I “piani Marshall” per l’Africa e il loro fallimento

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Ogni tanto, nelle cronache internazionali, spunta fuori qualcuno che propone un “Piano Marshall” per l’Africa, che nelle intenzioni permetterebbe al continente di scrollarsi di dosso la miseria a cui spesso viene associato. Spesso però i milioni di dollari spesi in fondi per lo sviluppo spariscono senza che la popolazione africana ne veda i benefici. Ma di cosa parliamo quando parliamo di “Piano Marshall per l’Africa”?

Sebbene in questo articolo si parli di Piano Marshall, è opportuno precisare il concetto che non esiste un “Piano Marshall africano”, inteso come quello che ci fu per l’Europa dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Questo per diversi motivi, che vedremo più avanti.

Nel corso degli anni, però, ci sono state molte proposte per attuare un “Piano Marshall africano”, anche se non tutte le iniziative avevano il medesimo fine. Ad ogni momento storico, governi, uomini politici e uomini dello showbiz hanno tirato fuori dal cilindro questa espressione, simbolicamente importante e facilmente riconducibile a strategie già utilizzate in passato per risollevare le sorti di un continente, nel caso del Piano Marshall originale, di quello europeo.

Alla fine degli anni ’80 per esempio, Margaret Thatcher utilizzò la carta di un “Piano Marshall” per convincere il governo di Frederik de Klerk a rompere con la politica dell’apartheid in Sud Africa e per la liberazione di Nelson Mandela. In realtà in quell’ occasione non ci fu nessuno aiuto ma tanto bastò a convincere De Klerk ad accettare la proposta, visto anche lo stato di crisi in cui versava il governo di Pretoria.

In tempi più recenti potremmo ricordare il G8 del 2005 in Scozia, quando Tony Blair presentò un grande progetto di prestiti agevolati per supportare lo sviluppo economico dell’Africa, che comprendeva anche la cancellazione del debito contratto nei confronti di alcuni governi europei.

Questi progetti si aggiungono ad altri “piani” per combattere fame e povertà. Nel 2015 l’ex Ministro francese Jean-Louis Barloo, presentò a sua volta un “Piano Marshall” di circa 4 miliardi di dollari all’anno per 4 anni per ampliare la rete elettrica in tutto il continente. All’origine di questo piano c’era anche la volontà di rafforzare la presenza francese in Africa, continente che poteva ancora offrire grandi opportunità economiche alle multinazionali francesi.

Nel 2016 Martin Schulz spingeva l’idea di un “Piano Marshall” per salvare la transizione politica tunisina. Nicolas Sarkozy, in piena campagna elettorale ha promesso – in caso di vittoria – di porre l’Africa nelle priorità della politica estera francese proponendo un “Piano Marshall per lo sviluppo” del continente. Sempre l’anno scorso si è proposto un piano per i paesi colpiti dall’Ebola.

Oggi la questione che tocca maggiormente l’Europa sono le problematiche dovute ai flussi migratori, per cui si parla nuovamente di un “Piano Marshall” per cercare di porre fine a questa crisi umanitaria. L’ha fatto recentemente il Ministro per lo sviluppo economico tedesco, Gerd Müller, che ha dato il via nuovamente al dibattito sulla questione.

Simone Shlindwein, corrispondente del quotidiano tedesco Taz in Africa, sostiene che l’Unione Europea – attraverso un altro “Piano Marshall” – avrebbe promesso la cancellazione dei debiti esteri al governo autoritario sudanese di Omar al-Bashir, se quest’ultimo fosse riuscito a non fare più transitare i migranti che vogliono raggiungere l’Europa – etiopi, eritrei e somali – dal suo territorio. Che poi è un accordo simile a quello che l’Italia aveva tentato di instaurare con Gheddafi. In questo modo, sempre secondo il giornale di Berlino, l’Unione Europea vorrebbe affidarsi ad aziende europee quali Airbus e Rheinmetall per rafforzare i controlli alle frontiere con fondi precedentemente destinati a fini umanitari ed ora reindirizzati per altri scopi.

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In Africa, per vari motivi, i criteri alla base del successo del Piano Marshall originale sono oggi assenti.
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La stessa Merkel propose un piano per la lotta al terrorismo nell’Africa Sub-Sahariana per garantirsi il mercato del petrolio e dell’uranio. Queste prese di posizione e le conseguenti scelte politiche vanno anche lette come un tentativo di frenare l’avanzata di altri attori in Africa, come ad esempio la Cina.

È tuttavia importante ricordare che il successo avuto dal Piano Marshall originale in Europa non potrebbe essere replicato senza determinati presupposti che chiaramente mancano in Africa. Il Piano Marshall conteneva priorità ben definite e soprattutto un tempo perla sua realizzazione ben preciso. Si trattava infatti – di fronte ad una capacità produttiva distrutta dalla guerra – di ricostruire un tessuto economico perduto. Per giungere a questo obiettivo bisognava passare per la ricostruzione delle infrastrutture e delle industrie.

Si è trattato di creare le condizioni – grazie ad una quantità di aiuti senza precedenti – affinché l’insieme dei paesi europei ristabilissero nuovamente delle economie di mercato capaci di crescere in autonomia. Il tenore di vita prima della guerra era in certi casi più elevato rispetto a quello africano contemporaneo, e la situazione politica alla fine della Seconda Guerra Mondiale sicuramente più stabile rispetto alla caotica condizione africana. I paesi europei avevano nelle proprie disponibilità uomini e tecnologie adatte ad un’economia di mercato. Infatti, in trenta anni si è quasi ricostruita l’Europa.

via jameshistory12.weebly.com

In Africa, per vari motivi, i criteri alla base del successo del Piano Marshall originale sono oggi assenti. Escluso rari casi, gli stati africani sono tutti stati inondati da aiuti e prestiti da oltre 50 anni e storicamente non si conoscono paesi che si siano realmente sviluppati in maniera equilibrata grazie agli aiuti esteri. Il sistema di aiuti destinati all’Africa – tanti diversi progetti senza un’organizzazione sistemica di lungo periodo – favorisce il predominio di un potere e una classe socio-politica le cui fondamenta si basano principalmente su aiuti esteri che a loro volta saranno condizionati da chi effettivamente li finanzia.

Non stupisce, che ad ogni progetto di finanziamento – come avevamo già raccontato qui – corrisponda una considerevole contropartita economica e di influenza. Tale politica mette in moto un circolo vizioso fatto di dipendenza che perde di vista lo sviluppo a lungo termine. Il problema del continente non è tanto di ordine economico. Nonostante i vari “saccheggi” effettuati ai suoi danni nel corso dei decenni, il potenziale è promettente, anche considerata l’enorme disponibilità di risorse: il continente è già molto ricco e non esce da una guerra totalizzante, tale da giustificare la necessità di una ricostruzione come quella effettuata con il Piano Marshall in Europa che, comunque, dobbiamo inserire in un contesto storico differente. Gli Stati Uniti si impegnarono con tali sforzi anche per evitare che alcuni paesi europei potessero finire nella sfera di influenza sovietica. Con il Piano Marshall gli Stati Uniti, oltre ad aver dato una spinta determinante alla ricostruzione dell’Europa e della sua economia, hanno creato le condizioni per il diffondersi della democrazia liberale e dell’economia di mercato.

L’Africa possiede alcuni elementi ed alcune istituzioni che potrebbero gestire in maniera coordinata le risorse di cui è in possesso. In passato ci sono stati peraltro dei tentativi che muovevano in tal senso,

  • “Il piano d’azione di Lagos” del 1980, iniziativa abbozzata in seno all’organizzazione internazionale che ha preceduto l’attuale Unione Africana. Aveva buoni propositi e si proponeva di non basare sulle mere estrazioni di materie prime l’economia continentale, ma non ebbe seguito;
  • Il NEPAD, proposto come un intervento per far fronte alle sfide continententali, come la povertà e l’emarginazione dell’Africa dall’economia mondiale;
  • Il PIDA (Programme for Infrastructure Development in Africa);
  • Esistono poi le varie Comunità economiche regionali, quali ECOWAS, IGAD, EAC, che sarebbero probabilmente in grado di gestire le varie problematiche se solo avessero la totale indipendenza nell’agire liberamente senza le influenze esterne che subiscono ancora oggi.

Più che di un “Piano Marshall”, i paesi africani avrebbero bisogno di un piano che garantisca la sovranità sulla gestione delle proprie risorse e permetta investimenti negli altri settori. L’Africa avrebbe bisogno di una vera autonomia politica ed economica e di una reale indipendenza che allontani le mire mercantilistiche ed imperiali degli altri attori della scena internazionale, tra cui, oggi, spicca la Cina.

via qz.com

Ci sono poi problematiche legate al Franco CFA (Franco delle Coloni francesi africane), che oggi fa da zavorra per la crescita di molte economie africane. Si tratta di una politica finanziaria imposta dal Generale De Gaulle nel 1945 – e in vigore tutt’oggi in molti paesi africani – che aveva l’obiettivo di proteggere la Francia da squilibri strutturali dovuti alla trasformazione da un’economia di guerra ad una di mercato, assicurando anche a Parigi materie prime a basso costo presso le colonie africane.

Semplificando: il Ministero delle Finanze francese ha il controllo diretto delle politiche monetarie di 15 stati africani, visto che la Banca di Francia dispone del diritto di veto sulla politica monetaria delle due Banche Centrali Africane (BCEAO e BEAC).

Carlos Lopes, ex Segretario esecutivo dell’ONU disse che

“Nessun paese al mondo può avere una politica monetaria invariata da oltre 30 anni. Questo accade solo nella zona del Franco CFA. C’è quindi qualcosa che non va.”

I paesi che partecipano a queste due istituzioni monetarie, sono inoltre obbligati a depositare presso il Dipartimento del Tesoro francese il 50% delle loro riserve valutarie per garantirsi la convertibilità della loro moneta. Se uno di questi paesi vendesse un prodotto per un valore di 1 miliardo di euro, deve versare il 50% del fatturato al Tesoro francese sotto forma di garanzia. Con questo deposito, la Francia, oltre a guadagnare in interessi, può pagare piccole parti del suo debito pubblico, mentre in Africa manca la liquidità di moneta.

Nel 2015, le due Banche centrali disponevano circa 19 miliardi di euro depositati presso il Tesoro francese. Queste somme sarebbero forse servite per lo sviluppo di quei paesi invece che giacere nelle casse parigine. Il Franco CFA dispone di una parità fissa con l’Euro, quindi evolve in funzione di quest’ultimo per cui – in caso di un economia debole con una moneta forte, come quelle africane – se l’Euro è forte i prodotti fabbricati nella zona CFA venduti all’estero perderanno automaticamente in competitività rispetto agli altri paesi in via di sviluppo. Non avendo pieno potere sulla moneta diventa difficile aver margine di manovra sulla propria economia.

via L’Opinion

La moneta dovrebbe essere al servizio della crescita dello sviluppo nazionale e regionale, ma come abbiamo visto questo non è il caso. Per cui, è evidente che se un paese non ha la capacità di decidere della propria economia, o non ha le possibilità di influire sulle politiche monetarie che direttamente la influenzano, diventa difficile intravedere un margine di sviluppo. Un paradosso, se pensiamo che la stessa Francia ha proposto un suo “Piano Marshall” per salvare l’Africa!

Anni di aiuti e prestiti hanno solo indebitato ancora di più i paesi del continente arricchendo determinate e talvolta colluse élite politiche, africane ed europee. Il vero “Piano Marshall per l’Africa” sarà possibile forse quando l’Africa raggiungerà l’autonomia politica oltre a una stabilità economica.

di Mohamed-Ali Anouar

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