A un mese dal ballottaggio che lo ha visto vincitore con il 55,1% dei voti, Jair Messias Bolsonaro e il suo programma continuano ad essere al centro del dibattito politico. A spaventare è, in particolare, la riproposizione della già discussa fusione tra il Ministero dell’Agricoltura e il Ministero dell’Ambiente. Secondo Marina Silva, Ministro dell’Ambiente del governo Lula, una decisione di questo tipo inaugurerà un «periodo tragico, durante il quale si avrà un annullamento delle politiche di protezione ambientale».

Il neo-presidente deve mantenere le promesse fatte ai fazendeiros, i grandi proprietari terrieri che dominano la produzione agricola brasiliana costituendo una delle più influenti lobby del paese, proprio attraverso l’attuazione di politiche ambientali estremiste. Il primo punto di questa lista è il ritiro del Brasile dall’Accordo di Parigi (2015) sul clima, successivamente al quale sarà possibile lasciare mano libera a Paulo Guedes, probabile Ministro dell’Economia, e al suo piano di riduzione dei vincoli ambientali agli investimenti. Tuttavia, i rischi maggiori che la creazione di un superministero unico comporterebbe riguardano la salvaguardia dell’Amazzonia, che si prospetta possa essere riaperta all’attività economica, completando l’autostrada che divide in due il polmone verde del mondo.

Bolsonaro sostiene infatti che il cambiamento climatico e la deforestazione possano essere contrastati servendosi di un rigoroso piano di pianificazione familiare volto ad arrestare l’esplosione demografica, concepita come la principale causa del cambiamento climatico stesso.

Riccardo Stifani
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