Commercio, religione e diplomazia: ecco come la Turchia espande la sua influenza sul continente africano.

Con la partecipazione al vertice turco-malgascio del 25 gennaio ad Antananarivo, capitale del Madagascar, si è concluso il viaggio africano di Recep Tayyip Erdogan. Nei giorni antecedenti il presidente turco si era recato anche in Tanzania, dove aveva incontrato l’omologo John Magufuli, e in Mozambico, dove ad attenderlo c’era il presidente Filipe Jacinto Nyusi.

In questi incontri, oltre a parlare di minacce terroristiche e a siglare accordi commerciali e di cooperazione economica in svariati settori, si è discusso anche della chiusura di tutte le scuole e istituzioni legate al predicatore Fethullah Gulen, nemico giurato del presidente Erdogan, ispiratore del movimento Hizmet e principale accusato da Ankara per il fallito golpe avvenuto nella notte tra il 15 e il 16 luglio dello scorso anno.

Quello appena conclusosi non è stato il primo viaggio nel continente effettuato dal presidente Erdogan, il quale, sin dai suoi esordi come Primo Ministro, grazie anche ad una buona dose di pragmatismo, ha rivolto le sue attenzioni all’Africa. Nel corso del 2016 il presidente turco si è recato in Africa per ben tre volte: all’inizio dell’anno ha visitato Etiopia, Gibuti e Somalia; poi tra febbraio e marzo, Guinea, Costa d’Avorio, Ghana, Nigeria e Senegal e, poco prima del colpo di stato, Uganda, Kenya e nuovamente Somalia, a sottolineare una particolare attenzione per l’ex colonia italiana.

Benché l’apertura della Turchia verso l’Africa venga fatta risalire alla fine degli anni ’90, l’anno cruciale del miglioramento delle relazioni diplomatico-commerciali è il 2008, all’inizio del quale l’Unione Africana conferisce al gigante ottomano il titolo di “partner strategico”: nell’agosto dello stesso anno, ad Istanbul, si tiene il primo Vertice di Cooperazione Turchia-Africa, al quale partecipano i rappresentanti di ben 49 stati africani. Nel corso del vertice sono stati creati una serie di meccanismi automatici che instaurano consultazioni regolari tra rappresentanti di alto livello di Turchia e Africa, nonché l’organizzazione di un secondo vertice di Cooperazione Turchia-Africa, che si è svolto a Malabo, in Guinea Equatoriale, nel novembre 2014.

Il prossimo vertice di Cooperazione dovrebbe svolgersi nel 2019 nuovamente in Turchia, ma nel frattempo, il 2 e 3 novembre 2016 si è svolto, ad Istanbul, il Business Economic Forum Turkey-Africa, organizzato dal Ministero dell’Economia turco e dall’Unione Africana, al quale hanno partecipato oltre 3mila persone, di cui 2mila africani rappresentanti di 45 paesi desiderosi di fare i loro affari con l’alleato turco.

Dati Turkish Statistical Institute / via Anadolu Agency

Tutti questi incontri hanno avuto il pregio di incrementare ulteriormente il già florido commercio tra le due aree: il valore netto delle esportazioni turche verso l’africa ha raggiunto i 12,5 miliardi di dollari nel 2015 contro i 10,33 del 2011, facendo registrare un aumento del 20,5%: una percentuale tripla rispetto a quanto avvenuto a livello globale.

Le esportazioni turche riguardano soprattutto i settori dell’edilizia e della sanità, prodotti agroalimentari, tessili, chimici, macchinari, mobili, elettrodomestici: le merci Made in Turkey sono considerate una giusta via di mezzo, in quanto di qualità più elevata rispetto a quelle cinesi, ed ad un costo più abbordabile rispetto a quelle europee.

La Turkish Airlines copre oltre 50 destinazioni africane ed è la prima linea aerea al mondo per collegamenti con le capitali africane.

I rapporti commerciali della Turchia sono particolarmente stretti con Egitto, che importa merci per un valore pari a circa 16,6 miliardi di dollari, Algeria (9,2 miliardi di dollari), Libia (9,1), Marocco (5,9) e Tunisia (4,2). Un elemento che depone a favore degli investimenti turchi in Africa è il largo impiego di manodopera locale: i più di mille progetti turchi disseminati su tutto il continente hanno prodotto oltre 17mila posti di lavoro “africani”. Per contro le importazioni di prodotti africani sono molto scarse e si limitano ai materiali preziosi quale oro, minerali, e ad alcune materie prime come cotone, legname e cuoio. La scelta di rivolgersi al continente africano non è motivata soltanto da ragioni commerciali, ma ha anche un aspetto politico e religioso.

Il presidente turco Recep T. Erdogan con la moglie (a destra) e il presidente somalo Hassan S. Mohamud con consorte, a sinistra, durante l’inaugurazione di un nuovo terminal aeroportuale a Mogadiscio nel gennaio 2015 – credits: Amison Photo / Ilyas Ahmed

La politica nazionale si articola su una lettura dei rapporti con il continente in chiave storica: la Turchia si presenta come l’erede dell’Impero Ottomano, che ha governato su gran parte del Nord Africa, Sudan e Somalia, e che si differenzia dagli altri paesi per non essersi mai tramutato in un potere di tipo coloniale. In tale contesto, l’influenza politica della Turchia è dimostrata anche dal numero delle sue rappresentanze diplomatiche, arrivate a 40 con la recente riapertura di un’ambasciata a Tripoli. Inoltre Ankara ha saputo sfruttare altri strumenti del proprio soft power, come la Turkish Airlines, compagnia aerea di bandiera che copre oltre 50 destinazioni africane ed è la prima linea aerea al mondo per collegamenti con le capitali africane.

La strategia turca non è guidata soltanto dall’aspetto commerciale, ma anche da quello religioso. L’attenzione del presidente Erdogan è concentrata principalmente su quei paesi con una forte presenza sunnita, non essendo ormai più celato l’auspicio turco di diventare la guida di questa parte del mondo musulmano.

di Danilo Giordano
Redazione
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