La Romania sedotta dall’euroscetticismo ora è a un bivio

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Come sono andate le elezioni in Romania? Affluenza bassissima, meno del 32%. Disilluse le aspettative del premier uscente Ludovic Orban di fare incetta di voti. Recupera voti invece il Partito social democratico che, pur arrivando primo, non potrà governare non potendo contare sull’appoggio delle altre forze politiche.

Domenica quasi 19 milioni di elettori sono stati chiamati alle urne per rinnovare la Camera dei deputati e il Senato della Romania. Ma di questi, complice anche la difficile situazione sanitaria, meno di 6 milioni hanno effettivamente fatto valere il proprio diritto di voto.

Tre i principali candidati alla guida del Paese. Da un lato il premier uscente Ludovic Orban (che con l’omologo ungherese condivide solo il cognome) del Partito nazionale liberale di area europeista e membro del Partito popolare europeo, dall’altro Marcel Ciolacu del Partito socialdemocratico che porta avanti una politica euroscettica e a tratti nazional-populista.

Ma l’ago della bilancia sarà – e non è un mistero per nessuno – la coalizione centrista di Alleanza 2020 USR PLUS con alla testa Dacian Ciolos, già primo ministro tra il 2015 e il 2017, commissario europeo per l’Agricoltura con José Manuel Barroso e attuale capogruppo Renew Europe al Parlamento europeo.

Ma in Romania, negli ultimi quattro anni di legislatura, si sono contati ben cinque Governi di cui gli ultimi gli ultimi due a guida del Partito nazionale liberale uscito perdente alle ultime elezioni politiche nel 2016. E questo la dice lunga sulla difficoltà nel gestire il Paese.

Romania: Centrosinistra vince, ma non governerà

A uscire vincitore, ma solo a livello di voti assoluti, è stato il Partito social democratico di Marcel Ciolacu che ha conquistato un dignitoso (ma insufficiente) 31,5%. Un dato, quest’ultimo, comunque nettamente inferiore rispetto al 45,48% delle politiche del 2016 che incoronarono Sorin Mihai Grindeanu alla guida del Paese.

Dalla tornata elettorale il Partito nazionale liberale è invece uscito con le ossa rotte. A nulla sono serviti gli sforzi dell’ultimo anno del premier Orban scelto come capo del Governo nel novembre del 2019 dopo il passo indietro dalla socialista Viorica Dăncilă.

Romania, il leader dell'Psd Marcel Ciolacu
Romania, il leader dell’Psd Marcel Ciolacu / Ph: Facebook

Orban era stato designato alla guida di un Esecutivo di minoranza (con l’appoggio esterno dei socialisti) dal presidente della Repubblica Klaus Iohannis a seguito delle dimissioni di Dăncilă dopo una mozione di sfiducia votata dal suo stesso partito.

Il premier romeno uscente puntava a oltrepassare almeno il 30%, ma si è dovuto però accontentare di un 26% scarso (6 punti percentuali in più rispetto alle elezioni del 2016). Questo risultato ha portato alle dimissioni del capo del Governo, arrivate lunedì alla Presidenza della Repubblica, e renderà nei fatti necessario un “apparentamento” con la coalizione centrista Alleanza 2020 quotata intorno al 15-16%.

L'esito del voto in Romania / Europe Elects
L’esito del voto in Romania / Europe Elects

Degno di nota è anche il grande balzo (ma comunque contenuto) del partito di estrema Destra, e legato alla Chiesa ortodossa, Alleanza per l’unità dei romeni che grazie al suo 9% entra per la prima volta in Parlamento.

L’ombra dell’euroscetticismo e l’influenza magiaro-polacca

La (non) vittoria del fronte euroscettico romeno del Psd (che negli altri Paesi dell’Est Europa è, invece, rappresentato da partiti del Centrodestra più o meno moderato) ha comunque scaldato gli animi tra i Governi del gruppo Visegrad.

La Polonia di Mateusz Morawiecki e l’Ungheria di Viktor Orban, infatti, non hanno comunque nascosto l’apprezzamento dell’esito uscito dalle urne di domenica. Un’influenza, quella di Varsavia e Budapest, che ha pesato parecchio in queste ultime elezioni e che vorrebbe portare anche la Romania nell’alleanza dei Paesi che non guardano con favore gli interessamenti di Bruxelles nelle vicende di politica interna.

Alcuni membri del Partito social democratico romeno più di una volta, nel recente passato, sono stati coinvolti in fatti di cronaca giudiziaria legati a episodi di corruzione, peculato e clientelismo. Storie che hanno scatenato accese rivolte e manifestazioni.

Un esempio su tutti riguarda l’ex premier Adrian Năstase, condannato in via definitiva nel 2012 proprio per corruzione. Un secondo caso ha poi coinvolto nel 2015 un altro ex primo ministro, Victor Ponta, indagato e costretto alle dimissioni anche da presidente del partito.

Nel maggio del 2019 il vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans aveva poi sollevato il caso dello Stato di diritto proprio in Romania. Bruxelles, in quell’occasione, non aveva nascosto le sue preoccupazioni di fronte a una serie di modifiche al Codice penale che “alleggeriva” i termini per i reati legati alla corruzione e minava all’indipendenza della stessa magistratura.

Si punta a un Governo di larghe intese

Proprio per uscire da questa impasse politica e istituzionale, il presidente della Repubblica Klaus Iohannis dovrà gestire la situazione cercando di trovare la quadra per garantire alla Romania un Governo stabile.

Romania ex premier Ludovic Orban
Romania, l’ex premier Ludovic Orban / Ph: www.gov.ro

La palla quindi passerà nelle mani del Partito nazionale liberale che, praticamente con certezza, potrà avere i numeri in Parlamento per formare un Esecutivo di coalizione insieme ai liberal-riformatori di Alleanza 2020 di Dacian Ciolos.

A restare a bocca asciutta, nonostante la vittoria almeno dal punto di vista numerico, sarà il Partito social democratico che (stando alle ultime indiscrezioni) non voterà la fiducia al Governo. Nel frattempo l’Esecutivo è nelle mani del premier ad interim Nicolae–Ionel Ciucă in attesa che il Parlamento trovi la quadra su un nome per dare il via ufficiale alla nuova legislatura.

di Omar Porro

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