Dopo aver analizzato la crisi nucleare nordcoreana attraverso l’interpretazione teorica del Neorealismo, la seconda parte dell’articolo si prefigge di rovesciare di 180 gradi la prospettiva analitica, interpretando quindi lo stesso fenomeno attraverso un approccio teorico, quello costruttivista, per certi versi diametralmente opposto alla teoria strutturale.

Nella prima parte di questo articolo si è visto come la crisi nucleare nordcoreana possa essere spiegata tramite gli assunti della teoria strutturale, o neorealista. Nonostante la teoria formulata da Waltz sul finire degli anni settanta aiuti a comprendere quanto la ricerca della sopravvivenza da parte degli stati sia una chiave interpretativa particolarmente efficace per spiegare la politica internazionale, essa tuttavia non dice tutto della crisi che da ormai più di dieci anni, da quando cioè la Corea del Nord si è dotata concretamente di armi nucleari, investe la penisola coreana.

Dal punto di vista teorico infatti è possibile, e per certi versi necessario, oltrepassare i dettami formulati dalla teoria strutturale per andare a prendere in considerazione altri fattori esplicativi che possono aiutare a comprendere la crisi stessa. La teoria strutturale, come visto nell’articolo precedente, si propone di spiegare i fatti internazionali tramite l’analisi degli stati come unità indifferenziate; essa si basa dunque unicamente su quanto le nazioni siano implicate nella ricerca del potere necessario a garantire loro la sopravvivenza nell’arena internazionale, ignorando quindi altre variabili quali la composizione interna allo stato stesso, l’ideologia che permea e definisce la natura del sistema politico interno di tali stati e di conseguenza le relazioni di amicizia ed inimicizia politica con gli altri attori coinvolti. Se la teoria strutturale considera ininfluente ai fini della spiegazione delle azioni degli stati come essi interpretano il mondo e come tali interpretazioni possano influenzare i loro comportamenti, altre teorie divergono invece da questa concezione.

Nonostante il realismo sia considerato l’approccio teorico che studia prevalentemente le relazioni di potere, anche all’interno del realismo classico  di matrice soprattutto europea c’è una considerazione notevole degli aspetti per così dire “immateriali” delle relazioni interstatali; tra le teorizzazioni del realismo classico, infatti, sono numerosi i contributi che analizzano i fattori non necessariamente legati al potere nelle relazioni tra gli stati, come i fattori identitari, ideologici, e le relazioni di amicizia ed inimicizia. Persino uno studioso dichiaratamente focalizzato sulle relazioni di potere fra gli stati come Hans Morgenthau ha, infatti, riconosciuto un ruolo all’ideologia degli attori internazionali; per Morgenthau, l’ideologia serve a mascherare le reali intenzioni di uno stato, colorando di un’etica azioni che altrimenti sarebbero considerate inaccettabili dalla popolazione interna o dalle istituzioni internazionali. Oltre a ciò, l’ideologia di uno stato svolge l’importante funzione di coesione sociale; grazie all’ideologia infatti, lo stato riesce ad esercitare una maggior presa sui propri cittadini, convincendoli della necessità della propria particolare politica estera e favorendo la mobilitazione e lo spirito di sacrificio, aumentando dunque le proprie risorse di potenza.

Mobilitazione e fedeltà ideologica [Reuters/Kcna

È però Raymond Aron ad essere riconosciuto come il più importante studioso del rapporto tra le ideologie degli attori del sistema internazionale ed il grado di conflittualità all’interno del sistema stesso. Nel suo monumentale quanto paradigmatico Pace e guerra tra le nazioni, il teorico e sociologo francese arriva infatti a categorizzare i tipi di sistema internazionale proprio in base al grado di omogeneità o eterogeneità tra le ideologie che circolano al suo interno.

“Chiamo omogenei i sistemi nei quali gli stati appartengono al medesimo tipo, obbediscono alla stessa concezione politica. Chiamo invece eterogenei i sistemi nei quali gli stati sono organizzati secondo principi diversi e fanno appello a valori contraddittori” è la famosa definizione aroniana dei sistemi internazionali.

In estrema sintesi, il grado di distanza tra le ideologie degli stati determina, secondo Aron, quanto essi possano comunicare tra loro e con che mezzi, se quindi tramite la diplomazia o la guerra. Il livello di omogeneità/eterogeneità determina inoltre il grado di predittività degli avvenimenti nel sistema internazionale: se tutti gli stati condividono una cultura ed una ideologia comune, allora diviene più semplice prevedere in che modo gli stati si rapporteranno fra loro, in virtù del fatto che le istituzioni fondamentali – istituzioni intese non tanto come le istituzioni internazionali classiche come la Società delle Nazioni o l’Organizzazione delle Nazioni Unite quanto piuttosto gli istituti consuetudinari di diritto internazionale, come ad esempio il principio di pacta sunt servanda – che permettono la conduzione delle relazioni fra gli attori acquisiscono una continuità tradizionale, tipica della consuetudine giuridica. Anche in caso di conflitto, gli stati possono prevedere che cosa sarà permesso e cosa invece sarà ritenuto inaccettabile, che cosa ci si dovrà aspettare e quali comportamenti invece bisognerà temere. Infine, la comunanza ideologica fra gli attori definisce la natura delle relazioni di amicizia ed inimicizia fra gli stati eliminando, o viceversa accentuando, la possibilità che l’avversario venga visto tramite le logiche di intransigenza ed odio politico che sono comuni dei conflitti fra soggetti che non si riconoscono come simili e, quindi, come legittimi. In questo senso, in caso di omogeneità ideologica la comunicazione fra i contendenti mantiene sempre un livello accettabile di comunicabilità; essa rimane sempre possibile, favorendo la soluzione delle controversie e il ritorno alla normalità politica una volta finito il conflitto. In caso invece di elevata eterogeneità ideologica, il conflitto tenderà ad essere non regolamentato ed illimitato negli obiettivi, che coincideranno con l’eliminazione fisica del nemico.

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Se quindi persino il realismo classico considera, differentemente dalla teoria strutturale, come importanti i fattori immateriali della politica internazionale, è l’approccio costruttivista a proporre una più drastica analisi del rapporto tra le pressioni sistemiche, cioè quanto il comportamento degli stati dipenda dalla natura in sintesi anarchica del sistema internazionale, e le caratteristiche interne degli attori che vi fanno parte.

La corrente costruttivista maggiormente analizzata e dibattuta è quella proposta da Alexander Wendt; egli, pur partendo dagli assunti del neorealismo – ammettendo quindi l’esistenza di una struttura internazionale – mette in discussione il concetto “indifferenziazione funzionale” delle unità che interagiscono nel sistema. Gli stati, per Wendt, non sono guidati nei loro comportamenti unicamente dalle pressioni sistemiche della struttura internazionale, ma reagiscono ad essa in base alla propria identità, “trasformando o modellando” la struttura stessa proprio in virtù della loro visione della natura della politica internazionale. Questo punto è molto importante sia a livello teorico sia nell’ottica dell’analisi del comportamento della Corea del Nord, perché consente di analizzare cosa gli stati “sono e come pensano”, e soprattutto come si comportano in conseguenza delle loro ideologie dominanti e delle relazioni di amicizia/inimicizia che ne conseguono.

Il ragionamento di Wendt parte dalle considerazioni di Martin Wight e Hedley Bull – i fondatori della cosiddetta “scuola inglese delle relazioni internazionali” – e in particolare si concentra e rielabora la categorizzazione dei comportamenti degli attori internazionali formulata sia da Wight che da Bull. In particolare, Wendt rileva tre particolari forme di comportamento degli attori internazionali, riconducibili a tre filoni interpretativi della natura della politica interstatale.

“La mia tesi, adattando le intuizioni di Bull e Wight, è che esse tendano a raggrupparsi in tre culture dotate di logiche e tendenze distinte, hobbesiana, lockiana e kantiana. […] La mia proposta è che al cuore di ogni tipo di anarchia esiste un’unica posizione possibile per diversi soggetti. Nella cultura hobbesiana quella di “nemico”, nella cultura lockiana quella del “rivale” e nella cultura kantiana quella dell’”amico”. Ciascuna di queste posizioni comporta un orientamento o un’attitudine del Sé nei confronti dell’Altro in rapporto all’uso della violenza.”

Delle tre categorizzazioni, quella che più si adatta a descrivere il comportamento della Corea del Nord è la tradizione hobbesiana. Secondo questa interpretazione, l’attore “altro da sé” viene riconosciuto dallo stato unicamente come potenziale nemico. Essendo questo inevitabilmente diverso dal proprio sé, ogni riconoscimento reciproco non può esistere e, dunque, nell’interazione tra i due nemici l’uso della violenza non può essere soggetto ad alcun tipo di limitazione.

“Il nemico non riconosce il diritto del Sé a esistere come soggetto libero, e di conseguenza l’obiettivo del suo revisionismo è la vita e la libertà dell’Altro.”

Questa schematizzazione del conflitto secondo logiche di amico/nemico, se applicata al caso nord coreano, proietta sulle minacce nucleari di Pyongyang un’ombra più inquietante. Se si sceglie di non considerare soltanto le pressioni sistemiche della struttura internazionale sugli attori in relazione alle loro capacità materiali, ma si decide di analizzare i loro comportamenti anche in relazione alle loro identità, allora la minaccia nucleare nord coreana può assumere connotati differenti.

Manifestazione celebrativa di Kim Jong Il, Padre di Kim Jong Un, in Piazza Kim Il Sung a Pyongyang, marzo 2003, Reuters

Coerentemente con il realismo classico ed europeo prima e con il costruttivismo poi, le azioni della Corea del Nord devono essere lette attraverso la lente della differenza ideologica tra il suo regime politico e quello di tutti gli altri attori del sistema regionale del sud est asiatico. Da un lato, il regime nord coreano, un misto singolare di regime socialista a partito unico unito ad una concentrazione del potere di natura dinastica, si alimenta di tutte le polarizzazioni ideologiche teorizzate sia nel lavoro di Morgenthau che in quello di Aron; data la diversità inconciliabile tra il proprio regime ed il regime di tutti gli altri attori, la difficoltà sia di dialogo sia di negoziato di fronte alla crisi raggiunge il massimo grado di eterogeneità, come dimostrato dal continuo scambio di accuse reciproche avvenuto tra Corea del Nord e l’alleanza tra Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone; accuse che sottintendono l’estrema difficoltà non soltanto di raggiungere un accordo di qualche genere ma anche di percepirsi vicendevolmente come interlocutori legittimi. La stessa convivenza fra le due coree appare, secondo l’approccio utilizzato in questo articolo, decisamente complessa. Se è vero infatti che vi sono stati periodi di relativa calma fra i due attori anche nel periodo intercorso tra la costruzione della prima bomba atomica da parte della Corea del Nord e l’escalation della crisi odierna, le differenze identitarie delle due coree emergono con vigore proprio nel momento in cui la crisi supera un determinato livello di intensità. Come sosteneva Aron, e Wendt successivamente, le differenze ideologiche ed identitarie impediscono un dialogo accettabile ed una diplomazia efficace tra i due attori della penisola coreana. Dall’altro lato, non deve essere dimenticata la notevole influenza dell’utilizzo dell’ideologia che permea il regime di Pyongyang sulla propria popolazione; similmente alle considerazioni di Morgenthau sopra descritte, la dittatura della dinastia Kim nel corso dei decenni sembra essersi servita egregiamente della propria propaganda interna, demonizzando l’asse Washington-Seul-Tokyo come le classiche forze imperialiste e garantendosi in questo modo una nazione in armi, caratterizzata in termini schmittiani da una elevata disponibilità ad uccidere e morire tipica delle mobilitazioni totali dei grandi conflitti ideologici novecenteschi.

Da questo punto di vista, quindi, la bomba atomica nordcoreana può assumere il ruolo non più solo di strumento equilibratore con cui il regime di Pyongyang riesce a pareggiare le distribuzioni di potere dei propri attori confinanti secondo una logica di equilibrio di potenza, ma assume anche il ruolo di strumento estremo all’interno del conflitto inalienabile con attori confinanti diversi da sé per caratteristiche interne; e proprio in virtù di queste diversità inconciliabili, in particolare con la Corea del Sud, il conflitto non può più prevedere forme di limitazione della violenza, proprio perché assume la forma di un conflitto fondato sull’esistenza stessa del regime di Pyongyang o di quello di Seul.

Come afferma Paul Bracken, studioso americano del conflitto intercoreano, “ciò che è in gioco in Corea del Nord non è semplicemente la sopravvivenza del regime di Kim, ma quella dello Stato stesso”. La minaccia nordcoreana alla stabilità regionale, dunque, assume i connotati non più di un conflitto inquadrabile puramente in termini di potere o di ricerca della sopravvivenza, ma piuttosto quelli di un conflitto esistenziale, e quindi assoluto in termini di violenza, proprio perché oppone due regimi diametralmente opposti dal punto di vista politico ed ideologico, e in caso di conflitto dunque esso non potrebbe che terminare con la scomparsa dell’identità politica di una o dell’altra parte.

Di Federico Maiocchi
Redazione
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