“Sovranismo” è quella parola in voga nei movimenti populisti europei per evidenziare la perdita di sovranità degli stati a vantaggio di altri soggetti, istituzioni internazionali, multinazionali, e più in generale i fenomeni della globalizzazione. Ma cosa significa esattamente “perdere la sovranità”?


Introduzione

Con la fine della guerra fredda e del bipolarismo strategico, all’interno del quale l’apertura teorica ad una società davvero globale era frenata dal contrasto ideologico tra i due blocchi contrapposti, il dibattito accademico riguardante la possibilità di superare il modello westfaliano della politica internazionale ha avuto uno sviluppo considerevole.

In più, l’esito della guerra fredda e la vittoria del modello politico liberal democratico ha posto le basi per considerazioni teoriche improntate sull’idea che un futuro modello cosmopolita di ordine internazionale debba necessariamente passare ed essere strutturato sul modello democratico. Venendo a cadere la grande alternativa politica ed economica alla liberal democrazia basata sulla visione comunista della società, ed in mancanza di alternative politiche concrete, il risultato della guerra fredda è stato quindi interpretato come il sintomo della definitiva affermazione della democrazia su tutti gli altri modelli; di qui, l’idea che il potenziale superamento teorico del modello internazionale westfaliano, fondato sulla centralità del soggetto statale e sulla sua dichiarata sovranità autonoma da tutti gli altri soggetti, non solo debba giocoforza essere interpretato secondo le modalità e la struttura democratica, ma che anzi tale processo sia auspicabile per un miglioramento complessivo sia delle relazioni tra stati sia per un miglioramento dei diritti e delle condizioni di vita dei popoli; popoli non più divisi in nazioni ma appartenenti ad uno status politico sovra statale, che riconosca loro maggiori diritti.

Tra queste suggestioni, il lavoro di Francis Fukuyama è quello che meglio esemplifica l’inizio della concezione di modello democratico come unico modello virtuoso e necessario al superamento delle logiche conflittuali della vita internazionale. Scrive infatti Fukuyama

Il trionfo dell’occidente, dell’idea occidentale, è evidente prima di tutto nel totale esaurimento di praticabili alternative sistemiche al liberalismo occidentale […]. Quella di cui siamo testimoni non è semplicemente la fine della guerra fredda, o l’esaurimento di qualche periodo particolare della storia postbellica, ma la fine della storia come tale: vale a dire, l’esito dell’evoluzione ideologica del genere umano e l’universalizzazione della democrazia liberale occidentale in quanto forma finale di governo.”

Già in questo passaggio c’è un primo accenno all’idea che la forma democratica possa quindi rappresentare la forma ideale per lo sviluppo di un’idea cosmopolita della vita internazionale.

La “vittoria” della liberal-democrazia è marcata dallo spartiacque sistemico della fine della guerra fredda, come evidenziato da questo grafico. [Center for Systemic Peace]

Ma tra questo punto di partenza e il passaggio successivo, lo sviluppo di un modello politico democratico globale, vi sono degli ostacoli teorici. Il problema principale è legato, quasi naturalmente, al concetto di stato e al suo principio fondativo, vale a dire il principio di sovranità. Di fronte alla crescente importanza di attori non statuali come istituzioni internazionali, organizzazioni non governative, gruppi terroristi e, non in ultimo, movimenti sociali transnazionali, si deve capire quanto la forma statale sia da un lato in crisi e, dall’altro, più o meno propensa a cedere la propria sovranità e quindi il proprio potere fondativo, per permettere la creazione di un sistema internazionale che prescinda dalla sua esistenza.

In questo senso, lo scopo di questo articolo è quello di analizzare, con alcune critiche, i principali modelli teorici che prevedono proposte di superamento del modello di convivenza interstatale e, successivamente, considerare alcune critiche fondamentali della possibilità a priori di un modello cosmopolita.

Le prospettive di un modello di Global Governance democratica

Se dunque è sulla base democratica che alcuni studiosi hanno basato le proprie ipotesi teoriche riguardo la costruzione di una forma di Governance globale, il primo passo deve essere quello di traslare i concetti fondativi della democrazia come modello politico statale dal piano interno a quello internazionale, così da chiarirne gli scopi essenziali2. Da questo punto di vista, dei due valori che per Giovanni Sartori la democrazia deve primariamente promuovere, libertà ed eguaglianza, quello di eguaglianza si adatta alla concezione cosmopolita; più di altre, difatti, l’idea alla base di tale processo è di creare le premesse per un’uniformità legittima di tutti i cittadini facenti parte del progetto di Governance globale, così da garantire loro eguali diritti, superiori questi ad ogni autorità statale. Inoltre, e conseguentemente, vengono considerati fondamentali i concetti di accountability e responsiveness, vale a dire la responsabilità dei governi davanti ai propri cittadini e la loro capacità di risposta alle esigenze degli stessi.

La forma politica democratico-liberale prende sempre più piede nel sistema internazionale, e rappresenta quindi la struttura politica base per le idee di superamento della forma stato. [Foto: Smith, The State of the World atlas]

Questi due concetti, uniti alla volontà di eguaglianza di tutti i cittadini e dei loro diritti, sono alla base della costruzione teorica riguardo una Global Governance democratica. Da questo punto, le forme che tale Governance può assumere teoricamente sono diverse; almeno tre hanno una struttura definita e possono essere prese in esame come modello, ognuno dei quali pone in tensione due concetti fondamentali della forma statuale; il primo, per l’appunto, è quello di sovranità e il secondo è quello del confine, sia a livello spaziale che giuridico, concetto questo fondamentale per il problema in esame e che i tre modelli cercano, ognuno diversamente, di superare. La distinzione tra i tre modelli, infatti, si sviluppa attraverso il concetto di confine, vale a dire entro quali limiti i i modelli teorici possono esercitare una pressione sul livello di sovranità esercitata dagli stati in un determinato spazio, e quanto tale spazio possa essere esteso, o tralasciato, allo scopo di permettere la creazione di una forma di governance globale.

Il primo modello presentato è definito come Intergovernmentalism; in questo modello non viene esposta una versione eccessivamente differente da una condizione che cerchi meramente di superare lo stato di anarchia internazionale, forme queste che sono già state teorizzate attraverso il concetto di società internazionale. La chiave di questa teorizzazione, infatti, risiede nella concezione di una forma di relazione tra entità statali attraverso una serie di principi condivisi da tutti gli attori, o dalla maggior parte. Secondo questa logica, dunque, le relazioni tra gli attori, anche non necessariamente statali (demoi), sono costitutivamente ancora soggette ai confini delimitati dalla natura odierna sistema internazionale; lo stato rimane l’attore principe delle relazioni internazionali, ancora in grado di decidere sulla giustizia o meno di un ordine politico, e dunque in questa visione la concezione del confine rimane particolarmente salda; nella relazione legale tra interno ed esterno di ogni sistema politico interno, il garante ultimo dei diritti dei cittadini rimane dunque lo stato. Ciononostante, il ruolo del modello democratico trova anche in questo modello restrittivo una sua rilevanza nel ruolo “pedagogico” da esso svolto. Si intravede quindi in questo modello la sensazione che la forma democratica abbia qualcosa di rilevante da esportare all’esterno dei confini statuali dei soggetti che adottano tale forma politica. Questa concezione segue infatti il filone teorico della pace democratica, i cui semi già si intravedono nel pensiero di Fukuyama, che vedrebbe i sistemi politici fondati sul modello democratico liberale come capaci di relazionarsi vicendevolmente secondo modalità escludenti il conflitto. In questo senso, la dicotomia interno/esterno rimane marcata; l’esclusione di forme politiche alternative, e dei soggetti che ne fanno parte, diventa infatti arbitraria, a seconda dall’adesione o meno del modello democratico.

….Se non fosse che lo stato è ancora il modello più “richiesto” nell’era della globalizzazione compiuta: dai 48 stati di inizio 900 ai 193 dei giorni nostri [Foto: Smith, The State of the World atlas]

Il secondo modello proposto è quello della Global governance; si tratta di un modello teorico che vede l’accrescere a livello transnazionale del rule-making e del problem-solving riguardo le issues fondamentali del sistema internazionale tramite istituzioni che trascendano i confini statuali e che possano redistribuire il potere statale ad un livello, per l’appunto, sovranazionale. L’idea alla base di questa concezione è che i soggetti che divengono oggetto di decisione giuridica siano gli unici ad aver istanza su tale questione legale e che ogni istituzione politica con potere di decidere debba essere soggetta ad accountability diretta da parte dei soggetti chiamati in causa; di qui la necessità di creare una rete di istituzioni (hybrid networks) transnazionale. L’accento qui è proposto sulla flessibilità di tali istituzioni sul breve periodo, così che esse siano in grado di porre all’attenzione internazionale specifiche issues di rilevanza globale e proporre conseguentemente soluzioni. Il problema, in questo caso, risiede ancora una volta nella definizione dei confini di tale procedura, sebbene in questo caso indirettamente; nello specifico, la problematica principale, e sistematica, è dunque quella del come includere, in una decisione coerente, la figura dell’”altro” e, in un certo senso, del soggetto che dissente. Di fronte ad una maggioranza decisionale supportata dalla virtù politica del modello democratico cui fa riferimento, la figura del dissidente non ha più spazio politico per poter giustificare la propria rilevanza.

Un indice minimo di fruizione della Governance globale rivela quanto sia un concetto occidentale. [Global Governance Index, 2019]

L’ultimo modello teorico da analizzare, il modello della Global Polity, è quello più radicale; esso propone infatti come superamento delle disparità dei diritti dei cittadini la ricostruzione del sistema politico internazionale secondo un modello democratico. In questo senso, dunque, l’analogia domestica tra sistemi politici interni ed internazionali verrebbe a concretizzarsi. Ma anche questa interpretazione, proprio perché la più radicale, ha alcune ambiguità lungo la linea tra sovranità e confini, in particolare sulla legittimità dell’esclusione o meno di soggetti, sia statali che non, dal progetto di riforma globale. La non chiarezza di questo punto lascia spazio per pericolose ambiguità sulle modalità con cui o si decida di escludere un soggetto o, al contrario, se l’esclusione non debba essere sostituita dall’inclusione, anche forzata. In più si presenta una seconda problematica, legata alla doppia lealtà che il cittadino sarebbe chiamato ad esprimere, la prima verso il proprio stato di appartenenza e la seconda verso la struttura politica della Global Polity. Questo concetto può essere largamente problematico; la lealtà dei cittadini allo stato è infatti uno dei cardini dell’unità politica statale, e il dibattito sulla crescente cessione di potere da parte dello stato in favore di organizzazioni internazionali è ancora aperto. È pur vero che il concetto di doppia lealtà trova alcune forme concrete in entità giuridiche sovranazionali, come l’Unione Europea e le Nazioni Unite, ma a tal proposito la critica realista a tali organizzazioni risiede nella dimensione del potere, ancora saldamente in mano agli stati; le organizzazioni internazionali, nell’ottica neorealista, esistono in tanto in quanto epifenomeni del potere statale e il loro funzionamento è garantito dall’interesse degli stati a mantenerle attive, in funzione dei loro scopi. La questione del superamento delle logiche westfaliane del sistema internazionale, dunque, non solo è ancora un processo teorico in divenire, ma presenta anche alcune problematiche aperte ed oggetto di forte dibattito all’interno della teoria delle relazioni internazionali contemporanea.

Organizzazione delle Nazioni Unite, istituzione internazionale per eccellenza. per il realismo politico altro non è che uno strumento del potere delle grandi potenze. [foto:
Andrew Burton/Getty Images]

Un dibattito storicamente continuo

Tale dibattito tuttavia non solo rimane aperto, ma ha delle radici profonde nel pensiero politico novecentesco; da un lato, molti autori non necessariamente attinenti alla specifica questione della creazione di un governo mondiale si sono interessati a questo tema, senza dubbio affascinante; dall’altro lato, alcune potenziali critiche a tale progetto sono state espresse nel corso del secolo scorso, prima dunque l’apertura del dibattito così come è presentato oggi. Tra gli studiosi che si sono occupatia latere di questo tema, Alexander Wendt offre una corposa teorizzazione sulla necessità di uno stato mondiale. Similmente ai tre modelli teorici descritti precedentemente Wendt, in “Teoria sociale della politica internazionale“, propone la sua visione delle possibili forme di un superamento del sistema westfaliano

“Una federazione pacifica di stati basati su una costituzione repubblicana, un mondo basato sulla tradizione realista e fondato su stati-nazione nel quale la guerra rimane legittima, e uno stato mondiale.”

Al centro di questa teorizzazione vi è il concetto di amicizia, vale a dire una concezione delle relazioni internazionali nella quale gli stati superano la logica hobbesiana di perenne minaccia vicendevole, trasformando le costrizioni dettate dalla struttura internazionale anarchica in una forma politica di convivenza. Tale concezione presuppone dunque un passaggio ulteriore rispetto a quelli, già visti precedentemente, di sovranità e rapporto con il confine; essa presuppone infatti la necessità di una omogeneità culturale, da estendere idealmente fino ai limiti estremi dello spazio politico globale, ponendo dunque le basi per la possibilità di uno stato mondiale; concezione, questa, in larga parte condivisibile anche secondo le posizioni di Fukuyama precedentemente descritte. In questa condizione teorica, dunque, non solo la possibilità della minaccia verrebbe idealmente meno, ma sarebbe possibile affrontare e risolvere la maggior parte dei problemi che gli studiosi della Global Polity ritengono rilevanti.

Ma non è così scontato che all’uniformità culturale e all’allargamento spaziale dei confini fino al limite ultimo siano logicamente connessi degli effetti positivi e stabilizzanti. Il problema, in questo caso, è rappresentato proprio dal concetto di inclusione/esclusione dell’“altro”, già affrontato in precedenza; si tratta, peraltro, di un problema largamente avvertito nel corso del secolo scorso, proprio per via della forte eterogeneità culturale che ha caratterizzato il novecento;

L'”unità del mondo” coincide per Schmitt con la massima esclusione del dissenso politico

il fatto che tale eterogeneità sia diminuita col finire della guerra fredda non deve far sottovalutare tale questione. Una critica decisa riguardo il rapporto tra spazi politici e Global Governance, sebbene retroattiva, era già stata portata avanti da Carl Schmitt nei primi decenni del secolo scorso.

Secondo Schmitt, l’uniformità sia politica che giuridica di tutti i soggetti globali ad un’unica forma non rappresenterebbe un’opportunità bensì un pericolo, anche molto rilevante. Tale uniformità non solo segnerebbe la distruzione della forma statale, ma presenterebbe dei gravi problemi riguardo l’inclusione del dissenso, cioè di quelle idee politiche che non coincidono con quella dominante. Scrive Schmitt ne “Le categorie del politico”

Se uno Stato combatte il suo nemico politico in nome dell’umanità, la sua non è una guerra dell’umanità, ma una guerra per la quale un determinato Stato cerca di impadronirsi, contro il suo avversario di un concetto universale per potersi identificare con esso (a spese del suo nemico), allo stesso modo come si possono utilizzare a torto i concetti di pace, giustizia, progresso, civiltà, per rivendicarli a sé e sottrarli al nemico. L’umanità è uno strumento particolarmente idoneo alle espansioni imperialistiche ed è, nella sua orma etico-umanitaria, un veicolo specifico dell’imperialismo economico. […] Proclamare il concetto di umanità, richiamarsi all’umanità, monopolizzare questa parola: tutto ciò potrebbe manifestare soltanto – visto che non si possono impiegare termini del genere senza conseguenze di un certo tipo – la terribile pretesa di che al nemico va tolta la qualità di uomo, che esso dev’essere dichiarato hors-la-loi e hor-l’humanité

L’uniformità politica globale, quindi, porterebbe non solo alla fine della politica, concepita come rivalità dicotomica tra amico e nemico, ma anche, peggio, alla trasformazione delle regole internazionali in una sorta di diritto penale internazionale, simile al diritto penale interno, i cui effetti sarebbero la criminalizzazione automatica di ogni forma di dissenso, cioè di espressione delle normali differenze culturali e politiche di ogni individuo, trasformando paradossalmente la ricerca di un allargamento e di garanzia dei diritti di un cittadino globale in una ristrettezza giuridica, uniformata ad un unico, senza via d’uscita, concetto politico giuridico.

di Federico Maiocchi

Federico Maiocchi
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