Anche nel racconto di fantasia più sfrenato e distopico le relazioni tra le entità politiche seguono le stesse modalità che hanno contraddistinto il corso della storia umana. Final Frontier è la rubrica che proverà a spiegare le relazioni internazionali attraverso le più conosciute storie di fantascienza. “Spazio, ultima frontiera”.

“Non dovevo iscrivermi a Facebook!”  è una delle prime cose che potrebbero venirvi in mente dopo aver visto la prima puntata di MR. ROBOT.


Cuffie audio surround (dimentichiamo gli auricolari), PC portatile (o tablet), lungo viaggio serale in metropolitana o in treno: il modo migliore per assorbire appieno l’atmosfera di questo cyber-thriller a puntate, caratterizzato da paesaggi cupi (il sole comparirà nella serie, a dir tanto, una decina di volte), una colonna sonora incentrata sulle basse frequenze, personaggi paranoici, schizofrenici e ambigui, colpi di scena e molta, moltissima critica socio-politica. Creato da Sam Esmail (che ne è anche produttore esecutivo per la rete USA Network), ambientato a New York e pesantemente influenzato dai film “Fight Club” e “Taxi Driver”, Mr. Robot reintroduce negli schermi televisivi il mondo dell’informatica, che dai tempi di “Matrix” (di cui Mr. Robot, se fosse un film, sarebbe il degno successore) non otteneva attenzione da parte dei produttori d’oltreoceano. La trama – piuttosto articolata – ruota attorno all’ingegnere informatico Elliot Alderson (la somiglianza con il nome “virtuale” del protagonista di Matrix, Thomas A. Anderson, cioè Neo, è alquanto indicativa), che viene coinvolto nelle attività di fsociety, un gruppo di hacker capitanato dal misterioso Mr. Robot, ai danni del colosso multinazionale E-Corp (il cui sistema informatico è protetto dalla AllSafe, società di sicurezza informatica per cui Elliot lavora come dipendente).

Come districarsi attraverso questo crogiolo di firewalls, debunking, file .dat, hacking e quant’altro? Come potete intuire è una serie che parla ad un pubblico che qualche anno fa sarebbe stato definito nerd, ma che oggi è più correttamente inquadrato sotto l’appellativo di geek.

Partiamo da quattro punti rilevanti:

  • l’intricato rapporto tra ruoli, società e informazioni;
  • la centralità del problema dei debiti privati;
  • la cura grafica di loghi e titoli;
  • la modalità narrativa.

Il mondo degli hacker domina la trama della serie. Una realtà impalpabile, fatta di files criptati, proxy server, honeypots. Una realtà fluida, in cui i “cattivi” (gli hacker) possono essere rispettabili uomini d’affari o impiegati che agiscono segretamente contro la propria azienda. Una realtà in cui chi riesce a destreggiarsi può agire per conto proprio approfittando delle informazioni che altri disseminano nel world wide web. A titolo esemplificativo, Elliot si comporta da vero e proprio cyber-vigilante, facendo uso delle proprie abilità informatiche per decrittare password e raccogliere informazioni da indirizzi mail o profili Facebook di individui a lui invisi. Il motivo? Proteggere le persone a lui care. Approfitta, in questo senso, della “human exploitation”, la tendenza a diffondere informazioni personali, sotto la copertura dei social network e a discapito di qualsiasi privacy. Elliot hackera le persone.

mr. robot

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La parola chiave è informazione. La lotta cibernetica tra hacker ed E-Corp, più che le dispute tra i ladri della Banda Bassotti e un furioso Zio Paperone armato di spingarda, ricorda il fumoso universo dello spionaggio (e del controspionaggio): notizie false diffuse appositamente, importantissimi documenti criptati contesi dalle due parti, bari e doppiogiochisti, repentini cambi di bandiera e personaggi non identificabili. Un caleidoscopico flusso di dati che, passando di mano in mano, decreta chi vincerà la battaglia e chi invece si ritroverà sconfitto.

In Mr. Robot, gli schieramenti non sono chiari e lasciano spazio a forze terze. La distinzione tra bene (fsociety), male (E-Corp) e forze neutre (AllSafe) non tiene conto della presenza di un quarto elemento, in grado di far pendere la bilancia del potere da una parte o dall’altra: un altro gruppo di hacker, ambiguo e impercrutabile, i cinesi di Dark Army, dalla cui collaborazione dipende la riuscita del piano contro la E-Corp. L’obiettivo del piano è chiaro: mandare in tilt il sistema bancario mondiale, attuando ciò che viene definita “la più grande distribuzione di ricchezza della storia”. Un tema comune a “Fight Club”, tanto caro a Sam Esmail. Ma questo è un elemento che si scopre in un secondo momento. Guardando la serie, ciò che colpisce, prima d’ogni altra cosa, non è la questione dei debiti o il linguaggio tecnico: l’impatto dei visual grafici.

Non solo il logo principale MR. ROBOT ricorda moltissimo quello della multinazionale giapponese SEGA (uno dei più grandi produttori mondiali di videogiochi); i titoli dei singoli episodi sono scritti in modo da ricordare files di diversi formati (ad esempio, il primo episodio reca il titolo “eps1.0_hellofriend.mov“, il secondo “eps1.1_ones-and-zer0es.mpeg“, etc.).

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Se titoli e grafiche richiamano il mondo informatico o videoludico, la narrazione ricorda quella di Taxi Driver: la voce narrante è quella di Elliot, che non solo fornisce una analisi introspettiva del personaggio, bensì commenta eventi e personaggi offrendo una panoramica completa del background che tiene insieme le puntate. Un ruolo simile a quello della voce fuoricampo del capolavoro di Ridley Scott, “Blade Runner”, senza la quale non sarebbe stato possibile spiegare allo spettatore la raffinatezza dell’universo scaturito dalla penna geniale di Philip K. Dick. La cosa più interessante della narrazione, tuttavia, è che Elliot sfonda la quarta parete: non quella “medium awareness” tipica dei film comici e della quale Mel Brooks è maestro indiscusso, bensì il semplice parlare allo spettatore. Ah, per non farsi mancare nulla, Elliot soffre di schizofrenia, ed è un tossicodipendente.

Gli spunti interpretativi sono moltissimi in Mr. Robot, che a volte soffre un po’ di lentezza, brillantemente messa in secondo piano dalla splendida fotografia e dalla riuscita atmosfera ricreata nella serie. Se ci fossero lezioni da apprendere dopo aver visto questa narrazione, una potrebbe essere: quando si fa qualcosa di poco lecito, lasciare perdere il web e tornare alla scomoda, cara, vecchia e sicura realtà. A misura d’uomo.

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Di Paolo Albergoni
Paolo Albergoni
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