La decisione dell’Autorità Palestinese di posticipare le elezioni municipali in Palestina rivela quanto profonda sia la spaccatura tra Hamas e Fatah, e dovrebbe mettere in guardia circa la criticità degli sviluppi della politica palestinese.

Fino al 1987, parlare di “politica palestinese” significava essenzialmente parlare dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), di Fatah (il maggior partito all’interno dell’OLP), e di Yasser Arafat (fondatore di Fatah e volto della causa Palestinese). Nel 1987, però, dalle scintille dei continui scontri con Israele scoppiò la Prima Intifada, e il teatro politico Palestinese venne reso più complesso dalla comparsa di un nuovo attore: Hamas.

Nato a Gaza come costola locale della Fratellanza Musulmana, Hamas contrappone all’ideologia nazionalistica e secolare di Fatah un’ideologia di stampo sì nazionalistico, ma di matrice islamista. Hamas nacque come risposta all’abbandono della lotta armata nel 1988 da parte di Fatah. Nello Statuto fondativo di Hamas si dice infatti esplicitamente che la lotta armata è l’unico mezzo possibile per la liberazione della Palestina. Da quell’anno Hamas compete con Fatah per il supporto del popolo Palestinese.

Sheik Ahmed Yassin, leader spirituale di Hamas, durante una preghiera del venerdì a Gaza, fotografato il 26 luglio 2002 - credits: Ap Photo / Vadim Ghirda

Sheik Ahmed Yassin, leader spirituale di Hamas, durante una preghiera del venerdì a Gaza, fotografato il 26 luglio 2002 – credits: Ap Photo / Vadim Ghirda

Rimasto relativamente in secondo piano fino alla morte di Arafat nel 2004, nel 2006 Hamas partecipa alle elezioni legislative Palestinesi ottenendo una vittoria che cambia in modo cruciale il quadro politico e gli equilibri di potere in Palestina. L’egemonia di Fatah è messa per la prima volta in discussione.

La competizione Fatah-Hamas diventerà così profonda che si tradurrà in una guerra civile, tra il 2006 e il 2007, combattuta principalmente sulla Striscia di Gaza. Il risultato del conflitto fu una scissione governativa-amministrativa: Gaza passò sotto il controllo di Hamas e la Cisgiordania rimase sotto il controllo di Fatah, e della Palestinian Authority, guidata da Maḥmūd Abbas (anche conosciuto come Abū Māzen).

Da questo momento, parlare di politica Palestinese significa essenzialmente parlare della contrapposizione tra Hamas e Fatah e delle sfide che essa pone alle dinamiche politico-sociali della Palestina.

L’irriconciliabilità dei due gruppi è emersa in tutta la sua forza nel 2012, quando Hamas decise di boicottare le elezioni locali rifiutandosi di parteciparvi e ancora, nel 2014, con il fallimento dei tentativi di creare un governo unitario.

source: aclj.org

source: aclj.org

Sullo sfondo di questi precedenti poco incoraggianti, un nuovo spiraglio di speranza rispetto alla possibilità di ricucire le divisioni sembrava invece essersi aperto con la prospettiva delle elezioni municipali: si sarebbero dovute tenere in 416 città palestinesi, sia a Gaza che nella Cisgiordania/West Bank l’8 ottobre di quest’anno, e alle quali sia Hamas che Fatah avrebbero dovuto partecipare.

Tuttavia, ancora una volta, quella che era una speranza, tale è rimasta. L’8 settembre, infatti, l’Alta corte di giustizia palestinese ha decretato che le elezioni si sarebbero dovute tener solo in Cisgiordania e non a Gaza. Le motivazioni dell’Alta corte rispetto a questa decisione riguardano l’accusa rivolta ad Hamas di aver cancellato dalle liste nove candidati di Fatah attraverso Corti di giustizia locali, e di aver quindi ostacolato il processo elettorale.

Il giudizio dell’Alta corte è stato accolto da dure accuse di parzialità da parte di Hamas, che si è rifiutato di riconoscerlo come legittimo, sottolineando come questa decisione avesse una natura politica più che giuridica. Al di là delle irregolarità elettorali potenzialmente avvenute a Gaza, la decisione dell’Alta corte sembrerebbe dettata dal timore di Fatah di rivivere lo smacco politico del 2006, quando Hamas vinse a Gaza e in Cisgiordania; L’Autorità Palestinese, la cui popolarità è in forte calo, starebbe quindi cercando di recuperare supporto. Inoltre, non meno rilevante, è il timore di Abbas – attuale Presidente – che le elezioni (viste in Cisgiordania come un referendum sulla sua persona) possano portare alla sua definitiva sconfitta politica.

Nuove complessità sono poi intervenute martedì 4 ottobre, quando l’Autorità Palestinese ha risposto al giudizio dell’Alta corte dichiarando che non ci sarebbero state elezioni senza la partecipazione di Gaza, ma che – per rendere tale partecipazione possibile – Hamas avrebbe dovuto “neutralizzare” la propria posizione.

L’impossibilità di trovare un accordo tra Hamas e Fatah ha reso necessario bloccare il processo elettorale: le elezioni sono state attualmente posticipate di quattro mesi in data ancora da definire.

Il giudizio dell’Alta corte del mese scorso è così giunto a disilludere le speranze dei Palestinesi di poter vedere nel breve periodo una nuova unità nazionale, confermando la permanenza di una divisione intra-Palestinese che è al contempo territoriale, demografica, e politica.

Sostenitori di Fatah (in giallo) e di Hamas (in verde) durante una manifestazione politica in Cisgiordania - source: vocativ.com

Sostenitori di Fatah (in giallo) e di Hamas (in verde) durante una manifestazione politica in Cisgiordania – source: vocativ.com

La conseguenza di questa divisione è che i due partiti stanno di fatto indebolendo il fronte politico palestinese e la realizzabilità dell’aspirazione palestinese a uno Stato-Nazione. Incapaci di sanare le loro divergenze e di confrontarsi in un processo elettorale democratico e legittimo, Fatah e Hamas stanno ostacolando l’elaborazione di una posizione politica che sia coerente e credibile.

A complicare poi il cammino del popolo palestinese verso una piena statualità, c’è anche il diverso punto di vista sui modi di risolvere la causa palestinese da parte di Fatah e Hamas. Da un lato vi è Fatah, che dal 1988 ha abbandonato la violenza politica abbracciata nei due decenni precedenti, ha riconosciuto legittima l’esistenza di Israele e ha operato a livello diplomatico per raggiungere l’obiettivo di autodeterminazione del popolo palestinese. Dall’altro lato c’è Hamas che – pur avendo formalmente moderato la propria posizione nel corso degli ultimi dieci anni – continua a mantenere una linea intransigente e di chiusura rispetto a una risoluzione diplomatica della questione palestinese che passi attraverso il dialogo, inevitabile, con Israele.

Nel miglior scenario possibile (che gli ultimi eventi fanno però apparire improbabile) la speranza è che Hamas e Fatah riescano ad affrontare i problemi che hanno causato l’attuale stallo, a recuperare il processo elettorale prendendovi parte entrambi, e a cancellare quella pericolosa divisione Gaza-Hamas/Cisgiordania-Fatah, che è il maggior ostacolo alla creazione di uno Stato palestinese.

di Marta Furlan
Redazione
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