Il conflitto tra le nevi del Kashmir

Kashmir
http://it.wikipedia.org/wiki/Kashmir#mediaviewer/File:Kashmir_region_2004.jpg
Scontri a fuoco con le forze armate pakistane, guerriglia, disastri naturali e impasse istituzionale minano la stabilità dello stato indiano Jammu e Kashmir

“It’s time to wake up Indians”. Chi abbia visto il film Vertical Limit (regia di Martin Campbell, 2000) potrà ricordare una delle scene iniziali del film, in cui un ufficiale dell’esercito pakistano, durante un colloquio con il protagonista Chris O’ Donnel, ordina ad un suo sottoposto: “Three o’ clock. It’s time to wake up Indians” (Sono le tre. È ora di svegliare gli indiani). Nella scena successiva, le artiglierie pakistane fanno sentire la propria voce. Un modo originale di “svegliare gli indiani”, che ben descrive la situazione ai confini settentrionali tra India e Pakistan, a ridosso della regione del Kashmir.

Il Kashmir è una delle regioni abitate più alte del mondo. Chiusa dalle possenti montagne del Karakoram tra India, Pakistan e Cina, la zona è oggi teatro di una delle più lunghe e accese contese territoriali post-coloniali. Dal 1947, l’area è stata oggetto di rivendicazioni tra le forze indiane e pakistane: un conflitto ad alta intensità (prima) ed a bassa intensità (poi), interrotto da tregue più o meno lunghe e intervallato da guerre vere e proprie (le guerre indo-pachistane del 1947, 1965 e 1971; la guerra sino-indiana del 1962; la guerra del Kargil tra l’esercito indiano e pachistano nel 1999). Il ceasefire più recente (nonché duraturo) risale al 2003, tutt’ora inviolato. Almeno apparentemente.

La morfologia geografica porrebbe difficoltà logistiche a chiunque: l’altitudine locale supera spesso i 5000 metri di quota, gli inverni sono gelidi e lunghi, le nevicate abbondanti e problematiche, le alluvioni frequenti. L’economia si basa principalmente sull’agricoltura e sulla produzione di lana (il celebre cachemire), che rimangono i principali settori della regione (nonostante sembra esistano riserve di idrocarburi nell’area controllata dall’India).

La vera ricchezza del Kashmir, tuttavia, non è lana o produzione agricola. Un po’ più in alto, inerpicati lungo i contrafforti del Karakoram, risaltano alcuni dei ghiacciai più grandi del mondo, come il celebre Ghiacciaio Siachen. La più grande risorsa della regione. Un potenziale bacino di risorse idriche ed energetiche, che senz’altro fa gola a paesi ad alta densità abitativa, in via di sviluppo e affetti da numerosi problemi legati alla sovrappopolazione.

Nell’ottobre 2014, gli eserciti indiano e pakistano si sono scambiati colpi d’arma da fuoco sul confine, causando 16 morti. Come prevedibile, le autorità di Islamabad e Nuova Delhi si sono reciprocamente accusate della responsabilità dell’ accaduto. All’inizio di gennaio, nuovi scontri a fuoco hanno indotto 10000 indiani a spostarsi dalle loro case. Uno scambio di colpi tra artiglierie, quasi come se non fosse mai stata proclamata una tregua.

La gravità della situazione, però, è ben maggiore. Lo Stato indiano di Jammu e Kashmir, tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015, sembra essere entrato in crisi.

Nel mese di settembre era stato colpito da tremende alluvioni, i cui effetti disastrosi non sono stati ancora neutralizzati. I militanti anti-indiani creano tutt’oggi non pochi problemi. Il 15 gennaio, nel distretto di Shopian, l’esercito indiano ha ucciso 5 militanti; il giorno successivo, in occasione dei funerali, proteste spontanee e disordini si sono verificati in tutta l’area. La questione dei militanti islamici costituisce un altro punto di frizione tra Nuova Delhi e il governo di Islamabad, che ha pubblicamente riconosciuto il sostegno pakistano ai ribelli anti-indiani nello stato di Jammu e Kashmir.

A ciò va ad aggiungersi l’impasse istituzionale. Nelle ultime elezioni, svoltesi tra il 25 novembre e il 20 dicembre, non è emerso un partito sufficientemente forte in grado di formare un governo (la condizione per il quale è il controllo di 44 seggi su 87). È assai probabile che l’autonomista PDP (People’s democratic party), il partito maggioritario (28 seggi), formi una coalizione con il pro-indiano National Conference per escludere l’altro grande partito della regione, il nazionalista Bharatiya Janata Party (il partito dell’attuale Primo Ministro indiano, Narendra Modi).

Difficile prevedere se la situazione verrà ad aggravarsi o si stabilizzerà. Una cosa tuttavia è certa: il conflitto “più alto del mondo” è ancora aperto e potenzialmente in grado di esplodere in qualsiasi momento.

Paolo Albergoni