Israele si sposta sempre più a destra

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di Marta Furlan
La nomina di Lieberman a Ministro della Difesa nasce da calcoli di politica interna da parte del Primo ministro Netanyahu. Vi spieghiamo, a mente fredda, come mai questa mossa rischia di avere pesanti conseguenze sulla stabilità politica interna ed estera di Israele.

La fine del sodalizio tra Netanyahu e il suo ex-Ministro della difesa Moshe Yaalon, divenuta ufficiale il 20 maggio con le dimissioni di quest’ultimo, è lo specchio della più ampia frattura che sta attraversando la società israeliana (e che ne sta mettendo in discussione alcuni valori), ben esemplificata dalla controversia nata a inizio maggio a seguito dell’uccisione di un giovane palestinese – dopo un tentato attacco terroristico all’arma bianca – da parte di un soldato dell’Israeli Defence Force (IDF), nonostante il palestinese giacesse a terra inerme.

Il gesto del soldato israeliano è stato la miccia che innescato profonde divisioni non solo nell’opinione pubblica israeliana, ma anche nella stessa classe politica, con Yaalon che non ha moderato la propria condanna nei confronti del giovane sergente, e un Netanyahu che ha invece assunto una posizione più conciliante nei confronti del (colpevole e sotto processo) membro dell’esercito.

Sostenitori dell’estrema destra israeliana manifestano in supporto al soldato sotto processo per aver ucciso un ragazzo palestinese inerme dopo un fallito attacco con un coltello / credits: Ilan Assayag – Haaretz

A rendere più profonda la distanza tra Yaalon e Netanyahu, poi, è arrivato il discorso con cui un ufficiale israeliano, il generale Yair Golan, ha comparato il mutamento della società israeliana alla situazione pre-nazista della Germania degli anni ’30. Un discorso indubbiamente forte e controverso, che ha suscitato sentimenti contrastanti sia all’esterno che all’interno di Israele, dove la condanna da parte del Primo ministro è stata controbilanciata dalla difesa da parte dell’ex-Ministro della difesa.

I contrasti tra Netanyahu e Yaalon hanno quindi raggiunto il punto di non ritorno. Mercoledì scorso, infatti, Netanyahu ha impresso una svolta cruciale all’immagine e alla linea politica del proprio governo nel momento in cui – abbandonati definitivamente i tentativi durati più di un anno di avvicinamento a Herzog, leader principale dell’opposizione – ha raggiunto un accordo con il partito di estrema destra Yisrael Beytenu ed ha nominato il suo leader, Avigdor Lieberman, Ministro della Difesa al posto di Yaalon.

Lieberman, capo del partito di estrema destra Yisrael Beitenu, con alcuni membri del suo partito a Gerusalemme / Reuters

Netanyahu e il suo partito, il Likud, stavano da tempo cercando di allargare la debole maggioranza di governo – maggioranza che stava in piedi per un solo voto alla Knesset, unica Camera del Parlamento israeliano. Proprio per questo motivo la nomina di un outsider come Lieberman non deve essere letta alla luce delle tensioni emerse tra Netanyahu e Yaalon.

L’accordo di mercoledì, e la conseguente inclusione del partito di estrema destra Yisrael Beytenu nella coalizione ha infatti portato 5 importanti voti alla maggioranza, il che darà a Netanyahu un più largo margine di manovra e maggiore indipendenza.

In secondo luogo, la mossa di Netanyahu va riportata alla preoccupazione del Primo ministro di apparire debole e remissivo agli occhi della destra israeliana rispetto alla questione cruciale (e dallo scorso ottobre sempre più incalzante) degli attacchi terroristici. L’appoggio dato dagli elettori a Netanyahu durante le scorse elezioni, infatti, è dipeso molto dalla capacità di “Bibi” di presentarsi come affidabile garante della sicurezza all’interno di una società che è vittima di scontri continui tra le sue due anime etniche e religiose.

Di fronte alla posizione votata alla moderazione assunta da Yaalon rispetto ai più recenti avvenimenti, il timore di Netanyahu era pertanto quello di perdere la propria credibilità e – di conseguenza – il proprio tradizionale bacino elettorale. L’avvicinamento al partito ultra-nazionalista di Lieberman diventa allora in quest’ottica funzionale a garantire al Primo ministro il costante supporto della destra israeliana.

Individuate le principali motivazioni che si celano dietro la nomina di Lieberman, diventa necessario chiedersi quali saranno le possibili implicazioni di una decisione che rappresenta un vero e proprio turning-point nella politica interna ed estera dello stato Israeliano.

Noto sia in Patria che all’estero per l’estremismo delle sue posizioni rispetto alla questione della “two-state solution” e rispetto ai tesi rapporti con la società palestinese e con i vicini regionali, Lieberman è spesso stato al centro di controversie e, la sua ascesa al vertice del Ministero della difesa, non ha potuto che suscitare preoccupazioni.

Soldati israeliani recintano l’area dove un soldato IDF ha sparato ad un attentatore palestinese armato di coltello mentre era inerme a terra / Ap Photo

A livello interno, Lieberman ha sempre mantenuto una posizione di netto rifiuto nei confronti di una risoluzione del conflitto israelo-palestinese che passi attraverso la legittima creazione di due Stati. Questa intransigenza nell’approccio alla questione palestinese, secondo alcuni analisti politici israeliani, è indice di una sostanziale incapacità di dare une lettura razionale della realtà sociale e politica di Israele. L’ascesa della linea politica di Lieberman non potrà che acuire le tensioni e rendere ancora più precaria la sicurezza interna allo Stato israeliano. C’è poi chi fa notare una poco chiara vicinanza tra Lieberman e alcuni gruppi di pressione sponsorizzati da Mosca: la Russia di Putin negli ultimi anni si è distinta per aver appoggiato e finanziato diversi gruppi di estrema destra in Europa, e anche questo causa preoccupazioni in diversi settori politici del Paese.

Il paese, attualmente, ha bisogno di leader che abbracci un approccio di moderazione e apertura capace di ridurre le divisioni intra-societarie e di elaborare risposte e soluzioni che risultino accettabili sia per la componente israeliana che per quella palestinese, così da creare solide basi per la ripresa del dialogo.

Inoltre, il rifiuto di Lieberman per la “two-state solution” non potrà che avere pesanti conseguenze nelle relazioni tra Israele e i suoi alleati tradizionali, quali USA e UE, sempre più propensi e attivi nel cercare di promuovere un recupero del dialogo Israele-Palestina. Si pensi ad esempio al vertice di pace tenuto a Parigi il 3 giugno: Israele non ha accettato l’invito alla partecipazione, mentre l’Autorità palestinese, pur accettando l’invito, non ha partecipato a causa dell’assenza della controparte.

Gli ultimi anni hanno visto un indebolimento del vincolo tra Israele e Washington, più volte minacciato dalla distanza delle posizioni di Obama e Netanyahu. I due leader infatti, si sono spesso mantenuti su posizioni opposte rispetto a temi cruciali della politica mediorientale – primi tra tutti il dialogo con la Palestinian Authority e la questione del nucleare iraniano.

Un certo indebolimento, del resto, è emerso negli ultimi mesi anche nel rapporto tra Israele e l’Unione Europea, che in più occasioni ha manifestato il proprio disappunto rispetto alle scelte politiche di Netanyahu. Tra queste, l’occupazione dei territori in Cisgiordania, rispetto alla quale l’Unione ha adottato una presa di posizione chiara, imponendo che i prodotti importati nel mercato comune debbano riportare sull’etichetta se sono “made in Israel” o “made in Israeli settlement”.

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