Quel piano cinese di silente conquista

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Forse un dissidente rifugiato a Taiwan ha scoperto qualcosa di grosso sulle numerose migrazioni cinesi dell’ultimo mezzo secolo.

Sulla questione delle migrazioni cinesi si sono scritti fiumi di parole. Cercando su Google Scholar la stringa “migration China phenomenon” escono più di 400 mila risultati. Negli anni passati, cioè da quando il Paese ha iniziato il suo rapido processo di industrializzazione e apertura relativa dei propri mercati, le migrazioni interne hanno costituito l’ossatura della poderosa crescita economica che ha portato un paese in costante rischio di carestia ad avere una delle industrie tecnologiche più sviluppate al mondo.

Centinaia di migliaia di persone che vivevano nelle sperdute praterie e tundre della Cina continentale si sono riversate negli anni sulla costa, colonizzando e creando fenomeni urbanistici di mastodontiche proporzioni. Un fenomeno istituzionalizzato dal 12° Piano quinquennale stilato nel 2010 ed esaurito quest’anno, che incentivava e dettava le linee guida per migrazioni interne.

All’alba del nuovo Piano quinquennale arriva però una notizia davvero sconvolgente, uscita su un giornale di Taiwan e ripresa dalla stampa Sud Coreana. Secondo Yúrén jié – dissidente cinese rifugiato a Taiwan – Pechino da molti anni starebbe organizzando migrazioni forzate in larga scala di cittadini verso l’estero. Fino ad oggi questo fenomeno – conosciuto con il termine di “diaspora cinese” – è stato considerato un fenomeno spontaneo, nato da condizioni endogene di malessere e povertà, che hanno spinto overseas centinaia di migliaia di persone. A quanto pare di spontaneo c’è poco o nulla, e dietro a questo fenomeno si nasconde una regia occulta avente come strategia quella dell’infiltrazione di popolazioni cinesi in metropoli strategiche mondiali. Le strategie di infiltrazione, peraltro, furono utilizzate soprattutto dai sovietici per ridefinire i connotati etnici dei propri vasti territori. E sarebbe proprio da qui che i governanti comunisti della Cina avrebbero preso l’idea, adeguandola al contesto internazionale e globalizzato degli anni ‘70.

Fateci caso: ogni grande città del mondo ha una cospicua comunità cinese, che spesso proviene dalle stesse regioni amministrative dell’ex Impero Celeste. Spiega Yúrén che, ad esempio, i cinesi dell’Indocina sarebbero stati convogliati verso la Francia, i cantonesi del delta del Fiume delle Perle sarebbero stati indirizzati in Inghilterra, i cinesi provenienti dal Fujian negli Stati Uniti, mentre, più di recente, quelli provenienti dal nord-est della Cina si sarebbe deciso di stazionarli nei paesi dell’est europeo, non appena la caduta del Muro di Berlino permise questa silente invasione.

I loro ristoranti sono sempre pieni, ma nessun altro cinese è cliente dei ristoranti cinesi, e i pochi che frequentano hanno un menù interamente scritto in cinese ove sono riportate pietanze molto diverse da quelle che servono agli occidentali. Perché? Le comunità cinesi non creano problemi, non danno nell’occhio, lavorano in silenzio, non protestano mai, e sono legate da solidissimi rapporti – che ora si spiegano – con la madre patria. C’è un motivo: sono silenti perché, come rivela sempre Yúrén, queste persone sono state addestrate con metodi psicologici e neurologici a non creare problemi nei Paesi di destinazione. Sono neuro-programmate per starsene tranquille.

Ed è qui che il racconto inizia a farsi preoccupante. Le indiscrezioni rivelano che questa tranquillità cesserà presto. In documenti trafugati emerge come presto potrebbe arrivare dalla Cina un ordine, un input, diretto a tutti i Cinesi sparsi in giro per il mondo, con lo scopo di creare disordini, manifestazioni, rivolte, così da indebolire i governi mondiali, portando il mondo nel caos, legittimando l’invasione della Mongolia, dell’India, l’occupazione degli approdi marittimi nel Mar Cinese Meridionale e dell’Australia (dove è amplissima la comunità cinese), occupando l’Antartide, la Stazione Spaziale Internazionale e poi Marte.

Il terrorismo islamico del XXI secolo, non è che un detersivo.

Bazinga. 

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