Bollettino cinese è la nostra rubrica che parla di Cina, da un punto di vista cinese. Notizie e agenzie dai media governativi cinesi con la nostra spiegazione del contesto, per capire meglio cosa sta succedendo al di là della Muraglia e quali sono i temi che la grande potenza cerca di imporre nell’agenda-setting internazionale.


La Cina e gli Stati Uniti si stanno scontrando a suon di dazi in quella che molti definiscono già una “guerra commerciale” o “guerra dei dazi”. Ecco cosa sta succedendo, e perché al centro delle polemiche ci sarebbe il piano di sviluppo pluriennale “Made in China 2025”.

Tra import, export e proprietà intellettuale

“La Cina non vuole una guerra commerciale con nessuno ma, se sarà costretta, non si tirerà indietro”. Questo è il commento di Hua Chunying, portavoce del Ministero degli esteri, all’indomani della decisione del Presidente americano Donald Trump di imporre una serie di dazi in entrata ai prodotti cinesi.

Da qualche settimana le due potenze commerciali si stanno sfidando a colpi di imposte tariffarie (i dazi), in quella che molti media hanno già definito come una “guerra commerciale”.

Il “conflitto” è iniziato lo scorso 22 marzo quando Trump ha firmato un memorandum che dà mandato al Governo di prevedere tariffe aggiuntive da applicare alle importazioni dalla Cina. Le tariffe prevedono un dazio medio del 25% su una serie di beni che vanno dalle calzature all’elettronica, per un valore complessivo stimato in 60 miliardi di dollari.

Il presidente Trump firma il memorandum presidenziale il 22 marzo – credits: Mark Wilson/Getty Images North America

Il provvedimento è stato adottato sulla base della sezione 301 del Trade Act del 1974, che autorizza il Presidente USA a prendere “le dovute contromisure” verso le politiche commerciali di uno stato estero che “violano le norme internazionali o pongono un limite al mercato americano”.

Tale misura è in realtà l’ultimo capitolo della bagarre commerciale tra i due paesi, con Washington che accusa Pechino, non senza ragioni, di forzare il trasferimento di tecnologia e proprietà intellettuale delle imprese americane, in cambio della possibilità di fare affari nel mercato cinese. Un ruolo centrale è giocato dal piano di sviluppo pluriennale “Made in China 2025”, di cui parleremo più avanti.

Inoltre, l’interscambio di beni e servizi USA-Cina è ampiamente sbilanciato in favore della seconda: nel 2017 le esportazioni americane verso Pechino avevano un valore di 130 miliardi di dollari, mentre le importazioni ne valevano ben 506 miliardi – sebbene compensati in qualche modo dam massiccio acquisto da parte della Cina del debito pubblico Usa. I dazi di Trump sarebbero quindi utili a ridimensionare tale squilibrio – o almeno una parte di esso – oltre che a sanzionare le presunte scorrettezze cinesi in materia di proprietà intellettuale.

La risposta cinese

Riprendendo le parole di Hua Chunying citate in apertura, la Cina non si è tirata indietro. La Commissione per le Tariffe Doganali di Pechino ha annunciato il 2 aprile scorso l’introduzione di dazi all’ingresso per circa 128 prodotti americani, come contromisura alla decisione di Washington. In particolare 120 prodotti in arrivo dagli USA potranno essere colpiti da una tariffa del 15%, mentre i restanti 8 (che comprendono carne di maiale e prodotti derivati) da una del 25%.

Il Ministero del commercio cinese ha commentato dicendo che “gli interessi della Cina sono stati seriamente danneggiati [dalle misure di Trump, ndr]”, le quali sarebbero in contrasto con la clausola di eccezione di sicurezza prevista dall’Accordo Generale sulle Tariffe ed il Commercio della WTO, oltre a violare il principio di non discriminazione nel commercio unilaterale.

Nonostante le frizioni, la Cina cerca di mantenere quell’atteggiamento conciliatore che siamo abituati ad osservare nelle sue relazioni diplomatiche, chiedendo agli USA di riconsiderare le misure e riprendere il libero scambio. “La cooperazione è l’unica alternativa valida per i rapporti tra Cina e Stati Uniti”, ha dichiarato in una nota il Ministero del Commercio cinese, invitando al dialogo e alle consultazioni per evitare maggiori danni al rapporto tra i due paesi. È proprio sulla base di questa volontà di distensione che va letta la volontà cinese di rimuovere entro quest’anno dei limiti agli investimenti stranieri in settori come quello delle auto elettriche, aerei e navi.

Il ruolo del “Made in China”

Un interessante editoriale del People’s Daily sottolinea come la strategia di “protezionismo” di Trump sia parte di un più generale quadro americano di lotta all’avanzamento tecnologico cinese.

Sulla base della sezione 301 del Trade Act del 1974 – di cui parlavamo sopra – il Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti d’America ha avviato un’indagine sulle politiche commerciali cinesi. L’inchiesta è stata pubblicata in un report il 22 marzo scorso, dove si legge che “gli atti, le politiche e le pratiche del governo cinese in relazione al trasferimento di tecnologia, alla proprietà intellettuale e all’innovazione sono irragionevoli o discriminatori e gravano o limitano il commercio negli Stati Uniti”.

Queste pratiche di trasferimento deriverebbero dall’intenzione cinese di “conquistare la leadership economica nella tecnologia avanzata come stabilito nei suoi piani industriali, come il ‘Made in China 2025”.

Il piano di sviluppo nazionale Made in China – progettato per trasformare la Cina in una “superpotenza manifatturiera” investendo in settori come l’IT, le nuove fonti energetiche, la robotica, l’intelligenza artificiale – potrebbe essere il vero punto centrale della “guerra” commerciale in corso tra i due giganti, tant’è che viene citato più di 100 volte nel report del Rappresentante del Commercio USA.

Made in China 2025” è un programma irrinunciabile per Pechino. Lanciato ufficialmente nel 2015, rappresenta il passaggio della Cina da economia in via di sviluppo a potenza mondiale, attraverso la sostituzione della tecnologia estera impiegata nella sua industria con componenti di produzione locale. Ciò logicamente potrebbe tagliare fuori dal mercato le imprese americane.

I politici di Pechino ribattono che “il piano beneficia in egual misura le imprese cinesi e quelle straniere, e la Cina ha sempre dato il benvenuto alle compagnie estere per partecipare allo sviluppo del suo settore industriale”. Imprese americane, tedesche, inglesi e di altri paesi hanno cooperato e cooperano con il “Made in China 2025”, contribuendo allo sviluppo di una “industria intelligente, sostenibile e avanzata”.

Il People’s Daily ha intervistato Zhao Changwen, Direttore Generale del Dipartimento di Economia Industriale presso il Centro di ricerca per lo Sviluppo del Consiglio di Stato. Zhao dice che le investigazioni americane condotte secondo la Sezione 301 sono soggettive e tendenziose, e male interpretano il vero significato e le potenzialità del piano “Made in China”.


Le fonti di questo bollettino sono:

  • People’s Daily, Unilateralism and trade wars harm everyone, says vice premier, 26 marzo 2018
  • People’s Daily, US must take all the consequences of inciting a trade war, 26 marzo 2018
  • People’s Daily, Don’t underestimate US tariff’s spillover effect on Chinese politics, 20 marzo 2018
  • People’s Daily, China will take counteractions if US keeps provoking trade war: expert, 23 marzo 2018
  • Xinhuanet, Commentary: Arrogance no way leading to good business, 25 marzo 2018
  • Xinhuanet, Economic Watch: China asks U.S. to restore friendly economic cooperation, 2 aprile 2018
  • People’s Daily, US ‘strategic decisions’ not at all wise, 2 aprile 2018
  • People’s Daily, China imposes tariff on 128 items of U.S. imports, 2 aprile 2018
  • People’s Daily, Is the US ignorant or deliberately misinterpreting ‘Made in China 2025’?, 8 aprile 2018
    di Emanuel Garavello con la collaborazione di Matteo Bressan
Redazione
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