In 12 casi su 16 negli ultimi 500 anni in cui una potenza in ascesa ha minacciato la posizione di una potenza affermata ne è risultata una guerra. Come evitare che accada tra Usa e Cina?

Martedì 22 settembre il Presidente cinese Xi Jinping ha iniziato la sua prima visita ufficiale negli Stati Uniti, a Seattle, nello Stato di Washington, dove ha incontrato gli amministratori delegati di grandi aziende e gli imprenditori del settore tecnologico americano (tra cui Microsoft, Boeing, Amazon, Starbucks, Apple, IBM, Disney e General Motors). La scelta non è stata casuale: lo Stato di Washington è infatti il più importante partner commerciale cinese tra i 50 Stati Uniti d’America. Sebbene i rapporti tra il governo cinese e le imprese della Silicon Valley californiana – dove invece si è recato negli stessi giorni il Primo ministro indiano Narenda Modi – siano condizionati da frequenti casi di censura in territorio cinese, Xi Jinping ha dialogato anche con alcune di loro presenti per l’occasione a Seattle, tessendone le lodi. (Piccola nota di colore: fa sorridere che la Cina abbia creato una pagina Facebook per questo tour presidenziale, visto che Facebook in Cina è illegale).

Gli argomenti trattati durante questa visita presidenziale, tra gli altri, hanno riguardato le sfide economiche globali – con una promessa di revoca delle restrizioni sugli investimenti esteri in Cina -, l’ambiente – con l’implementazione entro il 2017 di un piano per limitare l’inquinamento ambientale -, e la sicurezza informatica. Nonostante quest’ultimo punto possa sembrare il meno impattante su scala globale, è proprio sulla sicurezza informatica che negli anni si sono alimentate tensioni tra le amministrazioni americane e quelle cinesi. Gli Stati Uniti accusano da tempo il governo cinese, se non di aver creato vere e proprie strutture dedite al cyberwarfare, almeno di aver lasciato mano libera ai criminali informatici che avevano come obiettivo aziende e istituzioni governative statunitensi. Le accuse, come capita spesso in questi casi, sono state ampiamente ricambiate. Con l’incontro tra Obama e Xi le cose potrebbero migliorare, almeno nelle intenzioni cooperative proclamate dai due leader.

C’è però un’altra cosa detta da Xi Jinping che andrebbe tenuta in considerazione. Durante il suo discorso a Seattle, tra le tante dichiarazioni rilasciate, il riferimento più interessante e degno di nota per chi si interessa di storia e di relazioni internazionali, è stato quello che Xi ha dedicato a Tucidide (qui il testo completo in inglese). Non è la prima volta che Xi Jinping cita l’importante storico e militare ateniese. In passato il leader cinese lo nominò mentre spiegava la “Dottrina dell’Ascesa Pacifica” elaborata dalle élite cinesi fin dagli anni ’90, ma pensata strutturalmente da Zheng Bijan, che la riportò nel 2005 in un famoso articolo di Foreign Affairs (che potete leggere nella sua interezza e gratuitamente qui) e in molti suoi discorsi pubblici.

In breve, questa dottrina statuisce che alla poderosa crescita economica cinese degli ultimi 30 anni non dovrebbero seguire politiche di potenza nei confronti dei paesi vicini, o una minaccia diretta all’ordine del sistema internazionale. Alla Cina, in sostanza, non interesserebbe dare scosse alla stabilità globale con una crescita “aggressiva”, quanto piuttosto fare parte della comunità internazionale offrendo a tutti i propri cittadini un sostanziale miglioramento degli standard di vita; il “China Dream“. Questa dottrina, pur essendo coerente con la storia cinese d’isolamento volontario che a partire dai viaggi esplorativi in Africa nel XV secolo dell’eunuco Ammiraglio della flotta dell’Impero Cinese Zheng He il paese ha perseguito, si scontra oggi con la realtà e le spinte sistemiche che una tale crescita produce direttamente o indirettamente: aumento delle spese militari, rivendicazioni territoriali, colonizzazioni economiche, eccetera. Tutti effetti fisiologici ma “aggressivi” causati dalla crescita economica cinese.

Quando Xi Jinping cita lo storico ateniese autore de “La Guerra del Peloponneso” – dove una potenza in ascesa, Atene, rompe l’equilibrio e il dominio della potenza affermata di Sparta – ha in mente quella che viene chiamata “La trappola di Tucidide”, e mette in guardia sulla necessità di evitarla. La “trappola” può essere riassunta così:

Quando una potenza in rapida ascesa diventa un rivale per la potenza dominante, sorgono dei problemi e aumentano le probabilità di una guerra.

In un recente studio pubblicato ad Harvard da Graham Allison, direttore del Belfer Center for Science and International Affairs, si prendono in esame 16 casi storici negli ultimi 500 anni in cui una potenza in ascesa ha minacciato la posizione dominante di una potenza affermata. In 12 di questi casi ne è risultata una guerra (qui la metodologia di ricerca).

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Difficilmente qualcuno oggi direbbe che la Cina e gli Stati Uniti siano prossimi ad entrare in guerra. Uno scenario simile sarebbe peraltro catastrofico per l’intera umanità, e sarebbe assurdo scivolare nel cataclisma nucleare. La Storia però ci insegna che anche le guerre più facilmente evitabili possono esplodere da un momento all’altro e senza preavviso. Scrive Graham nel suo paper

A risk associated with Thucydides’s Trap is that business as usual—not just an unexpected, extraordinary event—can trigger large-scale conflict. When a rising power is threatening to displace a ruling power, standard crises that would otherwise be contained, like the assassination of an archduke in 1914, can initiate a cascade of reactions that, in turn, produce outcomes none of the parties would otherwise have chosen.

Le tante e complesse situazioni di attriti tra le grandi potenze globali rendono possibile ogni scenario, anche quello peggiore. Tucidide spiega che tra i motivi che hanno spinto Atene e Sparta alla guerra nel V secolo a.C. vi era soprattutto la paura di quest’ultima di perdere la propria posizione dominante nel Peloponneso e la convinzione da parte degli ateniesi di meritare più prestigio e potere sulla scena greca. Quando la sanguinosa guerra finì con la vittoria di Sparta, la Grecia, indebolita e affaticata, entrò nel mirino dei persiani.

Pochi anni prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale Theodore Roosevelt, preoccupato degli effetti che la crescita della potenza navale dell’Impero tedesco avrebbe avuto sull’Impero inglese, chiese al Kaiser Guglielmo II una moratoria sulla corsa agli armamenti navali tra Gran Bretagna e Germania. Il Kaiser rispose che non ce ne sarebbe stato bisogno, perché lui amava l’Inghilterra, “sono stato educato in Inghilterra, mi sento in parte inglese”, rispose. Sappiamo come andò a finire.

Harvard Belfer Center for Science and International Affairs

Case History – credits: Harvard Belfer Center for Science and International Affairs

Ogni caso preso in esame dall’analisi è evidentemente unico, ma quello che qui si vuole porre all’attenzione non sono i fattori scatenanti particolari, bensì quelli sistemici. È ingenuo pensare che la sfida maggiore del nostro secolo sia sconfiggere l’estremismo islamista, nonostante l’attenzione generale posta al problema lo presenti come il più temibile con cui l’umanità è costretta a fare i conti. La sfida maggiore è quella di evitare che l’eventuale incontrollabile ascesa del potere cinese possa creare situazioni potenzialmente critiche, dalle quali potrebbe scoppiare una guerra. Mai nella storia un paese ha incrementato a questa velocità la propria potenza. Nel 1980 l’economia cinese era più piccola di quella dei Paesi Bassi, mentre lo scorso anno il solo incremento nominale del Pil cinese era pari al’intera economia olandese.

Al netto del provocatorio titolo di questo articolo, la guerra tra Usa e Cina si potrà certamente evitare e, paradossalmente, il fatto che entrambe le potenze dispongano di consistenti capacità nucleari potrebbe allontanare un conflitto altrimenti molto più probabile. Tucidide scriveva che “la storia si ripete, perché la natura umana è sempre la stessa”. La transizione pacifica al multilateralismo bilanciato non è scontata, ma è auspicabile, ed è – questa sì – la più grande sfida che l’umanità, con coscienza o meno, si troverà ad affrontare durante il XXI secolo.

Proprio a settembre, un documento congiunto tra i due governi ha istituito un “military crisis notification mechanism” per risolvere le questioni critiche che hanno implicazioni militari. Il documento, firmato dai Ministri della difesa di entrambi i paesi, si pone tra gli obiettivi quelli di

  1. Migliorare la natura e la chiarezza delle informazioni militari in modo agevole e tempestivo;
  2. Garantire le comunicazioni a livello di leadership in maniera efficace;
  3. Migliorare la conoscenza reciproca e aumentare la comprensione degli intenti della controparte;
  4. Impedire destabilizzanti escalation in periodi di crisi o di tensione;
  5. Dimostrare, in modo concreto e misurabile, crescente apertura e fiducia reciproca.

In pratica, una sorta di “telefono rosso” (che in realtà non era un telefono, e non era rosso), quella linea diretta che durante la Guerra Fredda permetteva all’Urss e agli Usa di comunicare durante le crisi politiche o quando fosse necessario.

La crescita del potere cinese, conclude Graham, non è un problema da risolvere. Si tratta di una condizione cronica che dovrà essere gestita da più di una generazione. Servirà apertura mentale e capacità di intuire le posizioni e le aspirazioni dell’altro, e sarà necessario un impegno diplomatico pari o superiore a quello avviato nei primi anni ’70 da Henry Kissinger per far uscire dall’isolamento la Cina maoista vincendo (di fatto pacificamente) la Guerra Fredda, attraverso il cambio degli equilibri globali. Kissinger, che non a caso è stato chiamato a presentare il Presidente cinese Xi Jinping durante la cena d’onore alla Casa Bianca.

Lorenzo Carota
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