Alla vigilia delle elezioni europee, le forze europeiste fanno quadrato ad Aquisgrana compattandosi attorno al suo asse franco-tedesco. Il clima è teso, paragonabile allo stato d’assedio, di fronte all’orda sovranista e populista e l’obiettivo dichiarato è resistere.

Eppure un’Europa rinchiusa in sé stessa che prosegue a trazione franco-tedesca, perfetta per risolvere le problematiche sorte prima, durante e dopo i due conflitti mondiali, che garanzie potrà mai dare alle sfide del XXI Secolo di fronte a potenze di dimensioni realmente continentali?  


Il primo nucleo dell’Europa (pan)federale si costituì da sei stati: Francia, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Germania Occidentale ed Italia. In molti non hanno potuto fare a meno di notare che i territori di questi stati coincidevano alla perfezione con l’Impero Carolingio di Carlo Magno, considerato come il Padre Fondatore dell’Europa. Scherzi della storia? Forse, ma è innegabile che questa fascia di terra estesa dalle sponde del Mare del Nord fino alla Sicilia abbia costituito il cuore dell’Europa, almeno come percezione.

Se fino a pochi anni fa c’era chi arrivava a dubitare che la grande piattaforma di cultura slava a oriente del continente e le isole britanniche potessero essere considerate componenti europee a tutti gli effetti, (la colpa) sta proprio nella forza di gravitazione che il perno Rotterdam-Palermo (per alcuni, Genova) ha costituito nel corso della storia.

Al netto delle speculazioni, occorre comunque riconoscere che il progetto contemporaneo di un’Europa unita è nata sulla scia di sangue delle due grandi guerre mondiali, conflitti generati dagli attriti che percorrevano proprio questa dorsale e vedevano contrapposte le due grandi aree dominanti del continente: quella francese, e quella tedesca.

Ciò che i padri fondatori dell’Europa Unita compresero fin da subito è che per dar vita anche solo alla speranza di un continente unito e pacificato la prima, imprescindibile, condizione era ricucire quella ferita che puntualmente trascinava il continente nella guerra.

C’è una ragione profonda per cui le capitali attuali europee sono rispettivamente Bruxelles e Strasburgo, città a cavallo delle due aree e simbolo dei conflitti, dei morti e delle speranze sorte dalle macerie di non dover più prendere parte a guerre così devastanti.

Non per caso l’Europa di oggi è nata nel momento in cui Francia e Germania realizzarono che non valeva la pena distruggersi a vicenda per il possesso dei ricchi giacimenti di carbone e metalli nelle zone percorse dal Reno dando così vita, assieme agli stati sopra citati, alla Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio nel 1951.

Firma del Trattato di Parigi. 23 Luglio 1952

Tuttavia per arrivare a quella fatidica firma a Parigi da parte dei capi di stato di quella fetta d’Europa ci volle un lavoro straordinario di intellettuali, politici e visionari. Un lavoro portato avanti anche nei momenti più oscuri, quando nessuno poteva anche solo immaginare un continente prospero, libero e unito.

In un punto dimenticato di questa dorsale verticale europea Mare del Nord-Mar Mediterraneo, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni scrissero di questa Europa nel momento in cui le armate nazi-fasciste occupavano la quasi totalità del continente. E mentre Hitler accarezzava il suo sogno di un continente unito grazie alla forza della sua Wehrmacht, questo trio di perseguitati politici liberali e socialisti non aveva altro che i fogli e le penne concessi loro dai carcerieri a Ventotene. Il Manifesto di Ventotene non fu il primo appello a un’Europa unita. Nel XX Secolo c’erano già stati sogni di un’Europa tecnocratica, da parte di quello stesso piano Kalergi noto per costituire la bibbia dei complottisti di estrema destra che ad oggi urlano al genocidio bianco. Trozsky sognava un’Europa affrancata dal capitalismo e, come accennato poco sopra, la macchina della propaganda nazista in più occasione fece appello all’unità dei popoli europei contro invasori esterni, bolscevichi da Est e atlantici da Ovest.

Confinati politici sull’isola di Ventotene tra il 1930-1940. Sotto Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e altri a Ventotene Credit to: Centro Studi Piero Gobetti (Torino)

Ventotene tuttavia fu il primo manifesto a illustrare il progetto non di un’Europa architettata dall’alto, ma costruita mattone per mattone dai suoi stessi cittadini ed è questo a renderlo ancora oggi il manifesto d’intenti del progetto unitario europeo.

“Il lento processo, grazie al quale enormi masse di uomini si lasciavano modellare passivamente dal nuovo regime, vi si adeguavano e contribuivano così a consolidarlo, è arrestato; si è invece iniziato il processo contrario.

In questa immensa ondata, che lentamente si solleva, si ritrovano tutte le forze progressiste; e, le parti più illuminate delle classi lavoratrici che si erano lasciate distogliere, dal terrore e dalle lusinghe, nella loro aspirazione a una superiore forma di vita; gli elementi più consapevoli dei ceti intellettuali, offesi dalla degradazione cui è sottoposta l’intelligenza; imprenditori, che sentendosi capaci di nuove iniziative, vorrebbero liberarsi dalle bardature burocratiche, e dalle autarchie nazionali, che impacciano ogni loro movimento; tutti coloro, infine, che, per un senso innato di dignità, non sanno piegar la spina dorsale nella umiliazione della servitù. A tutte queste forze è oggi affidata la salvezza della nostra civiltà.”

Spinelli contava sulla forza delle popolazioni europee non solo in veste di sostenitore della democrazia, ma anche per l’idea che di fronte al disastro delle classi dirigenti solo i cittadini europei avrebbero potuto risollevare le sorti di un continente che nel giro di pochi decenni era passato dall’essere il centro del mondo ad una landa semidistrutta, scacchiere politico delle due nuove superpotenze, Usa e Urss.

Le storie degli altri dieci padri fondatori dell’Unione Europea sono del resto tutte accomunate dal disastro della Seconda Guerra Mondiale e dal desiderio di riscatto. Konrad Adenauer, primo cancelliere della Germania dell’Ovest, aveva il difficile compito di guidare ciò che restava di una nazione distrutta, sia materialmente, sia politicamente e tornata divisa dopo secoli di sforzi che avevano portato all’unità nel 1870.

Sicco Mansholt operò nella resistenza antinazista olandese durante il conflitto e l’esperienza vissuta nel combattere la carestia che colpì il suo paese nel 1944 lo aiutò a dar vita alla Politica Agricola Comune Europea. La CECA stessa, il primo esperimento unitario europeo, fu un’idea dei francesi Robert Schuman e Jean Monnet per evitare un nuovo conflitto intraeuropeo. Il concetto era che se nessuno stato avesse avuto il predominio su acciaio e carbone, allora sarebbero mancate le condizioni materiali per il conflitto. Una posizione forse ingenua e figlia di una visione vittoriana della guerra sebbene aggiornata con la fondazione dell’EURATOM nel 1957.

Eppure fu sorprendente come fossero stati proprio due francesi a proporre la condivisione di queste risorse. La Francia dopo la Seconda Guerra Mondiale aveva finalmente vinto il braccio di ferro con i tedeschi per l’accesso ai ricchi giacimenti minerari di confine. Nessuno avrebbe potuto contestarne il possesso, ma evidentemente le indicibili tragedie patite durante le due guerre mondiali spinsero tutti quanti, anche i vincitori, a guardare oltre l’immediato, come indicato dallo stesso Schuman. “La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano.”

Questi primi passi naturalmente non furono appoggiati da tutti e trovarono molte resistenze da parte di società, europee, per secoli istruite a combattersi tra di loro. Gli stessi francesi che incoraggiarono l’accelerazione dei lavori per la fondazione della CECA, a soli tre anni di distanza, fecero fallire, rigettando con il voto del Parlamento, il progetto per una difesa comune europea nel 1954, una decisione che probabilmente scontiamo ancora oggi.

I sei paesi fondatori della nuova Europa tuttavia proseguirono, grazie soprattutto a figure di spicco quali il nostro Alcide de Gasperi (che formatosi politicamente nell’ormai defunto Impero Asburgico per primo intuì a cosa potesse portare l’esasperazione delle tensioni tra i popoli) e il belga Paul-Henri Spaak, l’artefice del Belgio come piccolo motore per il funzionamento delle macchina europea: anche lui conosceva bene i frutti avvelenati del conflitto tra popoli vicini e rivali.

Ingresso dell'edificio Paul-Henri Spaak, al Parlamento Europeo di Bruxelles. Credits to: procrast8/Flickr.

Ingresso dell’edificio Paul-Henri Spaak, al Parlamento Europeo di Bruxelles. Credits to: procrast8/Flickr.

I nuovi equilibri geopolitici del tempo di certo aiutarono, sebbene inconsapevolmente.

Questi sei paesi erano tutti accomunati dall’essere dentro il nuovo blocco di potere americano, contrapposto a quello sovietico che dominava sull’altra metà dell’Europa. In prima linea nel nuovo sistema bipolare, gli Stati Uniti volevano un blocco europeo unito e forte in grado di sostenere in caso di attacco sovietico.

Da qui la decisione da parte di Washington di riarmare la Germania Occidentale subito dopo il fallimento della Comunità Europea di Difesa nel 1954. Una spinta, quella americana, che condusse i sei a proseguire per non risolvere alla radice gli eventuali (e già noti) problemi di una Germania tornata forte sul continente. A un solo anno di distanza i Ministri degli Esteri dei sei paesi fondatori s’incontrarono nella Conferenza di Messina. L’Italia, anche questa volta, giocò un ruolo fondamentale impegnandosi nell’organizzazione dell’incontro. A Messina vennero discusse le divergenze tra i vari paesi con l’obiettivo di trovare un compromesso e dare il via al successivo, e fondamentale, step successivo alla CECA: la creazione di un mercato comune.

Spenti i fuochi nazionalisti, questi paesi finalmente compresero quanto in realtà avessero in comune, soprattutto dal punto di vista economico.

Se la CECA rappresentava una semplice toppa per dare risoluzione a delle questioni specifiche tra Francia e Germania, fondere le rispettive economie significava disinnescare sul nascere qualsiasi tipo di tensione che, se lasciata incontrollata, avrebbe potuto portare a nuovi conflitti. Con Messina venne definita l’architettura del progetto comunitario, un lavoro reso possibile da un grande sacrificio.

Per poter andare avanti si dovette infatti accettare l’uscita del Regno Unito dai lavori. Londra rientrò nel progetto quasi vent’anni più tardi, ma quella prima sfaldatura rappresentò un chiaro segno di quanto attualmente stiamo vivendo con la Brexit. Un ulteriore elemento che indica come l’Europa attuale sia stata concepita non a Roma nel 1957 ma a Messina nel 1955 è un aneddoto reso pubblico da pochi anni. A causa di una serie di problemi organizzativi i documenti da firmare a Roma non erano pronti.

Per cui i capi di stato europei firmarono la creazione della Comunità Economica Europea letteralmente in bianco. Un disguido operativo che di certo non poteva pregiudicare la firma del Trattato (inutile sottolineare come i testi di questi documenti vengano resi disponibili ai firmatari ben prima del giorno della firma), ma uno scherzo della storia che in qualche modo rappresenta il simbolo del fatto che per la classe politica europea dell’epoca il Progetto Europeo fosse qualcosa che doveva andare ben oltre le contingenze del momento.

Parlamento Europeo di Bruxelles. Credits to: Euractiv.

Parlamento Europeo di Bruxelles. Credits to: Euractiv.

Oggi la sola idea che Merkel, Conte e Macron possano firmare un Trattato europeo in bianco scatenerebbe il peggio da parte delle rispettive opinioni pubbliche. Dopo Roma, la CEE, diede inizio a quella straordinaria cavalcata che nel giro di pochi decenni portò alla formazione, nel 1992, dell’Unione Europea, un progetto politico del tutto inedito nella storia.

La sua progettazione fu anche in questo caso frutto del lavoro di Altiero Spinelli negli anni Ottanta. In solo mezzo Secolo la visione di un esule politico confinato in un’isoletta immersa nel Mar Tirreno riuscì a prevalere sopra le ambizioni di un tiranno con milioni di uomini in armi sotto il suo comando, gli attriti di super potenze continentali e soprattutto le ferite dei suoi stessi concittadini europei reduci da secoli e secoli di astio reciproco, rivalità e guerra.

Certo, l’idea di poter progettare la storia è, per il momento, solo il frutto del genio di Isaac Asimov e della “Psicostoria” raccontata nei suoi cicli della Fondazione, ma in un periodo di euroscetticismo dilagante è doveroso ricordare quanto la nostra Europa oggi sia, innanzitutto, il frutto della tenacia di singoli uomini che hanno creduto e sperato, nonostante tutto.

Di: Mirko Annunziata
Mirko Annunziata
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