Caratterizzato da una storia millenaria, da un variopinto mosaico etnico-linguistico, e da una grande varietà culturale, l’Afghanistan è più che altro conosciuto per essere territorio di conflitti. Ma quali sono le radici di questa situazione, quale realtà regionale definisce l’Afghanistan moderno, e quali sono le speranze di rinascita dalle ceneri della guerra?
Questo è il secondo di tre articoli dedicati alla complicata situazione dell’Afghanistan.

Qui potete leggere la prima parte di questo speciale.


Fragile sicurezza

Una delle maggiori sfide che l’Afghanistan si trova ad affrontare fin dai tempi della guerra civile degli Anni ’90, è la proliferazione di gruppi terroristici di matrice jihadista che sfruttano la debolezza politica del paese, la morfologia geografica, e le divisioni etnico-settarie, per ritagliarsi uno spazio operativo ideale e avanzare i propri interessi politico-strategici.

Un membro delle forze di sicurezza afghane pattuglia un’area contesa con i Talebani – credits: EPA

I Talebani – fin dai primi passi mossi agli inizi degli Anni ’90 dalle madrase Deobandi del Pakistan, dove avevano ricevuto la propria formazione, verso le regioni del sud dell’Afghanistan alle quali erano accomunati dall’identità Pashtun – hanno saputo sfruttare l’incapacità governativa di Kabul e la sfiducia della popolazione locale nel governo centrale per creare efficaci strutture di shadow governance. In altre parole, sostituendosi al governo di Kabul come garanti di sicurezza e come fornitori di servizi pubblici quali cliniche, scuole, moschee, corti di giustizia, mercati, e trasporti, i Talebani si sono guadagnati il supporto di larghe frange della popolazione afghana, soprattutto nelle aree rurali tradizionalmente più isolate ed escluse dai programmi nazionali di sviluppo.

Appellandosi ad una comune appartenenza etnica, facendo riferimento a un comune sistema di valori che nasce da una fusione peculiare di Islam sunnita e Pashtunwali (il codice tribale Pashtun), e rendendosi credibile fornitore di servizi e affidabile promulgatore di politiche e leggi, il gruppo si è ritagliato nel corso degli Anni ’90 una solida base di potere nel sud del paese che gli ha poi consentito la risalita al nord, fino all’occupazione di Kabul.

Nonostante la disfatta subita dal governo Talebano nel 2001, le dinamiche che ne avevano reso possibile l’ascesa al potere nel 1996 si sono ricreate dopo il 2004-2005, al punto che oggi i Talebani sono tornati ad essere non solo la principale minaccia alla sicurezza interna del paese attraverso continui e brutali attacchi terroristici, ma anche – e cosa forse ancor più preoccupante – il principale contendente per la guida politica – del paese grazie a una considerevole capacità di vincere “cuori e menti” della popolazione. Dal 2015, la drastica riduzione del numero di forze armate Usa e Nato dispiegate in Afghanistan, è stata infatti accompagnata da una risorgenza talebana che – a partire dall’offensiva primaverile di quell’anno, passando per la breve ma clamorosa presa di Kunduz nell’autunno 2015, e arrivando fino all’attacco perpetrato nell’aprile 2016 a Mazar-i-Sharif, e costato la vita a circa 140 soldati (e il posto al Ministro della Difesa Habibi) – ha portato porzioni di territorio sempre maggiori sotto il diretto controllo talebano.

In base a quanto trasmesso dai Talebani nel loro sito ufficiale Voice of Jihad, il gruppo si troverebbe oggi a controllare pienamente 34 distretti e parzialmente 167. In altri 52 distretti godrebbe poi di una presenza “significativa”. Questi dati, sebbene rilasciati dai Talebani con chiari scopi propagandistici, non sembrano distaccarsi troppo da quanto riportato da altre fonti: SIGAR (agenzia governativa Usa, Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction), ad esempio, riporta un pieno controllo talebano esteso su 33 distretti e un parziale controllo su 116 distretti.

In aggiunta, nonostante il quadro interno all’Afghanistan sia indubbiamente dominato dallo scontro decennale tra i Talebani e il governo di Kabul, lo scenario di sicurezza è reso ancor più fragile dalla presenza di altri gruppi terroristici che hanno fatto dell’Afghanistan l’oggetto dei propri interessi e il proprio rifugio sicuro.

Secondo quanto riportato dal Generale Nicholson (della United States Military Academy), circa venti gruppi terroristici sarebbero oggi operativi nel paese, il che rende l’Afghanistan uno dei territori in cui la minaccia del terrorismo di matrice jihadista si è rivelata maggiormente capace di attecchire ed espandersi.

Tra i gruppi che compongono la complessa realtà del terrorismo in Afghanistan, particolare rilevanza hanno Al Qaeda e, più di recente, ISIS. Il primo ha con l’Afghanistan legami le cui radici sono da rivenire nella sua stessa nascita ai tempi del conflitto sovietico-afghano: fu infatti nel 1988, in seguito all’ esperienza militare a fianco dei mujahideen afghani e all’esposizione alla narrativa politico-religiosa da essi incarnata, che Osama Bin Laden fondò Al Qaeda.

È però a partire dal 1996, quando cioè il governo talebano accolse un Bin Laden in fuga dal Sudan di al-Turabi e al-Bashir, che il legame tra Al Qaeda e il territorio afghano acquista una indissolubilità che neppure Operation Enduring Freedom – nome delle operazioni militari statunitensi in Afghanistan che seguirono gli attentati dell’11 settembre – ha potuto recidere. Questa special relationship tra Al Qaeda e il territorio afghano è infatti ancora oggi evidente nella presenza del gruppo nell’area a cavallo tra Afghanistan e Pakistan, dove al-Zawahiri ha potuto ricollocare l’organizzazione grazie alla debolezza di Kabul e alla connivenza di Islamabad.

Da questa aspra regione di confine si propaga un’ondata di minaccia alla sicurezza e alla stabilità afghana che è dovuta non tanto agli attacchi condotti da Al Qaeda – che sono infatti poco numerosi e influenti – quanto al fatto che, fino a quando Al Qaeda sarà presente in Afghanistan, Nato e Usa rimarranno impegnati militarmente nel paese, mantenendo una presenza armata che incoraggia la narrativa talebana del “combattere l’occupazione straniera”.

Per quanto riguarda ISIS, invece, la sua presenza in territorio afghano è un elemento di instabilità e di insicurezza relativamente recente: è nel 2015 che sono comparse le prime voci circa la presenza in province del nord-est quali Nangarhar e Zabul di una branca del sedicente “califfato” denominatasi ISIS-Khorasan (riferimento ad un antico nome utilizzato per designare la regione più orientale dell’Impero persiano Sasanide). Inizialmente stabilitosi in Afghanistan per aggiungere una provincia dall’alto valore geo-strategico ai propri territori, le crescenti perdite territoriali subite da ISIS in Iraq e in Siria hanno recentemente spinto il gruppo ad investire sempre di più nel mantenimento della propria presenza in Afghanistan.

Qui, ISIS è stato capace di legare a sé membri di gruppi minoritari quali IMU (Islamic Movement of Uzbekistan) grazie ad un’efficace propaganda e ad una narrativa di brutalità, successo, ed invincibilità che ha ben saputo cogliere gli umori di numerosi mujahideen delusi e frustrati da anni di guerra senza vittoria. Ancor più rilevante, però, è stata la capacità di ISIS-K di fare propria la massima del carpe diem oraziano, cogliendo l’attimo per condurre un efficace campagna di reclutamento quando l’annuncio nella primavera 2015 della morte del Mullah Omar avvenuta due anni prima ha creato una spaccatura interna ai Talebani che ha indotto molti tra loro a passare ai ranghi di ISIS-K.

Oggi, il gruppo conta circa 700-800 membri attivi e la minaccia che esso pone alla sicurezza afghana in virtù del suo duplice conflitto con Kabul e con i Talebani di Akhundzada è ben testimoniata dalla decisione Usa di attaccare il 13 aprile scorso per mezzo della bomba GBU-43 MOAB (meglio nota con il soprannome di “mother of all bombs”) una serie di tunnel sotterranei nella provincia di Nangarhar utilizzati dal gruppo come nascondiglio.

Interessi e competizioni nel teatro afghano

Accanto ai problemi politici, militari, e di sicurezza, che l’Afghanistan si trova a dover affrontare come conseguenza delle sue debolezze strutturali e delle sue contraddizioni politico-sociali, un’altra fonte di grande instabilità che minaccia di travolgere il paese è data dalle macchinazioni delle potenze regionali che intervengono in Afghanistan e nelle sue dinamiche interne per avanzare i propri interessi politico-strategici.

L’Afghanistan gode di una posizione strategica nel cuore dell’Asia che rende il paese ponte di collegamento privilegiato tra Asia Centrale, Medio Oriente, e Asia Orientale e che ne ha da sempre influenzato la storia, la cultura, la religione, lo sviluppo, e le relazioni con il mondo esterno. Grazie a tale posizione geografica, l’Afghanistan è stato crocevia degli scambi commerciali e culturali che per secoli hanno coinvolto Asia, Europa, e Medio Oriente lungo la Via della Seta, e questo ha inevitabilmente esposto il paese a numerosissime e diverse influenze che hanno contribuito alla sua ricchezza culturale, etnica e religiosa. Dall’altro lato, però, la localizzazione geografica dell’Afghanistan ha reso il paese oggetto degli interessi politico-strategici delle potenze confinanti e vittima di una competizione regionale che ne ha corrotto le dinamiche interne, compromesso la stabilità, e minacciato la sicurezza.

Le fasi del “Grande gioco” per l’Asia centrale

Nel 1829, questa secolare competizione per l’influenza in Afghanistan fu appropriatamente definita dal britannico Arthur Conolly “Great Game” – un’espressione che ben sottolinea come il paese non sia che una pedina delle macchinazioni politiche delle grandi potenze mondiali. All’interno di questo “Great Game” che da ormai più di un secolo piega alle proprie regole il destino dell’Afghanistan, due “partite” possono essere individuate.

La prima, nel XIX secolo, ha visto la contrapposizione dell’Impero Britannico da un lato, che voleva estendere la propria influenza su Afghanistan e Asia Centrale così da ostacolare l’espansionismo russo e difendere le rotte di accesso all’India e l’India stessa, e della Russia zarista dall’altro, che vedeva al contrario l’Asia Centrale e l’Afghanistan come propria legittima zona di influenza.

Lo scacchiere dell’Asia centrale durante le prime fasi del Grande Gioco tra Impero russo e Impero britannico – via selfstudyhistory.com

La seconda “partita”, negli anni ’80 del secolo scorso, ha invece visto la contrapposizione tra la Russia Sovietica e i mujahideen afghani militarmente e finanziariamente supportati da Pakistan e Stati Uniti all’interno di un conflitto rispondente sia alla logica dello scontro regionale russo-pakistano per l’influenza sull’Afghanistan, sia alla logica della competizione russo-americana nel più ampio quadro della Guerra Fredda. Oggi, le dinamiche del “Great Game” in Asia Centrale sono riemerse al punto che sembra sensato e opportuno parlare di una “terza partita”, di un nuovo capitolo nella lunga e complessa storia della competizione regionale, in cui i protagonisti sono in certa misura cambiati ma in cui gli obiettivi restano per ciascuno di essi l’espansione della propria influenza e l’instaurazione di uno status quo rispondente ai propri interessi politici, strategici, e di sicurezza.

Potenze regionali quali Russia, Pakistan, Cina, Iran, e India hanno prontamente (ri)preso in mano le carte del vecchio gioco nel momento in cui la riduzione dell’impegno militare occidentale, la mancanza di una chiara strategia americana in Afghanistan, e la ripresa talebana, hanno sembrato aprire nuovi spazi di intervento e nuove opportunità di influenza. Così, esattamente come avveniva nel XIX secolo e nel XX secolo, l’Afghanistan è tornato a vedersi pericolosamente esposto e vulnerabile alle macchinazioni dei principali attori regionali e a ritrovarsi in balìa di eventi che sono al di là del suo controllo.

Nella prossima ed ultima parte di questo speciale sull’Afghanistan approfondiremo le dinamiche del nuovo “Grande Gioco” regionale.
di Marta Furlan
Marta Furlan
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