In un mondo sempre più complesso, caotico e multipolare, i limiti di quello che comunemente viene definito hard power (l’uso della forza, la minaccia, le sanzioni, ecc.) si fanno sempre più evidenti. Ne è testimonianza chiara la Libia odierna. Sfide e opportunità non sono circoscrivibili all’interno delle frontiere nazionali e richiederebbero collaborazione, più che coercizione.

Il crescente peso e l’importanza conferita al concetto di soft power sono una naturale risposta al rapido cambiamento del contesto globale. In quest’articolo cerchiamo di sviscerarne le caratteristiche con 4 domande, illustrando infine il motivo per il quale una sapiente miscela di hard e soft power può portare a risultati formidabili in politica estera.

1. Cos’è il Soft Power

Alla fine degli anni 80, Joseph Nye nel saggio “The Mean to Success in World Politics” conia il termine soft power per indicare un principio di economia e efficienza in politica estera. Nye ricorda che il potere si concretizza nella capacitá di far fare ad altri ciò che vorremmo facessero. Per ottenere tale risultato esistono almeno due vie percorribili: la prima è evidentemente la minaccia (il “bastone”), la seconda è notoriamente basata su uno scambio (la “carota”). Ma ne esiste una terza  che permette di abbattere notevolmente il costo di “bastoni e carote”, ovvero l’abilità di attrarre e portare all’acquiescenza. Come scrive lo stesso autore:

The ability of a country to persuade others to do what it wants without force or coercion […] as well as the ability to shape their long-term attitudes and preferences with the help of its companies, foundations, universities, churches, and other institutions of civil society; (spreading) culture, ideals, and values.

Il soft power nasce dunque dal fascino per la cultura, la politica e gli ideali di un certo paese, così che, quando le politiche attuate dallo stesso sono viste come legittime agli occhi degli altri, il suo potere è aumentato. Il successo di questa strategia dipende molto dalla reputazione che uno Stato possiede all’interno della comunità internazionale e dal flusso di comunicazioni tra gli attori del sistema.

2. Perché il Soft Power?

Per iniziare, è necessario partire da 3 assunti che confutano la natura del potere per come tradizionalmente lo conosciamo ed il modo in cui questo viene esercitato – tenendo bene a mente il lascito di un famoso sovrano prussiano: “la diplomazia senza il potere è come un’orchestra senza spartito”:

  • Potenza militare ed economica non sono più – e forse non sono mai stati – gli unici elementi sufficienti a determinare chi vince e chi perde sullo scacchiere internazionale;
  • l’incessante flusso redistributivo delle risorse dalla potenza dovuto alla globalizzazione non consente a nessuno dei players di accumularne a sufficienza per essere considerato egemone;
  • il concetto weberiano di potere basato sull’organizzazione burocratizzata impone costi sempre più alti alle istituzioni che lo detengono, mentre cresce la capacità degli attori non-statuali e della società civile di influenzare gli affari globali in modo significativo senza ricorrere ad esosi investimenti.

Partire da questa riflessione teorica, serve a generarne una pratica. Se perseguire l’interesse nazionale attraverso un’adeguata politica estera non è mai stata cosa semplice, in un mondo multipolare le cui trame s’intrecciano vorticosamente sulla Rete, le cose diventano ancor più difficili. George Kennan, quasi dieci anni fa, scriveva stanno avvenendo mutamenti che rendono estremamente difficile prevedere il futuro della diplomazia o stabilirne la condotta. La democratizzazione dell’accesso all’informazione online ha reso singoli individui e comunità immuni alla propaganda e soggetti attivi di quella che da alcuni viene definita Public Diplomacy. L’informazione tende ad essere sempre più diffusa e la sua struttura decentralizzata, per questo il modello di comunicazione unidirezionale deve evolvere verso un modello che utilizzi i network comunicativi in grado di coinvolgere gli attori non statali nella costruzione del messaggio politico. Il risultato è che governi e istituzioni diplomatiche sono costretti ad aprirsi al mondo (oltre 190 paesi hanno una presenza ufficiale su Twitter, e più di 4.000 ambasciate e/o ambasciatori gestiscono un account attivo) nel tentativo di influenzarlo attraverso la loro azione diretta, o per mezzo dei famosi troll armies.

Questi trend stanno riscrivendo le regole della politica internazionale e hanno giá ridisegnato le mappe sulle quali gli attori di oggi navigano perseguendo i propri obiettivi di politica estera. Esistono ancora grandi opportunità per tutti gli Stati (grandi e piccole potenze), ma il loro successo dipende sempre più dalla loro capacità di attrarre, persuadere e mobilitare gli altri. Ma come? La risposta è (quale altra sennò) attingere alle proprie risorse intangibili per generare soft power.

3. Misurare il potere

Ciò che spesso risulta complesso è il compito di indicare quali siano esattamente le leve del soft power, per poi poterne misurare l’efficacia. Per dissipare i dubbi in merito, abbiamo deciso di proporre qui uno studio interessante condotto da Portland che, pur traendo forza dalla classica teoria di Joseph Nye se ne discosta lievemente, andando ad identificare un indice primario e 6 sotto-indici che compongono una netta tassonomia. Questi sono: Government, Culture, Enterprise, Education, Engagement, Digital. Per mezzo di questi indicatori è possibile determinare una classifica chiara, che ci riserva qualche sorpresa.

Credits: The Soft Power 30 Report - Portland 2015

Credits: The Soft Power 30 Report – Portland 2015

Credits: The Soft Power 30 Report - Portland 2015

Credits: The Soft Power 30 Report – Portland 2015

Entrare nel merito delle singole posizioni per ciascuno degli indici mostrati non è lo scopo di questo articolo. Ma se vi interessa approfondire la questione e conoscere, paese per paese, le caratteristiche che ne determinano le posizioni in classifica, potete consultare l’indice completo riportato sul sito ufficiale.

Vogliamo inoltre segnalare che questo ranking non è l’unico esistente, e se aveste voglia di consultarne un’altro, sebbene non sia il frutto di un’analisi così certosina, vi consigliamo di dare un’occhiata al Soft Power Survey di Monocole che presenta la sua classifica con un breve video.

4. Soft Power, now

Per citare lo scrittore e giornalista venezuelano Moisés Naím, “un mondo in cui i protagonisti dispongono di potere sufficiente per bloccare le iniziative di tutti gli altri, ma nessuno ha il potere di imporre la propria linea d’azione, è un mondo in cui le decisioni non vengono prese”. Questo è ciò a cui assistiamo oramai da un po di tempo a questa parte, dai grandi summit internazionali, ai confronti bilaterali. L’incapacità oggettiva di scegliere cosa sia meglio tra “bastoni e carote” ha determinato, specie in alcune aree del pianeta, il rapido avanzare e diffondersi di una versione contemporanea del conflitto hobbesiano.

L’attuale caos mediorientale, e la stasi diplomatica che lo caratterizza, ne sono un lampante esempio. La guerra aerea russa e l’ipotesi boots on the ground che tanto piace ai militari occidentali lasciano il tempo che trovano. Prendendo quindi spunto da come Iran e Arabia Saudita hanno usato la rispettiva influenza (si legga pure soft power) per mobilitare le frange più estremiste della popolazione sciita e sunnita – diventate poi soggetti principali di un conflitto allargato – si è finalmente giunti alla conclusione che era necessario incontrarsi a Vienna e far fruttare proprio quelle risorse che tanto contano nella nostra top 30.

Che lo scetticismo sia l’inizio della fede?

Paolo Iancale
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