La Cina è ormai definita una grande potenza, e come tutte le grandi potenze anche Pechino ha iniziato a stilare una propria strategia di soft-power, in modo da competere per l’influenza sul mondo: qui si tenterà di illustrare più approfonditamente tale realtà e le sue multiple incarnazioni.

Nel corso di tutto il XX secolo – e in maniera diversa anche nei tempi passati – le grandi potenze hanno cercato di presentare sé stesse nell’arena internazionale nel migliore dei modi, sperando conseguentemente di ottenere una maggiore influenza e guadagnare, così, un vantaggio competitivo rispetto ai concorrenti: stiamo parlando del “soft-power”, contrapposto al tipico “hard-power” che un Paese è in grado di generare attraverso il mero impiego della forza militare.

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Tale “gioco” raggiunse indubbiamente l’apice della programmazione nel corso della Guerra Fredda, quando gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica fecero di tutto per dimostrare che la loro “way of life” fosse migliore di quella dell’avversario. Ciò trovò espressione in una miriade di campi: si potrebbe porre l’attenzione sul piano culturale oppure su quello scientifico (in questo modo rievocando la cavalcata che nell’arco di soli otto anni portò l’uomo nello spazio e sulla Luna), passando per le competizioni sportive, come è ben spiegato in questo paper titolato “The Olympics, International Geo-politics and Soft Power”, fino ad arrivare al campo dell’arte – basti pensare la CIA, ad esempio, utilizzò a loro insaputa artisti espressionisti come Pollock e De Kooning in questa “battaglia”.

Con la conclusione del conflitto ideologico e con l’emergere di una diversa situazione geopolitica dovuta alla caduta del Muro di Berlino, questo contesto si è modificato. Gli Stati Uniti sono rimasero l’unica superpotenza del sistema internazionale, e l’idea che fosse necessario influenzare culturalmente il resto del mondo è stata superata da altre necessità, anche in virtù del fatto che il modello americano continuava ad autoalimentarsi senza particolari sforzi.

Questo lo si rileva, soprattutto, nella percezione che la gente ha delle istituzioni statunitensi: da ciò è possibile comprendere come nonostante spesso non si condividano le scelte politiche della nazione nordamericana, in ogni caso si continua generalmente ad apprezzarne numerosi aspetti, e l’immagine degli Usa nel mondo rimane sostanzialmente positiva.

In most countries, high ratings for U.S.Il ritorno del soft-power

Oggigiorno, per via del mutamento e del ri-bilanciamento relativo della potenza nel sistema internazionale, si assiste al tentativo da parte della potenza emergente cinese di accrescere questa capacità d’influenza. Ben diversa dallo stato chiuso e arretrato esistente negli Anni ’70, la Repubblica popolare cinese degli anni 2000 ha imboccato la strada dello sviluppo economico, dell’apertura relativa dei mercati, e della necessità di rendere la propria immagine più attraente (e meno minacciosa) all’estero.

La problematica primaria che potrebbe incontrare il governo cinese nel riflettere al resto del mondo un’immagine positiva di sé è rappresentata – almeno per i paesi con una solida tradizione democratica alle spalle – dai perduranti elementi di autoritarismo che esso produce, e che non sembrano destinati ad essere abbandonati. Quindi qual è stata la proposta su cui il Politburo, su spinta dell’attuale Presidente, ha deciso di elaborare al fine di mutare il quadro?

Innanzitutto si è deciso di puntare fortemente sulla componente storica e culturale della Cina, che indubbiamente esercita un certo fascino su ampie fasce della popolazione mondiale, anche in Occidente. Attraverso la fondazione dell'”Istituto Confucio”, un’istituzione nata per la diffusione della lingua e della cultura cinese presente in 140 stati, si è avviata questa campagna internazionale in grado non solo di aumentare la conoscenza che si ha della Cina sotto il versante linguistico o delle tradizioni in generale, ma anche di “influenzare” il pensiero riguardo a determinati eventi della storia nazionale passata e/o presenti che riguardano in qualche modo la Cina.

Basti pensare come all’interno di tali istituzioni un evento altrimenti globalmente conosciuto come la repressione di Piazza Tiananmen del 1989 sia stato eliminato dai programmi scolastici. Persino un alto funzionario del Partito comunista cinese ammise qualche anno fa come le mosse sopra descritte non potessero non essere considerate delle vere e proprie azioni di propaganda. Ulteriori azioni attuate nell’ambito culturale si notano con il tentativo di acquisire partecipazioni nella case di produzione hollywoodiane (uno dei grandi motori del soft-power statunitense), nonché dei media tradizionali anche all’interno degli Stati Uniti.

Un aspetto particolarmente interessante lo si ricava anche dai tentativi in ambito sportivo di raggiungere livelli altamente competitivi. È di qualche anno fa la richiesta da parte del Presidente Xi Jinping di porre le basi per un forte sviluppo del calcio all’interno della Repubblica, con l’intenzione di riuscire ad accaparrarsi l’organizzazione un’edizione del Mondiale prima – e qui bastano soldi e volontà – e di vincerlo poi – mentre qui serve creare una cultura diffusa dello sport a livello agonistico.

Questo fa comprendere come, nonostante il paese sia già ai vertici dello sport mondiale in numerose discipline (è sufficiente controllare gli ultimi medaglieri olimpici), il Partito voglia ottenere la supremazia anche in un ambito che è quello di maggior impatto a livello mondiale in ambito sportivo, commerciale e di prestigio. Lo shopping di team calcistici internazionali – in Italia le due squadre milanesi sono di proprietà cinese, ma anche squadre estere come l’Atletico Madrid, il Manchester City, l’Aston Villa, eccetera, hanno quote di capitali cinesi – e l’interesse nel portare a giocare direttamente in Cina grandi campioni del calcio mondiale, sono la cartina tornasole riguardo il fatto che l’impegno preso da Pechino è serio e rilevante.

 

Carlos Tevez è uno degli importanti nomi del calcio mondiale che ora militano nel campionato cinese / credits: ImageChina

Strategia Africa

Sebbene l’offensiva rivolta allo sviluppo del soft-power sia attuata indistintamente nell’arena globale, molti degli sforzi cinesi si stanno concentrando in Africa. Qui gli investimenti cinesi continuano senza sosta da anni, e sono sempre di più gli interessi che la Cina può vantare sul continente.

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Pechino ha iniziato a consolidare la propria presenza in questa parte del mondo con lo scopo di sfruttarne le ampie risorse naturali; in cambio, la Cina è in grado di offrire liquidità e armi alle nazioni africane desiderose e bisognose. Contrariamente ad altri aiuti internazionali, che spesso vengono distribuiti avendo come controparte labili assicurazioni sul rispetto di alcuni diritti per i cittadini del paese che riceverà l’aiuto, per la Cina il rispetto di tali diritti non è un problema. Come non è un problema per la Cina la mancanza di democrazia in alcuni di questi paesi. Inoltre, i cinesi, diversamente dai paesi europei, non vengono associati al terribile passato coloniale del continente africano. Sebbene ciò che accade oggi in Africa, secondo alcuni, risulti essere una nuova forma più sottile di colonialismo.

Uno dei progetti più recenti e illuminanti della strategia cinese giace nell’accordo tra Pechino e Gibuti, con quest’ultima che ha concesso la costruzione di un porto alla periferia della sua capitale. Questa infrastruttura permetterà alle merci provenienti dall’Eritrea di avere sbocco sul mare, tramite una ferrovia a sua volta costruita con capitali cinesi. In Gibuti è presente una base militare in cui gli Stati Uniti (e con essi numerosi paesi, tra i quali l’Italia) stazionano permanentemente soldati sul suolo africano; con l’aggravio che questi ultimi appartengono generalmente alle unità delle Forze Speciali, come il 1° SFOD (Delta Force) o il DEVGRU (anche conosciuto come Seal Team Six). Alcuni analisti fanno notare come da questa vicinanza geografica potrebbero nascere timori di possibili azioni di spionaggio.

La lunga marcia

I primi risultati ottenuti da questa “charm offensive” sono riscontrabili da sondaggi effettuati in paesi esteri riguardanti l’opinione che le persone – suddivise per classi d’età – hanno nei confronti della Repubblica popolare cinese. Da questi emerge come i giovani facciano registrare un parere nei confronti della Cina generalmente più positivo rispetto agli anziani, soprattutto in quei paesi dove la presenza di Pechino è maggiore.

Scrive infatti l’Economist in un articolo sul tema che

“China’s soft-power push has made some gains. In global opinion polls respondents from Africa tend to be more positive about China than people from other regions.”

Tuttavia quanto sostenuto non deve portare a credere che l’obiettivo di incrementare il soft-power sia oramai raggiunto, dato che nel corso degli ultimi anni, si è assistito a contraccolpi e rivolte da parte delle popolazioni locali – come ad esempio in Zambia, dove un manager di un’azienda cinese è stato ucciso durante delle proteste – riportando l’attenzione alla già citata nuova forma strisciante di colonialismo.

Inoltre, così come sostenuto dallo stesso teorico del concetto di soft-power, Joseph Nye, e confermato dallo studio dei casi storici, l’influenza che un governo può generare è qualcosa di diverso e limitato rispetto a quanto la società stessa, con la propria vivacità in molteplici campi, può prima avviare e poi “esportare” oltre confine. Se dobbiamo tenere d’occhio qualcosa, uno dei trend nascenti riguarda la tecnologia e le comunicazioni: aziende cinesi di smartphone stanno ottenendo apprezzamenti e volumi di vendita internazionali rilevanti.

Conseguentemente, prima di decretare la riuscita dei suddetti tentativi d’influenza e il raggiungimento di un successo pari a quello del modello Occidentale, dovremmo aspettare ancora qualche anno.

di Luca Bettinelli
Redazione
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