La recente risalita del valore dello spread ha riportato in Italia paure mai sopite che adesso, più di prima, trovano la loro giustificazione nell’instabilità internazionale.

Agli inizi di febbraio in Italia si è ripresentato un nemico che, pur tra mille difficoltà, credevamo di aver sconfitto. Lunedì 6 febbraio lo spread, il valore che misura la differenza di rendimento tra i Titoli di Stato decennali italiani, i BTP, e quelli tedeschi, i Bund, ha sfondato quota 200, raggiungendo un livello che non toccava dal 2014, generando preoccupazioni nella classe politica. Lo spread, infatti, oltre a rappresentare un importante parametro economico, serve anche come “termometro politico”, in quanto nell’indicare la stabilità economica di un paese nel contesto internazionale, ne sanziona anche la relativa affidabilità politica.

Un basso costo degli interessi sui titoli di stato infatti identifica un paese in grado di ripagare con facilità i suoi debiti in quanto stabile, mentre un valore alto raffigura una situazione di incertezza, legata all’aumento del rischio di non veder ripagato il prestito. Nel corso del 2011 la galoppata dello spread italiano, salito da 173 punti base al record storico di 574, diede il colpo di grazia al già sfiduciato governo di Berlusconi e alla nascita del governo tecnico guidato da Mario Monti, ex Commissario europeo alla concorrenza. L’attuale risalita di questo valore, non ancora paragonabile a quella del 2011, è da ascriversi all’incertezza generata da una serie di fattori di carattere internazionale e da criticità domestiche, come il grande ammontare del debito pubblico italiano, arrivato al 132% del PIL.

L’inizio del mandato presidenziale di Donald Trump ha creato un clima di instabilità, legato non tanto alle politiche di stampo protezionista che il neo-presidente ha annunciato, bensì alla sensazione che il tycoon newyorkese sia poco prevedibile e, allo stesso tempo, incapace di sviluppare una politica sufficientemente coerente. Questa sensazione di insicurezza proveniente da oltreoceano è sostenuta da una serie di situazioni pericolose legate al palcoscenico europeo. In Francia, l’esito delle elezioni presidenziali che si svolgeranno il prossimo 23 aprile è molto incerto: i sondaggi attribuiscono al primo turno una vittoria netta per Marine Le Pen, la candidata del partito di destra Front National, che ha promesso, in caso di vittoria finale, la fuoriuscita del paese da NATO e UE, avendo individuato nell’euro e in Schengen il principio di tutti i mali francesi.

Le rinnovate difficoltà economiche della Grecia che fatica a ripagare i debiti nei confronti delle istituzioni internazionali, Fondo Monetario Internazionale in primis, hanno aggiunto un ulteriore punto di criticità al sistema europeo che, dopo la decisione britannica di uscire dall’UE, sembra incapace di affrontare le difficoltà che le si presentano. In questo contesto non sono servite a tranquillizzare gli animi le parole pronunciate dalla Cancelliera Angela Merkel circa la possibilità di un’Europa a due velocità, basata sul differimento di alcune politiche tra paesi che hanno aderito all’UE in momenti e modi diversi.

In Italia, dopo la bocciatura del referendum costituzionale e la fine dell’esecutivo Renzi, si intrecciano difficoltà politiche ed economiche: la crisi del Partito Democratico – attualmente il principale partito del paese che si avvia ad un complicato congresso -, i problemi di sostenibilità del sistema bancario e del debito pubblico italiano. Queste criticità rischiano di aprire la strada all’avanzata di politiche di stampo nazionalista e/o populista. Da un punto di vista di valutazione del rischio politico le recenti fibrillazioni dello spread italiano sono più motivate che in passato, in quanto l’instabilità politica domina gli scenari internazionali e tocca il suo apice proprio in Italia.

L’incertezza politica ed economica pone l’Italia sul ciglio di un burrone, come ha definito la situazione l’Economist in una copertina del 2016, da dove potrebbe trascinare gli altri membri dell’Unione Europea con sé. Le dichiarazioni del governatore della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, in risposta alle insinuazioni di Donald Trump su euro e Germania, sono riuscite a tranquillizzare i mercati, ma non l’ambito politico europeo dove la sensazione che la UE abbia una forte impronta germanica è abbastanza condivisa e i motivi di contrasto sono oramai all’ordine del giorno. In questi giorni il valore dello spread italiano è sceso nuovamente sotto la soglia di 200, ma le continue indecisioni politiche, legate a doppio filo ad un’economia stagnante e al cronico rimando delle necessarie riforme, potrebbero appalesare il giudizio di un’altra famosa copertina dell’Economist, quella del 2005 nella quale l’Italia era definita il vero malato d’Europa.

di Danilo Giordano
Danilo Giordano
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