L’esercito filippino è impegnato in una guerriglia urbana contro i jihadisti che hanno occupato alcuni quartieri della città di Marawi.

Il 23 maggio il Maute Group e Abu Sayyaf – due gruppi jihadisti filippini che hanno giurato fedeltà allo Stato islamico (o ISIS) – hanno occupato una parte della città di Marawi, nell’isola di Mindanao, nel sud delle Filippine.

Difficile stabilire se si tratta di un piano prestabilito da tempo. Si è svolto tutto nell’arco di poche ore: dopo alcuni scontri a fuoco con le forze di polizia filippine, alla ricerca del leader di Abu Sayyaf, Isnilon Hapilon, i jihadisti hanno preso il possesso di alcuni quartieri della città.

I giorni successivi sono stati molto movimentati, con le forze armate filippine (Afp) che hanno cercato di riprendere il controllo di tutto il territorio, senza riuscirvi.

A causa dei combattimenti, circa 200mila persone hanno lasciato la città (molte altre sono rimaste a Marawi, prese in ostaggio dai jihadisti che hanno anche giustiziato alcuni cittadini di fede cattolica). Ufficialmente il numero di morti ha superato 500, tra cui 45 civili e 114 truppe governative. Tuttavia, già nel mese di giugno, i residenti che erano fuggiti dalla città e un alto funzionario dell’esercito avevano dichiarato che le vittime erano più di mille.

Marines Filippini sparano colpi di mortai contro le linee nemiche. Credits: Getty

Messo alle strette, il presidente filippino, Rodrigo Duterte, ha imposto la legge marziale: secondo la Costituzione filippina, il presidente può imporla fino a 60 giorni in caso di invasione, ribellione e per motivi di pubblica sicurezza.

Gli sforzi delle forze armate filippine sono stati vani, nonostante l’assistenza offerta dall’esercito statunitense.

Anche se il numero effettivo dei terroristi coinvolti rimane imprecisato (ad oggi sarebbero circa 200), i due gruppi si sono dimostrati avversari parecchio ostici. La strategia adottata sinora potrebbe non essere quella corretta.

Abu Sayyaf e il Maute Group non sono accomunati all’ISIS soltanto da un giuramento: un soldato intervistato dalla CNN ha detto che, a Marawi, i jihadisti hanno applicato le tattiche militari di guerriglia utilizzate dallo Stato islamico in Siria e Iraq, servendosi di ordigni esplosivi improvvisati (IEDs), di lanciarazzi anticarro (RPGs) e di cecchini nascosti nei minareti della città.

Da uno studio dell’Institute for Policy Analysis of Conflicts si evince come nell’ultimo anno il comando centrale dello Stato Islamico in Siria abbia mandato decine di migliaia di dollari ai miliziani filippini, permettendo loro di rafforzarsi e conquistare un pezzo di Marawi.

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L’esercito filippino ha avviato il pattugliamento della strade nella città di Logan in Mindanao. Credits: Gary

Tra i jihadisti presenti in città, molti sono stranieri: stando a quanto dichiarato dal ministro della Difesa, Delfin Lorenzana, alcuni miliziani uccisi erano sauditi, yemeniti e ceceni.

Il Maute Group è solo uno dei tanti gruppi jihadisti attivi nel Paese asiatico (della galassia jihadista filippina, Zeppelin ve ne aveva già parlato in un’altra occasione). È stato fondato nel 2012 da Abdullah (aka Abu Hasan) e Omar Maute, due fratelli originari di Lanao del Sur e membri del Maranao clan.

Entrambi hanno studiato all’estero – Omar all’università al Azhar de Il Cairo e Abdullah in Giordania –, parlano fluentemente arabo (a differenza del leader di Abu Sayyaf, Isnilon Hapilon), hanno una profonda conoscenza del salafismo e sono estremamente pericolosi.

Le prime azioni del gruppo risalgono al 2013, ma il gruppo ha attirato l’attenzione dei filippini lo scorso agosto, quando, con un raid in un carcere di Marawi, hanno liberato 23 detenuti. Il Maute Group è considerato il responsabile dell’attentato dinamitardo di settembre, a Davao, che ha ucciso 14 persone.

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Un blindato dei Marines accelera per fuggire al fuoco amico dei razzi sparati da un elicottero filippino sul possibile nascondiglio di jihadisti. Credits: AFP / Ted Aljibe

Gli eventi di Marawi hanno riavvicinato (seppure momentaneamente, forse) le Filippine agli Stati Uniti, contrariamente ai piani di Duterte: dopo essere stato eletto, in diverse occasioni, il presidente ha annunciato che avrebbe fatto a meno degli Stati Uniti per garantire la sicurezza del suo Paese, minacciando di mandare via le truppe americani presenti nell’arcipelago filippino. Duterte ha comunque precisato che l’intervento americano è stato richiesto dai vertici militari filippini e non dal governo.

La cooperazione tra Manila e gli altri Paesi (Singapore e Australia) sarà comunque fondamentale per risolvere il problema rappresentato dai gruppi jihadisti, che minacciano l’area e soprattutto i filippini.

L’Institute for the Study of War sostiene che le Filippine rientrano nell’elenco dei Paesi dove lo Stato islamico intende stabilirsi, per poterlo destabilizzare (l’elenco include anche Iran, Arabia Saudita, Egitto, Turchia e una manciata di nazioni africane).

di Mirko Spadoni
Redazione
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