Le strade della Catalogna, e di Barcellona in particolare, sono percorse dalle proteste dei catalani che chiedono di poter svolgere il referendum per l’indipendenza. Ma Madrid non è d’accordo.

È molto difficile prevedere che cosa accadrà in Catalogna da qui al 1° ottobre, la data scelta dal governo catalano per lo svolgimento del referendum – ritenuto illegale dal governo centrale – sull’indipendenza. Allo stato attuale, stante l’illegittimità di tale consultazione, il referendum non si dovrebbe tenere, così come è altamente improbabile che si verifichi quanto dichiarato dagli esponenti indipendentisti, ovvero che in caso di vittoria del «sì» entro 48 ore verranno avviate le procedure per la proclamazione unilaterale dell’indipendenza.

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Nelle ultime settimane lo scontro istituzionale tra governo centrale e Generalitat de Catalunya ha raggiunto dei picchi di tensione verbale e fisica che nessuno si aspettava fino a qualche mese fa. In particolare, la compagine governativa guidata dal premier Mariano Rajoy, ha intrapreso una serie di iniziative particolarmente dure – di fatto però applicando la legge – nei confronti dei sostenitori dell’indipendenza: prima la richiesta di bloccare il referendum, poi la ricerca ed il sequestro di materiale elettorale, infine le perquisizioni degli uffici della Generalitat de Catalunya e l’arresto di 14 indipendentisti.

Madrid ha deciso, inoltre, di incrementare anche il dispositivo di sicurezza, inviando altri 4mila poliziotti della Guardia Civil: la scelta di aumentare il contingente di polizia è dettata, in particolare, dalla sfiducia nei confronti della polizia catalana, i Mossos d’Esquadra, molto divisi al loro interno, non del tutto disposti ad agire contro il popolo a cui loro stessi appartengono.

Una nave affittata dal Ministero degli interni spagnolo per portare contingenti della Guardia Civile Nazionale a Barcellona – Carles Ribas / El Pais

In virtù di ciò il procuratore generale dello Stato ha disposto la subordinazione di tutti i corpi di polizia locali alla Guardia Civil che risponderà esclusivamente al Ministero dell’Interno spagnolo: in pieno disaccordo con la decisione del governo centrale, alla prima riunione di coordinamento il comandante dei Mossos d’Esquadra, il Maggiore Josep Luis Trapero, ha declinato l’invito, mandando soltanto un suo vice.

È opinione abbastanza diffusa, anche tra i sostenitori dell’unità, che le decisioni prese da Mariano Rajoy siano state  poco ragionate, eccessive, ed abbiano avuto l’effetto paradossale di rafforzare le posizioni indipendentiste. Il premier spagnolo si trova a dover gestire anche la pressione indiretta delle cancellerie europee che, sebbene predichino la calma, sottolineando che la questione è un affare interno spagnolo, guardano con preoccupazione allo svolgimento del referendum che permetterebbe ai vari indipendentismi presenti sul proprio territorio di trovare sostegno in un importante “precedente”.

L’errore di valutazione di Mariano Rajoy è stato abbastanza grave e non ha tenuto conto di quanto avvenuto in passato e ad altre latitudini. I sondaggi più recenti davano i catalani molto divisi sull’opportunità di staccarsi da Madrid e, se torniamo indietro alle elezioni politiche catalane del settembre 2015, i partiti indipendentisti, benché abbiano conquistato la città di Barcellona, ricevettero appena il 48% delle preferenze. L’analisi post-elettorale dei voti espressi ha mostrato, inoltre, che un quinto di coloro che hanno votato per i partiti indipendentisti, lo hanno fatto con l’esclusivo scopo di costringere il governo a concedere una maggiore autonomia, e non per un’utopica quanto incerta indipendenza.

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Rajoy avrebbe potuto prendere ad esempio quanto accaduto in occasione del referendum per l’indipendenza della Scozia dal Regno Unito nel 2014, quando Londra ottenne il risultato sperato presentando il conto dei problemi che gli scozzesi si sarebbero trovati di fronte: no alla sterlina, debito enorme, no al commercio con l’UE – poi è arrivata la Brexit, ma questa è un’altra storia.

Nel caso di proclamazione di indipendenza, lo “stato” di Catalogna si troverebbe ad affrontare, immediatamente, problemi difficilmente superabili. Il primo di questi problemi riguarderebbe il riconoscimento internazionale perché pochissimi governi al mondo sarebbero disposti a riconoscere il nuovo stato.

Di sicuro non ci sarebbe il riconoscimento dell’Unione Europea, organizzazione da sempre recalcitrante ai cambiamenti “improvvisi”, e dove il veto della Spagna ad un’eventuale richiesta di adesione del governo di Barcellona è scontato. La Catalogna vivrebbe nell’assoluto isolamento, ricevendo soltanto il sostegno di altre sparute comunità autonome che però non gli garantirebbero la possibilità di agire, autonomamente, nella comunità internazionale.

L’isolamento non sarebbe nemmeno mitigato dall’Onu, che nella propria Carta per “autodeterminazione dei popoli” non ha mai inteso la totale libertà di secessione da parte di comunità locali dagli stati di appartenenza, specie quando questi stessi stati concedono ampie autonomie, come nel caso spagnolo.

L’isolamento avrebbe ripercussioni pesanti sull’economia, dove una Catalogna con le esportazioni bloccate potrebbe perdere fino al 30% del suo Pil, con inevitabili ricadute negative sui posti di lavoro. Analogamente a quanto avvenuto per la Brexit si andrebbe ad aggiungere il nodo dell’accesso al mercato unico: il 65% delle esportazioni catalane sono orientate verso i paesi dell’Unione Europea e con l’indipendenza ricadrebbero nel regime tariffario previsto dagli accodi in seno al World Trade Organization (WTO), perdendo gran parte della propria competitività.

Infine, ci sarebbero da affrontare altri due problemi di non facile soluzione, quello relativo alla moneta che la nuova entità dovrà utilizzare e la ricerca di un accordo per la ripartizione del debito pubblico con la Spagna, attualmente vicino al 100% del Prodotto Interno Lordo.

di Danilo Giordano
Danilo Giordano
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