Con la morte di Fidel Castro nel 2016, si è chiusa un’epoca di tensioni, guerre sfiorate e lotte contro il “nemico capitalismo” che poco si adattano al contesto multinazionale odierno, mutato nelle fondamenta. La sfida più importante per la Cuba di oggi è quella di impostare un nuovo percorso diplomatico con gli Stati Uniti d’America.

Dalla seconda metà del 2016 si è palesata con maggior insistenza una situazione di emergenza politica nel continente americano. Tre figure, tra loro distanti per cultura e visione del mondo, avranno possibilità di intervento, e la responsabilità di dare alla sfera delle relazioni internazionali una svolta positiva: Trump, Papa Bergoglio, Raul Castro.

Cuba è stata per 60 anni sottoposta alla prova dell’embargo da parte degli USA, in seguito all’alleanza sovietica durante la Guerra Fredda. Solo dal 2014, sotto la presidenza Obama, c’è stato un primo accenno di dialogo mirante a trovare un punto di incontro e distendere i rapporti diplomatici (e magari commerciali). Geograficamente gli USA sarebbero il partner ideale dell’isola caraibica, ma l’emergenza internazionale ha sempre impedito che questo si verificasse nella realtà. Almeno fino ad ora.

Raul, al potere dal 2008, ha varato una serie di riforme, pur sempre caute, per migliorare il tenore di vita cubano, tentando di non tradire la dottrina cubana e adattarla a un mondo così diverso da quello di ieri: le frontiere sono state aperte così da permettere ai cubani di viaggiare all’estero senza il “permiso di salida”; è stato dato il via libera al lavoro autonomo nelle attività commerciali; la compravendita di case e auto tra cittadini cubani è stata autorizzata; le cooperative private sono state riconosciute.

L’ex presidente Obama stringe la mano al presidente cubano Raul Castro davanti ai membri dei media prima di una riunione bilaterale tenuta il 29 settembre 2015, presso la sede delle Nazioni Unite – credits: Association Press

Papa Bergoglio è attualmente l’ago della bilancia della politica latino-americana: ha supervisionato il disgelo diplomatico tra Cuba e Stati Uniti, ponendo le basi per una distensione pacifica dei rapporti. Quello della Chiesa cattolica è un ruolo fondamentale per filtrare quelli che sono i pericoli del capitalismo con una dottrina sociale che possa finalmente soppiantare il comunismo, ideologia ormai priva di fascino. La Santa Sede riscuote oggi un alto tasso di credibilità nel paese a tal punto da affidarsi totalmente alla sua lungimiranza per un futuro migliore incentrato sul dialogo e sulla cooperazione internazionale. Papa Francesco è argentino, e comprende i problemi che affliggono il suo continente, dal punto di vista sociale ed economico.

Con la nuova Amministrazione repubblicana la postura geopolitica statunitense potrebbe ricevere una scossa. Per prima cosa bisognerà risolvere in positivo il processo già avviato di normalizzazione dei rapporti con Cuba, incentivando interessi economici e nuove condizioni politiche. Solo Trump potrebbe cancellare definitivamente l’embargo perché, al contrario del suo predecessore, ha la maggioranza al Congresso, unico organo avente facoltà di procedere in caso di assenso.

Sicuramente gli USA, sotto la presidenza Obama, non hanno ottenuto i vantaggi sperati dopo la svolta del 2014: l’intesa, oltre a ristabilire rappresentanze diplomatiche e voli commerciali, dava la possibilità ad alcuni settori del mondo imprenditoriale statunitense (turismo, high tech, agricoltura) di tornare a fare business sull’isola, ma questa possibilità non si è ancora concretizzata.

Il mondo degli affari chiede comunque un futuro con possibilità di investimenti, e ciò condurrà, probabilmente, ad un atteggiamento di conciliazione con Cuba. Tutto questo, malgrado la minaccia di Trump di cancellare repentinamente gli accordi siglati da Obama, lascia presagire un esito positivo di convivenza futura: la Realpolitik, politica concreta fondata sugli interessi del paese, ha sempre la meglio sulla propaganda elettorale che invece deve fare breccia sui sentimenti dei cittadini aventi diritto di voto.

Un ulteriore fattore da non trascurare è l’influente comunità cubano-americana, che alle presidenziali ha preferito il candidato repubblicano e ritiene l’embargo ormai qualcosa di obsoleto. Le nuove generazioni non hanno mai conosciuto la Guerra Fredda e non hanno dogmi ideologici.

L’Unione europea critica l’embargo ancora in vigore contro Cuba, e nel dicembre 2016 ha approvato, grazie al lavoro di mediazione dell’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri Federica Mogherini, un accordo di cooperazione e dialogo con L’Havana. L’obiettivo è sostenere il processo di transizione dell’economia e della società caraibica e incoraggiare lo sviluppo sostenibile, la democrazia e i diritti umani, trovando soluzioni condivise.

Stessa linea che aveva guidato le azioni di Obama nel 2014, primo presidente in carica ad effettuar una visita sull’isola caraibica dal 1928. Il futuro di Cuba può essere raccontato anche dall’interno, ossia dagli stessi cubani e da quei giovani che rappresentano la classe dirigente futura. La nuova generazione avverte l’emergenza sociale, ha visto paesi come la Russia e la Cina virare verso forme di capitalismo e pretende di uniformarsi al modus vivendi occidentale, dalla rappresentanza politica alla libertà di navigare su internet.

La morte di Fidel porta via con sé l’ostacolo maggiore al cambiamento e regala benefici futuri agli attori principali che decideranno le sorti di Cuba. Raul dovrà in questo frangente guidare una transizione dolce verso il rinnovamento sociale e politico che sicuramente non darà risultati immediati. Il vero dilemma riguarda il 2018, anno in cui il segretario del Partito comunista cubano ha annunciato il suo ritiro dalla scena politica.

Le pressioni affinché qualcosa cambi arrivano da buona parte della comunità internazionale: solo democratizzando le istituzioni dell’isola caraibica potrà essere revocato una volta per tutte l’embargo. Cuba potrà rimanere padrona del suo destino e decretare il suo futuro anche grazie alla mediazione della Chiesa di Roma, ai rapporti commerciali che già intrattiene con Cina e UE e al dialogo instaurato con l’Amministrazione Obama e ora, si vedrà, con il neopresidente Trump.

I rapporti con la nuova Amministrazione, malgrado l’aggressività mediatica spesso utilizzata da Trump, ha bisogno di intese pacifiche che sarebbero – almeno a livello geopolitico – una normale conseguenza rispetto al contesto storico, soprattutto oggi, dove le zone calde su cui i grandi della terra si concentrano sono agli antipodi del mondo.

Se è vero che Cuba è la chiave di una porta chiamata America Latina, allora nei prossimi anni ci sarà un mutamento politico, magari un capitalismo di stato, in qualche modo fedele alla dottrina del socialismo, o ancora, in un indeterminato futuro, i cubani conquisteranno la tanto agognata democrazia.

di Alessio Azara
Redazione
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