare ad occuparsi quasi esclusivamente di conflitti ad alta intensità, attuando una strategia di lungo periodo votata al contenimento dei maggiori avversari. Dall’altro lato, c’è chi afferma l’importanza di coltivare ampie capacità contro-insurrezionali e di guerra ibrida (ne abbiamo pubblicato un interessante approfondimento), fondamentali in uno scenario internazionale come quello attuale, segnato da incertezza e instabilità sistemica.

I TRADIZIONALISTI

Per quanto riguarda la prima categoria il dibattito si concentra attorno alla necessità di rimodulare le forze, specialmente quelle terrestri (Esercito e Corpo dei Marines), per prepararle agli eventuali scontri con nazioni dotate di media capacità militare, ovvero paesi come la Repubblica Islamica dell’Iran e la Corea del Nord che, pur non godendo di tattiche, mezzi e addestramento paragonabile a quello americano, potrebbero impensierire e creare delle difficoltà a una forza che da anni non si dedica in modo assoluto alle operazioni ad armi combinate, cioè l’integrazione sul campo di battaglia delle branche di fanteria, artiglieria e mezzi corazzati.

In particolar modo con quest’ultimo punto menzionato non ci si spinge a sostenere che le due suddette componenti terrestri abbiano lasciato atrofizzare la tipica modalità di combattimento, ma che ne abbiano sostanzialmente modificato l’impiego. Per illustrare meglio la situazione basti ricordare come nel momento di passaggio a una vera e propria dottrina contro-insurrezionale in Iraq, alcune unità d’artiglieria o corazzate abbiano visto sostituiti i loro mezzi originali con quelli tradizionalmente in dotazione alle unità di fanteria leggera, così come in Afghanistan solo verso il 2010-‘11 vennero schierati dal Corpo dei Marine dei mezzi corazzati (sebbene in numero limitato). Ciò a fronte di un ambiente permissivo rispetto a quello affrontabile nel caso di conflitto con avversari meglio equipaggiati.

Per ciò che attiene al Corpo dei Marine vale un discorso particolare. Data la natura specifica che rende il Corpo l’arma principale di proiezione mondiale attraverso i mari della forza militare statunitense, sono necessari mezzi (navi, “cuscini da sbarco”, elicotteri, etc.) in grado di svolgere questa funzione in un contesto sempre più complesso. Senza di essi (pensiamo alla cancellazione dell’EFV, ossia un veicolo da combattimento in grado di trasportare le forze anfibie dalle navi da sbarco alle spiagge e oltre) o con un numero molto ridotto di navi la situazione potrebbe divenire problematica, portando alla perdita di funzione del servizio in questione. Su questo punto il dibattito è piuttosto vivo, in quanto la Marina dispone attualmente di 31 navi anfibie che tuttavia causa le notevoli richieste operative in tutto il globo sono considerate insufficienti.

L’obiettivo degli Stati Maggiori e del Pentagono si situa attorno al numero di 38, raggiungibili però solamente verso la fine della nuova decade, in ragione dei tempi di costruzione nonché del budget per la Difesa, che in questi ultimi anni è stato limitato (seppur altissimo rispetto agli altri nove paesi della top ten delle spese militari).

I teorici di tale gruppo, guidati sostanzialmente dai numerosi studiosi che ritengono eccessivo il peso assegnato all’area mediorientale (l’ex Segretario alla Difesa Robert Gates o lo storico Andrew J. Bacevich Sr, per esempio) o fuorvianti le strategie operative adottate (il Colonnello Gian P. Gentile), sono allineati alla strategia di focalizzazione sull’Asia-Pacifico, posta in essere dall’ex Presidente Obama.

Questa dottrina, conosciuta come AirSea Battle, prevede un collegamento stretto tra U.S. Air Force e U.S. Navy nel contesto dell’oceano Pacifico, e ricalca il famoso concetto dell’AirLand Battle emerso negli anni ’80 per una maggiore integrazione tra l’Esercito e l’Aviazione sui cieli e nei territori dell’Europa continentale, da utilizzarsi in caso di guerra con le forze del Patto di Varsavia. Essendo però passati una trentina di anni dalla formulazione di queste strategie – con relativi mutamenti tecnologici e rapporti di forza nell’arena internazionale – sono emerse nel tempo alcune critiche sulla sostenibilità e sull’efficacia di tale dottrina.

La critica maggiore si concentra attorno alla sostenibilità di tale concetto operativo se applicato nei confronti della Cina, che è evidentemente il principale avversario verso cui questa strategia si rivolge. La Cina, durante questi anni, ha concentrato avanzate infrastrutture lungo le coste dei mari che la bagnano: sistemi missilistici da crociera e difese antiaeree multistrato in grado di colpire eventuali navi e velivoli nemici in avvicinamento. Conseguentemente gli Stati Uniti correrebbero dei grandissimi rischi a dispiegare in loco le costose portaerei, che si troverebbero a tiro delle salve avversarie proprio a causa dello scarso raggio d’azione di un aereo da combattimento assai tecnologico ma piuttosto legato alla disponibilità di infrastrutture avanzate per la manutenzione come l’F35 (per intenderci, gli F35 probabilmente non verrebbero individuati dai sistemi radar cinesi, mentre la portaerei su cui sono posteggiati sì).

Dottrine militari Trump

Ufficiali dei Marine supervisionano un F-35B / Photo: US Marine Corps

Anche per ciò che attiene al già operativo F22 Raptor (uno dei migliori, se non il migliore, caccia mai costruito) si avrebbe qualche problema: le basi giapponesi e coreane in grado di ospitarlo sarebbero infatti vulnerabili al raggio d’azione dei missili cinesi. Per queste motivazioni si è tentato di integrare la dottrina AirSea Battle con l’utilizzo di droni, mezzi per la guerra elettronica – come appunto l’F35 –  e missili da crociera capaci di accecare e devastare le difese antiaeree cinesi nelle prime fasi di un’eventuale conflitto; solo in una seconda fase vi sarebbe un massiccio utilizzo di mezzi tradizionali d’assalto.

GLI “IRREGOLARI”

La seconda grande corrente di pensiero è costituita da coloro che sino a qualche anno fa si sarebbero definiti i figli del “re” indiscusso della dottrina contro-insurrezionale (segnaliamo un interessante articolo della rivista americana The Atlantic sul tema), quel Generale David Howell Petraeus che ha guidato lo sforzo americano in Iraq ed Afghanistan (soprattutto il primo, per la verità) nei periodi più bui e complessi di entrambi i conflitti.

Con la chiusura totale e/o parziale di queste esperienze, il risultato piuttosto ambiguo ottenuto, il costo materiale, umano e morale e l’uscita di scena del padre putativo delle teorie per via di uno scandalo poco attinente alle tattiche militari, le tattiche COIN (da counter-insurgency) sono tornate in secondo piano tra i circoli legati alla sicurezza nazionale.

L’eredità dei “coindinisti” (come sono chiamati forse in maniera un po’ vezzeggiativa i sostenitori di tali teorie) è assolutamente imprescindibile all’interno delle istituzioni educative delle Forze Armate (e non solo), data l’instabilità mondiale e l’evidente mutamento delle dinamiche dei conflitti. Dimenticare nuovamente, come accaduto dopo il conflitto vietnamita, le lezioni apprese nel corso degli anni sarebbe un delitto capitale, e ciò viene riconosciuto anche da coloro i quali non sono grandi sostenitori di tale filone di pensiero.

I nuovi interpreti di queste dottrine saranno le Forze Speciali, la “punta di lancia” delle unità messe in campo negli ultimi anni.

A questo punto i nuovi interpreti di queste dottrine saranno le forze per operazioni speciali, la “punta di lancia” delle unità messe in campo negli ultimi anni. Questo è ampiamente dimostrato dal fatto che in un budget sempre minore il SOCOM ovvero il Comando unificato che sovrintende le divisioni SOF (Special Operation Forces), ha mantenuto la stessa quota di finanziamento per ricerca ed equipaggiamento, ha aumentato il budget complessivo e si è posto l’obiettivo in controtendenza di espandere il numero degli uomini facenti parte delle diverse forze componenti.

source: National Defense Industrial Association

Conseguentemente si può supporre che le Forze Speciali avranno maggiori responsabilità e autonomia, e non si occuperanno solo di facilitare i compiti delle unità convenzionali in caso di conflitto. Le Forze Speciali hanno sempre avuto lo scopo di interagire con unità militari o paramilitari locali, occupandosi del loro addestramento, nonché preparare il terreno per l’arrivo di formazioni convenzionali.

Tuttavia va rilevato come molti all’interno dell’establishment militare, ma anche nelle Commissioni Forze Armate del Senato e della Camera dei Rappresentanti, abbiano questionato tale approccio. In un’audizione del 2014 con l’allora comandante del SOCOM, l’Ammiraglio William McRaven – già a capo dell’operazione in cui venne eliminato Osama Bin Laden – i senatori si opposero all’implementazione di un suo piano operativo che prevedeva il dislocamento di Forze Speciali nell’area di responsabilità dei vari comandi unificati, a cui sarebbe dovuta venir concessa libertà d’azione e flessibilità maggiore rispetto a quelle dell’Esercito, della Marina, dell’Aviazione e del Corpo dei Marines. In tal modo si sarebbe “spezzata” la tradizionale catena di comando, fatto che condusse i generali e gli ammiragli a storcere il naso.

A tali obiezioni si rispose con la contro-argomentazione che sì, si sarebbe rovesciata la gerarchia militare – sebbene sia fisiologico per le SOF essere meno rigide rispetto alle unità convenzionali, proprio in virtù della specifica necessità di agire in autonomia, lontane dalle unità di comando e con tempistiche assai ridotte – ma che per far fronte alle minacce emergenti sia diventato necessario un approccio più incentrato sulla rapidità ed efficacia delle decisioni.

Un membro delle Forze Speciali U.S. Navy SEALs / photo: Billy Waugh

DECISIONI

Come tale diatriba intellettuale si concluderà è ancora tutto da capire: quello che è certo è che ci saranno notevoli implicazioni strategiche, politiche, economiche, oltre che ovviamente militari, a seconda della scelta effettuata. Quanto affermato lungo tutto quest’articolo dovrà anche “confrontarsi” con l’uragano proveniente dal nuovo Presidente, quel Donald Trump che in diverse occasioni ha sostenuto (tra molti sopraccigli alzati) di conoscere meglio la situazione strategica, operativa e tattica dei suoi generali, senza dimenticare la promessa di espandere il numero di mezzi e uomini di cui le Forze Armate saranno dotate (non illustrando, per la verità, con quale budget intenderà far quanto promesso).

L’esito più probabile, in ogni caso, è che alla fine anche grazie al nuovo Segretario alla Difesa, quel James Mattis, già Generale del Corpo dei Marines e probabilmente vero se non unico faro intellettuale della nuova Amministrazione, non sarà sposato un approccio a scapito di un altro, ma si cercherà di bilanciare entrambi proprio perché l’unico fattore costante e indubbiamente sempre valido è che la guerra di domani non sarà strutturata così come quella che si vorrebbe combattere o che si è combattuta fino a ieri.

di Luca Bettinelli
Redazione
Leave a replyComments (0)

Lascia un commento