Che le rivendicazioni di Pechino nei confronti del Mar Cinese Meridionale non avessero nessuna giustificazione storica o giuridica era già un’impressione consolidata. Il verdetto della Corte Permanente d’Arbitrato non sorprende nei contenuti, ma trattandosi della prima pronuncia di una Corte internazionale su una delle più delicate questioni geopolitiche del nostro tempo, i suoi effetti potrebbero avere importanti conseguenze.

La saga che ormai da molto tempo interessa il Mar Cinese Meridionale, iniziata nel 1947 con la pubblicazione della Nine Dash Line da parte della Cina, è arrivata ad un punto di svolta. La delicata questione delle rivendicazioni territoriali di Pechino in tale area è approdata di fronte alla Corte Permanente d’Arbitrato dell’Aia (istituzione giuridica delle Nazioni Unite) soltanto nel 2013, quando le Filippine hanno intentato una causa contro la Cina che aveva occupato una serie di scogli ed isolotti in gran parte sommersi chiamati Scarborough Shoal, al largo delle coste dell’isola filippina di Luzon; un’area molto pescosa e potenzialmente ricca di materie prime.

Che cosa è la nine-dash-line

via IlPost.it

Tutta la questione delle aree contese è nata nel 1947, quando l’allora governo cinese nazionalista – quello che oggi ha sede a Taiwan – fece alcune vaghe rivendicazioni su una serie di isole disabitate nel mar Cinese Meridionale, alcune delle quali a migliaia di chilometri dalle coste cinesi e a poche decine da quelle di Vietnam, Filippine e Malesia. Unendo questi “nove puntini” (che all’inizio erano undici) si ottiene una forma ad “U” che occupa sostanzialmente l’intero Mar Cinese Meridionale. Nel 1949, con la fondazione della Repubblica Popolare Cinese guidata dai comunisti, il nuovo governo fece proprie le rivendicazioni precedenti dei nazionalisti. Ancora oggi la questione rimane piuttosto indefinita, visto che la Cina non ha mai chiarito ufficialmente quali siano i confini delle aree che rivendica. Non sono chiari nemmeno i motivi per cui i cinesi dovrebbero rivendicare un’area così lontana dalle loro coste (alcuni accademici cinesi hanno suggerito ragioni storiche non meglio precisate).

La linea ottenuta collegando i nove puntini – che in inglese è indicata con l’espressione “nine-dash line” – è in conflitto con le cosiddette “zone di sfruttamento economico esclusivo” di tutti i paesi che si affacciano sul Mar Cinese Meridionale: Filippine, Brunei, Malesia e Vietnam. Semplificando, si tratte di aree su cui, per le leggi internazionali, un paese gode di diritti economici esclusivi, in quanto situate entro 200 miglia nautiche dalle coste. La questione è ritornata di attualità nel corso del 2014, quando il governo cinese ha cominciato la costruzione di quella che è stato soprannominata la “Grande muraglia di sabbia”, cioè l’ingrandimento delle isole Paracel e Spratly, una serie di isolette e barriere coralline disabitate.


Il procedimento si è concluso con il verdetto della Corte il 12 luglio 2016: secondo i giudici la Cina avrebbe violato il diritto internazionale e non avrebbe nessun diritto di rivendicazioni territoriali in quelle acque. Nello specifico, la sentenza (che si può leggere integralmente qui) chiarisce ufficialmente che non esiste prova alcuna della legittimazione storica di Pechino sulla vasta area marina in oggetto, e che quindi non vi sono fondamenti legali per avanzare pretese di sovranità nella zona delimitata dalla famosa linea tratteggiata (che comprende il 90% del Mare Cinese). La Cina starebbe violando la Convenzione delle Nazioni Unite sulla legge del mare (UNCLOS), che determina a livello internazionale i criteri di suddivisione delle acque territoriali, delle zone economiche esclusive (ZEE), delle acque internazionali, eccetera.

Zone marittime nel diritto internazionale / credits: Neq00 – Wikimedia

La Corte ha chiarito, inoltre, che la costruzione di isole artificiali ed il controllo delle isole Spratly non legittimano l’espansione delle acque territoriali e della zona economica esclusiva cinesi, come invece ripetutamente sostenuto da Pechino. Tali aree, secondo le regole del diritto internazionale, appartengono legittimamente alle Filippine, e non ci sarebbero sovrapposizioni di aree marittime a cui possano seguire legittime pretese di rivendicazione.

Mappa dell’area rivendicata da Pechino, disegnata decenni fa / Wikimedia Commons

La Corte ha quindi riconosciuto violazioni del diritto internazionale da parte della Cina, nonché violazioni del diritto delle Filippine di esercitare la giurisdizione nelle proprie acque territoriali e nella propria zona economica esclusiva. In particolare, Pechino è stata riconosciuta colpevole di aver interferito con l’esercizio delle legittime attività di pesca e di sfruttamento del suolo marino da parte di Manila, di aver costruito isole artificiali in territorio filippino e di non aver impedito ai pescherecci cinesi di esercitare attività di pesca in tali acque.

Le reazioni della Cina non si sono fatte aspettare. Pechino non aveva preso parte al procedimento, non riconoscendo di fatto la legittimità e l’autorità della della Corte, pubblicando un position paper in cui dichiarava che tali dispute andassero risolte bilateralmente – con un evidente vantaggio contrattuale della Cina rispetto a tutti gli altri Paesi, più piccoli, che si affacciano sulle aree contese.

La Cina ha fatto sapere attraverso le proprie agenzia di stampa statali che non accetterà la pronuncia e che non si conformerà ad essa, sostenendone la nullità e l’assenza di forza vincolante. La rivista specializzata di geopolitica asiatica The Diplomat, nel 2014 prospettava la possibilità di 3 diverse reazioni della Cina ad una sentenza – scontata – a favore delle Filippine:

  1. La Cina potrebbe semplicemente ignorare la decisione;
  2. La Cina potrebbe rispondere “giuridicamente” sostenendo che le rivendicazioni su quelle acque precedono la Convenzione sul diritto del mare dell’Onu, e che quindi la decisione non ha valore giuridico;
  3. La Cina potrebbe ritirare la propria firma dalla Convenzione UNCLOS, disconoscendo i trattati da essa stessa firmati. La Cina potrebbe peraltro giustificare il proprio ritiro dall’UNCLOS sostenendo che, dopotutto, anche gli Stati Uniti non ne fanno parte (con la differenza che gli USA non hanno mai firmato  ratificato la Convenzione).

Secondo alcuni analisti, l’ultima opzione, oggi, risulta essere la più probabile. Ad ogni modo, Pechino si troverà a subire pressioni sempre più incalzanti, alle quali dovrà fornire delle risposte ben più consistenti di quelle precedentemente date, che si basavano su affermazioni di carattere essenzialmente nazionalistico.

Non è da escludere, poi, che intensifichi le attività – militari e marittime – già intraprese nelle zone contese, dato che le dimostrazioni di forza sono state, in questo contesto, lo strumento più utilizzato dalla Cina per affermare la propria volontà e mandare i messaggi più significativi agli altri Paesi rivieraschi. Queste azioni potrebbero portare ad una escalation in tutta la regione – una delle più militarizzate al mondo – dove alleanze e bilanciamenti di forza si stanno consolidando da tempo, anche in funzione anti-cinese.

Militarizzazione della regione / Asia Maritime Transparency Intiative – CSIS

La comunità internazionale, per complicare il quadro, si è dimostrata divisa sulla questione, dal momento che a sostegno della causa cinese si sono schierati Stati come Russia (che comunque rimane a favore della libertà di navigazione nell’area), i Paesi della Lega Araba ed alcuni Paesi africani che da tempo ricevono investimenti cinesi, come Sudan, Lesotho e altri.

Dall’altra parte, le posizioni degli Stati rivieraschi interessati dalla questione (Vietnam, Taiwan, Malesia, Thailandia e Brunei), si irrigiderebbero se la Cina non rispettasse il diritto internazionale. La divisione è infiammata dal fatto che l’autorità e la legittimazione della Corte d’Arbitrato dell’Aia per la risoluzione di tali controversie, sono messe in dubbio da una fetta non indifferente della comunità: questa decisione, piuttosto che fornire una soluzione al conflitto, rischierebbe quindi di peggiorare la situazione già di per sé molto delicata.

Le rivendicazioni in tutto quel tratto di mare, infatti, vengono da più parti, e anche Paesi che possono considerarsi alleati nel contrastare le aspirazioni di dominio cinesi, in realtà si contendono a loro volta ampi tratti di mare che si incrociano, come la seguente mappa di Bloomberg spiega.

Tratti di mare rivendicati dai Paesi rivieraschi nel Mar Cinese Meridionale / Source: U.S. Energy Information Administration, Council on Foreign Relations, Southeast Asian Fisheries Development Center - GRAPHIC: DAVE MERRILL / BLOOMBERG VISUAL DATA

Tratti di mare rivendicati dai Paesi rivieraschi nel Mar Cinese Meridionale / Source: U.S. Energy Information Administration, Council on Foreign Relations, Southeast Asian Fisheries Development Center – GRAPHIC: DAVE MERRILL / BLOOMBERG VISUAL DATA

di Leonardo Stiz
Redazione
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