A partire dagli anni 2000, a causa del mutato contesto internazionale e con l’emergere di nuove minacce, si è assistito a un ritorno del warfare del combattimento in contesti urbani o, per utilizzare la dizione impiegata dalle forze militari, allo svolgimento MOUT (Military Operations in Urban Terrain).

In realtà va sottolineato come le Forze Armate moderne, non esclusivamente occidentali, siano principalmente designate per battersi nei tipici ambiti rurali, spesso bypassando le città sino alla sconfitta del nemico o al momento in cui la diminuita resistenza dello stesso potrebbe garantire uno scontro più facile o maggiormente favorevole. Prendendo a esempio la guerra afghana – il conflitto più lungo in cui le forze NATO e statunitensi sono state impegnate – esso si è svolto principalmente nei deserti meridionali o occidentali del paese, o ancora di più nelle zone lungo il montagnoso confine con il Pakistan nell’est dello nazione, dove si concentrano le forze talebane. Veri e propri conflitti urbani non ve ne sono stati.

La situazione sarebbe, invero, piuttosto differente se si esaminasse il teatro iracheno che, per ovvia natura storica, geografica e culturale di quel paese, presenta zone nelle quali il terreno urbano è la chiave per il controllo della situazione politico/militare, con Baghdad e Mosul in primis. Non a caso, i maggiori conflitti urbani avvenuti durante l’occupazione da parte degli Stati Uniti si sono svolti in questi luoghi o nelle aree immediatamente circostanti (eccezion fatta per le due battaglie combattutesi a Fallujah e Najaf nel 2004).

Guerra in contesto urbano

Militari della 1st Infantry Divisions 3rd Brigade Reconnaissance durante le operazioni di bonifica a Fallujah, nel novembre del 2004 – Credit: 1st Lt. Kimberly Snow via army.mil

Difficoltà intrinseche

Per essere precisi, tuttavia, non è possibile affermare che questa tipologia combattimento sia una novità nella storia dei conflitti. Anzi, si è rivelata la migliore arma a disposizione di quei gruppi di insorti, criminali, terroristi, etc., che comprendendo perfettamente la propria inferiorità rispetto a unità militari a loro nettamente superiori, hanno cercato di sfruttare la protezione garantita dalle città, al fine non tanto di infliggere una sconfitta totale ai loro avversari, ma di alzare i costi della loro vittoria.

A ciò si aggiunge il calcolo dei danni materiali che i “regolari” possono infliggere in un contesto urbano, nonché alle eventuali vittime collaterali, cioè civili rimasti a vivere (o intrappolati) in quelle realtà, fino alle perdite che forze terrestri potrebbero subire durante la loro permanenza (imboscate, cecchini, autobombe, etc.).

La logistica in una città da milioni di persone diverrebbe un compito improbo

La risposta alla domanda che ci si potrebbe porre attinente la necessità odierna di acquisire abilità e tecniche specifiche atte al combattimento urbano (o meglio ancora, alla gestione del conflitto in tale contesto), la si ricava nel fatto che secondo i più recenti studi demografici nei prossimi decenni la maggior parte della popolazione globale si ritroverà a vivere in megalopoli. Conseguentemente, è facile immaginare come entro tali realtà, in caso di conflitto, si creeranno sacche di illegalità o feudi retti da criminali o insorti di qualsiasi genere, che competeranno principalmente attraverso l’uso della violenza per il possesso di risorse, gestione di traffici “oscuri” (ossia non necessariamente illegali, ma legati a una realtà non rispondente a canali ufficiali) e costituzione di cosiddetti “Stati dentro gli Stati” (per spiegare tale concetto si osservi l’esempio libanese).

Come affermato anche precedentemente, però, una delle maggiori deficienze che potrebbe verificarsi deriva dal fatto che le unità militari attuali, in particolar modo se si parla di grandi numeri, non sono addestrate per combattere in tali contesti: tali capacità emergono solamente dopo un addestramento specifico o acquisite in contesti operativi.

Possibili risposte

La domanda a cui si deve rispondere è quale sia la modalità più corretta per affrontare situazioni di tal genere dato che, come le statistiche mostrano, il setting (fisico e umano) dei possibili campi di battaglia futuri è molto difforme rispetto alle esperienze su cui sono costituite e addestrate la maggioranza delle unità militari attuali.

Richiamando sempre all’attenzione la specificità delle Forze Armate USA, la dottrina di combattimento costantemente raffinata nel corso degli ultimi 30 anni si struttura attorno il concetto di “interforze”, ossia il fatto che un teatro operativo (indipendentemente dal contesto geografico) preveda la presenza di tutti e quattro i servizi (Aviazione, Corpo dei Marines, Esercito e Marina), portatori delle loro specificità e capacità. Ciò sarà ancora più vero, e utile, in una realtà nella quale la maggior parte delle città si localizzano in contesti lontani dai deserti iracheni o afghani: queste città potranno essere raggiunte dal mare o attraverso l’utilizzo di reti di collegamento terrestri o hub aeroportuali.

Ciò ovviamente comporta vantaggi e svantaggi per le forze che dovranno intervenire e, successivamente, controllare il territorio. A tal proposito importante citare i missili anti-nave messi in campo da paesi come la Cina e la Russia alfine di creare le cosiddette A2/AD (Anti-Access/Area Denial), zone “proibite” per le navi anfibie e le portaerei nemiche.

Inoltre anche le operazioni nel contesto cittadino dovranno essere modificate. Basterebbe immaginare la difficoltà sostenuta da un’eventuale brigata composta da 5mila uomini (l’unità standard per il dispiegamento), che entrasse in territorio nemico, e che si trovasse costretta a sostenere operazioni maggiori e gestire le fasi post-conflitto. Anche incrementando il numero di unità schierate la situazione sarebbe piuttosto difficile da gestire: la logistica in una città sovraffollata da milioni di persone diverrebbe un compito improbo, oltre al fatto che la ricognizione assicurata da velivoli e satelliti risulterebbe diminuita nella sua efficacia a causa dell’altezza difforme degli edifici, dalla numerosità degli stessi o dalla possibilità che le forze avversarie sfruttino tali elementi per celare la loro presenza; senza dimenticare l’eventuale esistenza di tunnel metropolitani in grado di fungere da nascondigli e vie di passaggio sotterranee funzionali agli spostamenti e alle imboscate.

Prospettive

Concludere quanto detto conduce certamente a un’unica verità, ossia il fatto che in un conflitto le situazioni che si affronteranno sono sempre difficili da prevedere. Chiaramente il modo in cui gli Stati addestrano le proprie Forze Armate ad affrontare le diverse situazioni che li potrebbero vedere protagonisti è, senza dubbio, un elemento estremamente importante. Anzi, probabilmente il più rilevante, anche superiore rispetto a quanto non siano i mezzi e l’equipaggiamento a disposizione.

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Tuttavia, come dimostrato anche dall’evidenza nell’ultima decina di anni, quanto elaborato sul piano teorico difficilmente si riprodurrà in maniera perfetta in ambito pratico, per non parlare poi della continua evoluzione e/o modifiche apportate dalla controparte. Sicuramente l’unico fatto realmente fondamentale da non trascurare sono le lezione apprese negli anni di continua applicazione di combattimento urbano e contro-insurrezionale, cercando quindi di non comportarsi come avvenuto nei periodi post-Vietnam, quando in seguito alla bruciante sconfitta politica/militare si pensò che fosse necessario tornare a occuparsi solamente dei conflitti con altre nazioni.

O forse, comportarsi come suggerisce l’attuale Segretario alla difesa, rispettato Generale del Corpo dei Marines in congedo, James Mattis, ossia: “I were to sum up what I’ve learned in 35 years of service, it’s improvise, improvise, improvise” (“Dovessi riassumere quello che ho imparato in 35 anni di servizio è improvvisare, improvvisare, improvvisare”).

di Luca Bettinelli
Redazione
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