Il caso dei palestinesi in Cile

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Più di 13.000 km separano il Cile dalla Terra Santa, eppure nelle scorse settimane il paese sudamericano ha osservato da vicino il conflitto tra Israele e Hamas. La comunità palestinese in Cile, la più numerosa al mondo al di fuori del medio oriente, ha manifestato a sostegno dei palestinesi di Gaza, Gerusalemme e Cisgiordania.


Nella giornata di martedì 18 maggio in diverse città del paese e in osservanza alle norme anti-covid, sono state organizzate carovane di automobili con striscioni, veicoli dipinti e migliaia di bandiere palestinesi. A Santiago la mobilitazione ha coinvolto circa 30 mila persone e la coda che si è creata era lunga 11 chilometri.

Carovana di auto in protesta a Santiago (Federación Palestina, Tele 13)

Proprio nella capitale, nei giorni successivi è stata lanciata una campagna di sensibilizzazione attraverso l’affissione di gigantografie e cartelloni pubblicitari con la scritta “no más apartheid”, in riferimento al report pubblicato il 27 aprile 2021 da Human Rights Watch (HRW). Sulla base del suddetto report, frutto della ricerca condotta in Israele e nei Territori Palestinesi Occupati, HRW conclude che il governo israeliano favorisce intenzionalmente pratiche di “dominio” razziale della popolazione ebraica israeliana ai danni di quella palestinese, a cui si aggiungono “oppressione sistematica e atti disumani”. Quando questi tre elementi si verificano contemporaneamente costituiscono il crimine di apartheid, ai sensi della Convenzione internazionale sull’Apartheid e dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale.

A queste manifestazioni pacifiche si è aggiunto un intenso dibattito sulle diverse piattaforme mediatiche che dimostra il grado di organizzazione e il peso della comunità palestinese in Cile, tant’è che la solidarietà è stata manifestata anche in Senato dove mercoledì 19 maggio si è osservato un minuto di silenzio per la morte dei 227 palestinesi e dei 12 israeliani coinvolti nel conflitto. Nella stessa giornata un gruppo di deputati e senatori cileni, appartenenti a diverse forze politiche, ha manifestato la sua solidarietà verso il popolo palestinese, srotolando uno striscione che condannava gli attacchi di Israele.

La storia dei palestinesi in Cile

Il Cile ospita la comunità palestinese più numerosa al di fuori del Medio Oriente. Si stima che attualmente circa 500 mila persone, ovvero il 2,5% della popolazione cilena, abbia origini palestinesi. Nella seconda metà dell’ottocento si registrò un’ondata migratoria di sudditi ottomani verso il continente americano.

Buenos Aires e São Paulo, grandi città costiere che partecipavano degli scambi sull’oceano Atlantico, furono raggiunte per prime da migranti siriani e libanesi. I palestinesi sbarcati in Sudamerica decisero allora di spingersi più a ovest, verso il Pacifico, e arrivarono in Cile.

Lì trovarono un mercato libero dalla concorrenza dei commercianti arabi, ma non privo di ostacoli. Non ricevettero terre o alloggi come altri immigrati europei, ma incontrarono il disprezzo delle élite creole locali che, influenzate dagli stereotipi razziali in voga nel vecchio continente, desideravano “sbiancare” e migliorare la razza cilena.

I palestinesi della prima ondata migratoria erano in maggioranza originari delle città cristiane ortodosse nei pressi di Gerusalemme come Beit Jala, Belén e Beit Sahour, ciò nonostante furono accolti e considerati come “turchi” seguaci del profeta Muhammad.

Le prime generazioni di immigrati, spinti da motivi economici, non mostrarono un forte attaccamento ai propri tratti identitari; rinunciarono ai cognomi e alla lingua araba e lentamente furono accettati celebrando i primi matrimoni misti intorno al 1910-1920.

I nuovi immigrati si identificavano in base alle città di origine e tra di loro si riconoscevano come arabi delle provincie ottomane di Siria, Libano e Palestina. A partire dai mandati britannici e francesi degli anni Venti si delineò una nuova identità di carattere nazionale e anche tra i residenti oltreoceano si cominciò a fare riferimento alla Palestina storica.

Il conflitto del 1948 segnò l’avvio di una nuova fase migratoria di tipo politico, marcata dal nazionalismo palestinese come principale tratto identitario.

Gradualmente i palestinesi si integrarono nella società ospitante, partecipando alla vita economica, sociale e politica cilena. Rimboccandosi le maniche, le prime generazioni di immigrati si dedicarono allo scambio di prodotti provenienti dalla Terra Santa, specializzandosi nella vendita al dettaglio e nel commercio ambulante. In molti si stabilirono nel municipio di Recoleta, settore abitato dalla classe bassa della capitale, in quello che oggi è il quartiere Patronato.

Nel 1920 fondarono il Club Palestinese, centro comunitario per l’organizzazione di eventi sociali, culturali e sportivi. Nello stesso anno nacque l’omonima società calcistica, che ancor oggi gioca nella massima serie del calcio cileno, vantando 2 titoli e 3 coppe nazionali.

Giocatori del Deportivo Palestino manifestano solidarietà ai palestinesi di Sheikh Jarrah, 8 Maggio 2021 [Credit to:Club Deportivo Palestino]
Nei primi decenni del XX secolo i palestinesi emigrati contribuirono allo sviluppo industriale del paese, specialmente nel settore tessile e bancario. Si trattò di uno sviluppo eterogeneo che non interessò l’intera comunità palestinese. Durante gli anni dell’Unidad Popular il governo di Allende nazionalizzò le fabbriche tessili creando una frattura con le grandi famiglie capitaliste degli Yarur, Sumar, Said e Hirmas, che in risposta appoggiarono il Colpo di stato militare, assieme ai Kassis Sabag dell’industria alimentare. In seguito gli imprenditori palestinesi estesero i loro interessi anche al settore immobiliare e ai mezzi di informazione.

Attualmente i palestinesi in Cile sono un gruppo assimilato. La maggioranza si considera cileno-araba e le tradizioni del paese d’origine sopravvivono attraverso il cibo, la musica e la famiglia intesa come rete solidale.

L’eterogeneità economico-sociale di partenza e le divisioni politiche si sono mantenute nei decenni, ma c’è un relativo consenso quando si affronta la questione palestinese, soprattutto a seguito del massacro di Sabra e Shatila del 1982, nei confronti dei rifugiati palestinesi in Libano.

Questa cooperazione si riflette nell’intergruppo parlamentare cileno-palestinese e nella Federazione palestinese del Cile, importante organizzazione sociale che rappresenta questa collettività di fronte all’OLP.

Il pragmatismo della politica estera cilena in Medio Oriente

Quando si tratta della politica estera in Medio Oriente, il governo cileno sceglie il pragmatismo. Non era stato così durante gli anni di Pinochet. Il paese ruppe i rapporti con l’OLP nel 1978, a seguito dell’embargo di armi imposto dall’amministrazione Carter e il parallelo avvicinamento a Israele per la fornitura di materiale bellico.

Dal ritorno della democrazia a oggi, la diplomazia cilena ha assunto una posizione equidistante tra Israele e Palestina, funzionale alla condizione di piccolo paese, promotore del multilateralismo e alleato degli Stati Uniti.

Leggi anche: Il curioso caso del Cile tra sviluppo apparente e disuguaglianza

La diplomazia cilena cerca un proprio spazio nel mondo arabo, massimizzando il margine di manovra che gli è concesso, senza creare tensioni con Washington oppure con il Brasile, potenza politica sudamericana.

Nel 1998 il paese fu il primo del continente a inaugurare una delegazione presso l’Autorità Palestinese a Ramallah. Dal 2005 il Cile è un osservatore permanente della Lega Araba e nel 2011 ha aderito all’ondata regionale, promossa da Brasilia, per il riconoscimento dello Stato palestinese.

Tuttavia la dichiarazione cilena, al contrario di quelle dei suoi vicini, volutamente non fa riferimento ai confini territoriali palestinesi anteriori alla guerra dei sei giorni. Il problema palestinese è affrontato da un punto di vista del diritto internazionale: sostenere la creazione di uno Stato sovrano indipendente, nell’ambito di un accordo di pace basato sulle risoluzioni dell’ONU.

La comunità cileno palestinese fa da ponte verso il mondo arabo, ma solo attraverso una dimensione commerciale. Ogni visita ufficiale nei territori palestinesi include anche un viaggio in Israele, per non irritare nessuno.

Il presidente Piñera, durante una visita in Palestina, scopre la targa commemorativa del Bicentenario del Cile (Credit to: Ministerio de Relaciones Exteriores de Chile, 2011)

La comunità palestinese in Cile è un caso rilevante non solo per le sue dimensioni, ma anche per l’influenza trasversale esercitata all’interno della società cilena: mondo imprenditoriale, sport e politica. Le giovani generazioni mostrano interesse a riscoprire le proprie radici arabe, inoltre la tecnologia accorcia le distanze tra i due continenti.

Fino a oggi l’attaccamento alla Palestina si è manifestato soprattutto con le parole, il sostegno morale e l’aiuto umanitario, ma non si è tradotto in una politica ideologica. Si tratta in generale di una comunità assimilata, che approfitta dei legami con il mondo arabo in modo funzionale all’interesse nazionale del paese andino.

Di: Alberto Mazzuca

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