Di Leonardo Stiz
Quando l’ultimo albero sarà abbattuto e l’ultimo fiume avvelenato e l’ultimo pesce pescato ci renderemo conto che non potremo mangiare il denaro (Proverbio indiano)

La questione del diritto al cibo sta lentamente diventando una faccenda globale sempre più dibattuta anche tra i non addetti ai lavori. Il significato di tale diritto può sembrare ovvio, soprattutto perché è difficile credere che qualcuno possa essere in disaccordo con la sua esistenza. Tuttavia non serve essere degli esperti per capire che tale diritto, nel mondo, è ancora lontano da trovare una sua applicazione pratica; come mai?

Innanzitutto, il tema del diritto al cibo è più articolato di quello che si potrebbe pensare; non riguarda semplicemente il diritto di ogni persona a nutrirsi a sufficienza, cosa già di per sé non scontata. Rendere possibile quella che appare come un’ovvietà però ha dei risvolti economici e politici, e dipende da interventi pubblici strutturali e costosi.

La concretizzazione del diritto al cibo dipende innanzitutto dalla disponibilità diretta, naturale, di risorse alimentari. Qualora non fossero disponibili a sufficienza, dovrà intervenire un sistema di mercato efficiente, comprensivo d’infrastrutture e mezzi per la produzione e la distribuzione e che risulti accessibile economicamente a tutta la popolazione. Se a questo aggiungiamo il requisito della qualità ecco che il diritto di ogni persona a nutrirsi a sufficienza diventa piuttosto costoso, per nulla scontato e in alcune parti del mondo irrealistico.

Sono 160 gli stati che hanno in qualche modo riconosciuto l’esistenza di tale diritto. Tuttavia, per molti di essi ciò avviene in via trasversale per mezzo della sottoscrizione del Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali (1966), che contiene fra i diritti enumerati quello all’alimentazione. Si sa però che tra riconoscere un diritto e poterne usufruire c’è differenza. Nel mondo sono solo 13 gli stati che lo hanno inserito all’interno della Costituzione come principio generale ed espresso, e di questi, 10 hanno adottato anche una struttura legislativa per cercare di renderlo effettivo. L’attuazione del diritto al cibo comporta una lunga e complessa serie di disposizioni pratiche che curino aspetti quali l’educazione e la costruzione di una consapevolezza generale sul tema, sistemi di advocacy per permetterne la protezione diretta – di fronte ad un tribunale – con sanzioni in caso di violazione, il monitoraggio, una rete di persone e di mezzi per la distribuzione, risorse tecniche, la riduzione degli sprechi, autorità competenti, i prezzi e molto altro.

Tra tutti gli stati (pochi), che stanno portando avanti un impegno in questo senso, spicca il Brasile, preso spesso ad esempio nei rapporti stilati dalla FAO, altri stati del Sud America come Ecuador, Argentina e Bolivia e l’Indonesia. Nella lista non figura nessuna potenza industriale, e il fatto non è di poco conto. In un mondo dove 1,3 miliardi di tonnellate di cibo commestibile vengono sprecate ogni anno, la maggior parte delle quali in paesi industrializzati, il problema riguarda soprattutto la distribuzione delle risorse. Il diritto al cibo ha sì bisogno di concretizzazione sul piano nazionale, ma la soluzione più effettiva sarebbe quella di riequilibrare la bilancia tra chi spreca troppo e chi non ha nulla, con gran parte della responsabilità sulle spalle dei primi. Ma qui entrano in campo politica, economia e relazioni complesse oltre appunto al senso di responsabilità. Negli Stati Uniti, nazione che si distingue per sprechi da record, il diritto al cibo non è nemmeno riconosciuto indirettamente. Come tutte le questioni globali, in cui questo diritto rientra, la chiave sta nella cooperazione tra individui prima che tra nazioni. Senza la prima, la seconda non è che una chimera; un importante e lodevole sforzo, ma che produrrà risultati che al confronto restano limitati.

Redazione
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