Per molto tempo considerato il paese più sicuro e stabile del Maghreb, il Marocco oggi – particolarmente la regione del Rif – è in preda a una contestazione di natura socio-economico che si sta perpetuando da oltre 9 mesi ed è duramente repressa dal governo di Rabat.

Il Rif: La storia di questa regione e la sua composizione etnica hanno sempre caratterizzato quest’area come diversa dal resto del paese, di fatto, il Rif – popolata maggiormente da marocchini di origine berbera – non ha mai avuto eccellenti rapporti con la monarchia. E fin dall’epoca coloniale, questa regione situata nel nord del Marocco si è sempre contraddistinta per la sua caparbietà a non sottostare alle regole dei vari governi che l’hanno amministrata.

La regione ha sempre avuto la reputazione di essere abitata da un popolo rude, testardo, litigioso. Singolarità che tutto sommato i rifiani rivendicano con grande orgoglio. Si sono ribellati agli spagnoli nel 1921, ci riprovarono poi con il Marocco nel 1958 – 1959 e poi ancora con “la rivolta del pane” del 1984 duramente repressa da Re Hassan II. Tuttavia, tale atteggiamento ha sempre isolato quella zona del paese e oltre ad essere dichiarata area militarizzata, l’ha quasi sempre escluso da ogni piano concreto di sviluppo e investimento economico. Da allora, e nonostante le promesse di aiuti allo sviluppo dell’attuale Re – Mohammed VI – la regione rimane tra le più povere del paese, colpita da un altissimo tasso di disoccupazione, corruzione ed è gravemente carente di ogni forma di infrastrutture, ospedali, scuole università, industrie.

Manifestazione a Al-Hoceima Sources: Reuters

A differenze delle grandi città marocchine che hanno vissuto un boom economico negli ultimi 15 anni, il Rif sembra essere stato abbandonato a se stesso e questo divario è palpabile rispetto al resto del paese. Per molti decenni gli abitanti sono emigrati verso l’Europa e le loro rimesse hanno aiutato la zona ad alleviare in un certo senso lo stato di crisi. I prodotti sono costosi a causa dell’isolamento geografico. La pesca tradizionale non può competere con i grandi pescherecci da traino europei che si trovano nei mari marocchiniNon vi è alcuna vera e propria industria, nessun grande porto. Inoltre, questo territorio è riconosciuto per la sua grande produzione di cannabis e la sua vicinanza alle coste spagnole ha permesso per molti anni lo sviluppo di un commercio fiorente creando un economia di sussistenza sommersa che ha permesso alla regione di sopravvivere in maniera quasi autonoma.

Adesso alcune condizioni sono però cambiate, l’attuale crisi migratoria limita le partenze e le massicce campagne contro la produzione della droga hanno di fatto sprofondato la regione in una piena crisi. Negli anni e nonostante la promesse, il governo centrale sembra non essere stato in grado di offrire un’alternativa valida alla pesca tradizionale e alle colture della cannabis per mitigare le condizioni del popolo rifiano.

Al-Hoceima. Scontri tra la polizia e i manifestanti del Hirak. Credits: Louis Witter/Le Desk

Hogra: Termine con il quale vengono designati un insieme di comportamenti arbitrari e di ingiustizia, disprezzo, umiliazione e abuso di potere che si verificano a tutti livelli della pubblica amministrazione. Designa inoltre il fatto che i funzionari di Stato posso agire violando ogni legge e diritti dei cittadini nella totale impunità.

In questo fragile contesto, lo scorso 26 ottobre, un pescivendolo è morto macinato da un compattatore di rifiuti mentre cercava di recuperare un carico di pesca confiscato dalla polizia. La pesca del pesce spada è vietata in quel periodo dell’anno ma è anche uno dei pochi mezzi di sostentamento della regione. Il tutto nasce da un processo di corruzione molto comune in Marocco. Il pescivendolo – vittima della Hogra marocchina – si sarebbe rifiutato di pagare la tangente all’agente che ha ordinato di confiscare la merce e azionare la pressa nonostante l’uomo si trovasse all’interno. Il tutto documentato da un video mandato in rete. Il caso fece indignare e l’intero paese protestò. Chiaro, l’uccisione di Mouhcine Fikri ha solo scoperchiato il vaso di pandora, ma così come accadde in Tunisia, nel dicembre 2010, il sequestro della merce e la fine tragica del suo proprietario divennero il casus belli che fece scoppiare l’ondata di contestazioni.

Ma da quella data, 9 mesi sono passati, e gli animi dei residenti di Al Hoceima – città capoluogo dove si è svolto il tragico evento – e delle altre città del Rif centrale non vacillano. I Manifestanti del “Hirak al-chaabi” – termine arabo per movimento popolare sono scesi nelle piazze per denunciare il loro disagio sociale. Di fatto, dispotismo, disoccupazione, povertà, mancanza di reale piano di sviluppo e corruzione sono stati gli ingredienti che hanno infiammato una realtà già delicata.

Rabat. Corteo durante la conferenza sui cambiamenti climatici. L’atroce morte del venditore di pesce ha provocato indignazione e proteste in tutto il paese. Credits: Abdelhak Senna/EPA

Seppur il governo di Rabat cerchi di far passare i manifestanti come separatisti, con l’intento di destabilizzare il regno, questa volta il messaggio sembra non avere avuto l’effetto desiderato visto le varie manifestazione di solidarietà tenutesi a Rabat, Tangeri, Casablanca e in certe città europee. Tuttavia, Al-Hirak al-Chaabi non vuole né separazione né tanto meno un autonomia, e per il momento respinge ogni connotazione politica. Le rivendicazione sono di natura socio-economica. La contestazione ha preso una nuova piega lo scorso 26 maggio, quando uno dei suoi leader – Nasser Zefzafi – ha interrotto il sermone del venerdì che tentava di stigmatizzare il movimento.

In Marocco, il sermone è dettato dalle autorità religiose sotto l’influenza diretta del re. La religione – come spesso accade – viene usata per fini puramente politici e questo in Marocco ha un peso non indifferente. Se si riuscisse a spezzare il legame di estrema fedeltà tra la sfera religiosa e il regno, questo potrebbe fare crollare il sistema stesso. Il Re è ben consapevole di questa realtà. Difatti, Zefzafi è stato arrestato, imprigionato e torturato – insieme a un centinaio di membri del movimento Hirak – accusati di minare l’esercizio del culto, di attentato alla sicurezza dello Stato e di tradimento. Da quel momento, la polizia continua a emettere mandati di arresto a giornalisti, artisti, intellettuali. Le manifestazioni si susseguono quasi quotidianamente e l’autorità sceglie sistematicamente la repressione.

Al-Hoceima. Manifestazione contro gli abusi e la corruzione di stato. Credits: Youssef Boudlal, Reuters

Mustapha Tossa, giornalista e politologo:

La società marocchina è consapevole del fatto che è finalmente giunto il momento per la polizia di cambiare atteggiamento perché non è più possibile comportarsi con i cittadini come se fossimo in una volgare dittatura.

Sebbene la monarchia in sé non sia mai stata messa in discussione, l’attuale governo segue le orme dello stato forte, dello stato che non negozia, dello stato che impone, monitora e punisce. Nonostante il governo abbia riconosciuto parte delle sue responsabilità, sembra non capire che la continua repressione potrebbe rivelarsi controproducente oltre al rischio di vedere la situazione degenerare in tutto il paese.

Benché il Re abbia graziato decine di detenuti in occasione della Festa del Trono lo scorso 29 luglio, tuttavia Nasser Zefzafi e altri leader del movimento sono ancora incarcerati.

Incarcerare e torturare gli attivisti non è servito a placare gli animi. La situazione marocchina è bloccata, il paese è governato da una casta privilegiata insensibile alle esigenze di una popolazione vessata dallo strapotere e dalla corruzione di quasi tutta la pubblica amministrazione. A questo disegno si aggiunge il delicato caso del popolo berbero. I rifiani manifestano contro la Hogra, denunciano i progetti non attuati, la marginalizzazione e i responsabili di chi ha permesso questo degrado.

Come affermano certi analisti, il governo dovrebbe pensare ad attuare un vero piano di sviluppo della regione, emarginare meno questo parte del regno e annullare l’editto reale del 1958 che prevede ancora oggi la militarizzazione del Rif. Questo di certo mostrerebbe una chiara intenzione dal parte del governo di voltare pagina e ricostruire il legame spezzato ridando credibilità all’azione politica.

di Mohamed-Ali Anouar
Mohamed-Ali Anouar
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