Questa è la terza parte di un approfondimento a puntate sul popolo kurdo e sulle radici storiche di tensioni mai sopite.

Le prime due parti le trovate qui.

Sulle origini di questo popolo, che occupava le fertili terre della Mesopotamia, c’è chi parla di discendenza da popolazioni montanare autoctone, e chi di discendenza dai Medi, che dalla sponda orientale del Mar Caspio raggiunsero la Mesopotamia nel X-IX secolo a.C.

Quale che sia l’origine arcaica, la civiltà kurda raggiunse il suo massimo splendore nel VII secolo a.C. mentre è di circa tremila anni fa la fondazione di numerosi stati indipendenti e città-stato.

Nel tempo i Kurdi convissero con Assiri, Persiani (VI-IV secolo a.C.), Greci (IV secolo a.C.-I secolo d.C.), Romani (a partire dal I secolo d.C.). Con l’espansione dell’Islam guidata da Omar (634-644), suocero del Profeta Muhammad, si assiste all’incontro tra musulmani e popolazioni kurde.

In seguito i Kurdi hanno coabitato con la dinastia mongola (1206–1368), con quella dei Persiani Safawiti (1501-1736) e  sono poi stati inglobati progressivamente nell’Impero Ottomano (dal XIX secolo), rimasto di fatto la potenza egemone in Mesopotamia fino al suo sgretolamento.

Nonostante le origini antichissime di questo popolo, David McDowall afferma che fu solo dall’inizio del XX secolo che i Kurdi cominciarono ad acquisire coscienza comune come popolo. Si può ipotizzare che questo processo sia stato sostenuto unitamente alla diffusione del nazionalismo.

Il periodo 1918-1925 fu significativo in quanto la possibilità di fondare uno Stato autonomo sembrò quanto mai reale.

credits: Laura Canali, Limes

Il fallimento di questo progetto, e la conseguente parcellizzazione del popolo kurdo, ridotto a minoranza nel nuovo sistema statale che rimpiazzò l’Impero ottomano, rappresentano il punto di partenza delle rivendicazioni indipendentiste che proprio oggi, dopo un secolo, sono ancora così attuali.

In particolare la Turchia Repubblicana di Mustafa Kemal Atatürk, nata tra 1922 e 1923, attraverso una forte enfasi sul nazionalismo turco escluse di fatto dalla vita politica del Paese i Kurdi, i quali rappresentavano una minoranza considerevole.

Proprio in questi anni venne firmato il Trattato di Sèvres (1920), unico documento giuridico-politico che prevedeva la creazione di uno Stato kurdo indipendente. Il Trattato, firmato da alcuni rappresentanti del governo ottomano, prevedeva un drammatico ridimensionamento dei confini territoriali dell’impero e clausole politiche e finanziarie così drastiche che suonarono da preludio per la fine dell’impero stesso.

Il trattato, tuttavia, non venne ratificato a causa delle divergenze tra Gran Bretagna e altri Paesi alleati e venne sostituito nel 1923 dal Trattato di Losanna, che di fatto annullò la possibilità di formazione di uno Stato kurdo indipendente, in quanto la maggior parte dei territori kurdi venivano annessi ai nuovi Stati nazionali dell’area e, soprattutto, alla Turchia.

Durante questi anni andò formandosi la convinzione di appartenere a un gruppo discriminato, percezione alla quale si collegheranno sommosse e alcuni tentativi successivi di creazione di Stati kurdi.

Tra i tentativi volti a conseguire indipendenza politica e territoriale, il più evidente è sicuramente quello portato avanti da Sheikh Mahmud Barzanji (1878-1956) in Iraq a partire dalla fine della Prima Guerra Mondiale.

Incoraggiato dalle dichiarazioni del presidente statunitense Woodrow Wilson (espresse nei Quattordici Punti) e dall’atteggiamento di Gran Bretagna e Francia, Sheikh Mahmud ottenne il controllo di alcune zone dell’Iraq nei dintorni di Sulaimaniya. Mosso inizialmente da un atteggiamento di fiducia nei confronti dei poteri coloniali, si rese ben presto conto del fatto che le potenze europee si stavano servendo della carta kurda a fini strategici, pretendendo il diritto alla supervisione delle zone kurde, lasciate solo formalmente sotto il controllo del leader di Sulaimaniya.

Sheikh Mahmoud – Kurdistan’s King (1918-1922) – credits: The Foundation For Kurdish Library and Museum

Dal canto suo, la Gran Bretagna iniziò gradualmente ad operare in senso opposto, tentando di sedare la vitalità del movimento nazionale kurdo, percepito come una minaccia nelle sue aspirazioni di autodeterminazione.

Tutto ciò avveniva tra 1918 e 1919. Gli anni successivi furono caratterizzati da continue turbolenze che inclusero scontri tra le forze britanniche e quelle del leader kurdo, l’esilio di quest’ultimo, il suo successivo riavvicinamento e l’autoproclamazione a sovrano del Kurdistan irakeno.

Da allora Sheikh Mahmud iniziò a liberare il resto del Kurdistan, a partire da una zona determinante, cioè dalla città petrolifera di Kirkuk.

Giacimenti petroliferi nel Kurdistan irakeno – credits: Tekmor Cyprus, Tekmor LLC

Dopo un periodo di lotta armata tra la Gran Bretagna e il regno di Sheikh Mahmud, nel luglio 1924 fu posta definitivamente fine al governo kurdo. I territori che avevano fatto parte di tale regno vennero incorporati al Regno di Iraq.

Si concludeva, così, il primo tentativo kurdo di autonomia territoriale e statale. Da questo momento in poi l’obiettivo del popolo kurdo divenne sempre più quello di ottenere i diritti nazionali che erano loro negati. Si produce un vero e proprio cambiamento di prospettiva, una transizione dalla lotta per il riconoscimento di autonomia territoriale ad un più marcato accento sul riconoscimento di diritti civili e politici all’interno dei vari Stati in cui le minoranze erano inserite – principalmente Iraq, Siria, Iran e, ovviamente, Turchia.

Nel 1930, da un accordo tra Gran Bretagna e Iraq che legava l’Iraq politicamente, militarmente ed economicamente all’imperialismo britannico, ignorando completamente i diritti dei Kurdi, scaturì una rivolta che scosse il Paese. Il trattato fu comunque ratificato e Sheikh Mahmud si ritirò dalla vita politica, fornendo, però, il suo sostegno alla nascita di partiti a favore della liberazione dei Kurdi. Il 9 ottobre 1956 morì a Baghdad.


Altro tentativo di creazione di un’entità statale Kurda si ebbe nell’immediato secondo dopoguerra. 

Il 22 gennaio del 1946, a Mahabad (città situata a nord-ovest dell’Iran), Qazi Mohammad, segretario del Partito democratico del Kurdistan, proclamò la nascita della Repubblica del Kurdistan, o di Mahabad. Secondo Abdul-Malek, la Repubblica di Mahabad aveva due obiettivi fondamentali: «collegare la lotta del popolo kurdo alla lotta degli altri popoli iraniani e organizzare le masse popolari kurde sotto la bandiera del partito e intorno a un programma politico». Durante il periodo di vita della Repubblica vennero affermate grandi libertà civili ed autonomie amministrative e notevoli obiettivi furono raggiunti anche dal punto di vista dei diritti sociali e politici. Venne legalizzato l’uso della lingua Kurda e si operò per la rivitalizzazione della cultura e delle tradizioni di un popolo che per troppo tempo era stato sottoposto alla censura dei grandi Stati in cui era inglobato.

Qazi Muhammad
Qazi Muhammad, seduto al centro, in una foto del 1947 – credits: peoplepill.com

La Repubblica del Kurdistan cadde il 17 dicembre 1947, dopo meno di un anno di vita. Il 30 marzo del 1947 Qazi Mohammad veniva impiccato insieme ad altri dirigenti nella piazza Chwar Ch’ra, proprio nel luogo in cui la Repubblica era stata proclamata. Finiva così il secondo tentativo di autonomia kurda, basato sul distaccamento totale rispetto al governo centrale iraniano.

Da questo momento in poi l’attivismo kurdo iniziò a svilupparsi nella fondazione di varie organizzazioni e gruppi politici sparsi in tutto il Kurdistan.

L’ultimo significativo esempio in questo senso è rappresentato probabilmente dalla “Riunione dei tre confini” (Payamani se snur) firmato nel 1944 dai rappresentanti kurdi di Iran, Iraq e Turchia.

Dal 1946 in poi si iniziò ad accettare l’idea di costruire spazi di autonomia all’interno dei vari Stati centrali, i quali, però, dovevano garantire i diritti nazionali del popolo kurdo. La finalità intrinseca di questo articolo è quella di ripensare la “questione kurda” nella sua complessità.

Intento dei prossimi articoli di questo approfondimento sarà proprio quello di sviscerare le posizioni e le letture semplicistiche della storia del popolo kurdo per comprenderne il presente.

di Niccolò Sparnacci
Redazione
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