Quanto è grande il rischio di “terrorismo nucleare”?

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La tecnologia nucleare è piuttosto antiquata, e non servono grandi conoscenze tecniche per costruire un piccolo ordigno atomico. Le organizzazioni terroristiche internazionali si sono spesso interessate alla cosa, nonostante le attenzioni che riguardano un’escalation nucleare si rifacciano perlopiù ai conflitti interstatali. Oggi però, più che di una guerra nucleare, bisognerebbe preoccuparsi del terrorismo nucleare.

Sedici anni fa due Boeing 767 dirottati dai miliziani di al-Qaeda si schiantarono contro la Torre Nord e Sud del World Trade Center di New York, provocandone il collasso. Quasi 3mila persone morirono quel giorno. Sebbene quello non fosse in realtà il primo attacco del fondamentalismo islamico al mondo cosiddetto “Occidentale”, l’11 settembre marcò una cesura netta, dividendo la storia in un “prima” e un “dopo”. Ne seguì una guerra al terrorismo – anzi, al “terrore” –  dove s’attorcigliarono invasioni militari, scandali internazionali, programmi di sorveglianza di massa, “missioni di pace”, ambigui trattati multilaterali e un’infinita sequela di attacchi terroristici scagliati contro i nemici del “vero Islam”.

A pagarne lo scotto furono prevalentemente i Paesi nordafricani, mediorientali e asiatici, ma anche l’Europa non ne uscì indenne. Madrid, Londra, Bruxelles, Parigi, Copenaghen, Nizza, Monaco, Berlino, Stoccolma, Manchester, Barcellona. Le urla e il sangue sono ancora materia vivida nella nostra memoria.

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Malgrado quest’inestinguibile scia di violenze, il fondamentalismo radicale islamico non riuscì mai a ripetere il successo di New York. Dopo al-Qaeda venne il “califfato islamico”, che concentrò la sua azione nei deserti del Medioriente e lasciò che fossero cellule autonome e singoli individui a occuparsi del terrorismo nelle terre del nemico lontano. Una politica di decentramento, quella del califfato, che ha permesso un incremento sostanziale del numero di attentati, ma anche una notevole diminuzione della loro efficacia. Sembra prevalere oggi una sorta di terrorismo dei poveri, condotto con mezzi elementari e privo di quell’organizzazione coordinata e centralizzata che caratterizzava al-Qaeda al tempo di Bin Laden e Ayman al-Zawahiri.

Camion scagliati in mezzo alla folla, ordigni artigianali dal basso potenziale, coltelli da cucina, spade da collezione affilate alla buona. Sufficienti, questo sì, a polarizzare il tessuto sociale e politico dei Paesi coinvolti, ma non certo a modificare significativamente le azioni su scala internazionale. Se dovessimo stilare una valutazione su base statistica, verrebbe da concludere che il terrorismo abbia perso la sua battaglia, e che questi non siano che gli ultimi atti del suo orrido spettacolo, dei semplici colpi di coda che dimostrano come la strategia sia, di fatto, non avere una strategia.

Ma se invece, come suggerisce questo articolo pubblicato dalla versione online di CNN, ci sbagliassimo? Se il momento più buio del nostro secolo fosse ancora innanzi a noi, e non alle nostre spalle? È lecito aspettarsi il meglio, ma i precetti del contro-terrorismo impongono anche di prepararsi al peggio. E il peggio, oggi, ha il volto del terrorismo nucleare.

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William Perry, matematico, ingegnere, Segretario della Difesa sotto la presidenza Clinton, attualmente professore emerito presso l’Università di Stanford e fondatore del William J Perry Project, è convinto che nel giro di dieci anni il terrorismo maturerà il know-how necessario per assemblare piccoli ordigni nucleari, con una potenza di qualche decina di chilotoni, modesti se paragonati alla tecnologia termonucleare sviluppata negli ultimi anni della Guerra Fredda, ma sufficienti a distruggere mezza Manhattan con una sola deflagrazione.

Perry sostiene che la politica non abbia maturato una consapevolezza sufficiente in materia, e che l’opinione pubblica non abbia il benché minimo sentore del rischio. Sarebbe confortante bollare tutto questo come semplice allarmismo, ma Perry è un’autorità indiscussa nel campo degli studi strategici e presenta credenziali d’eccellenza a livello accademico e istituzionale.

A ben vedere, dopo la fine del bipolarismo e la caduta del muro di Berlino, la minaccia nucleare, tanto paventata a livello sia politico che mediatico negli anni della Guerra Fredda, è come passata in secondo piano, seppellita assieme al cadavere della M.A.D. (Mutual Assured Destruction) e oscurata da una nuova realtà fatta di tante guerre intrastatali a bassa intensità e dalla minaccia del terrorismo fondamentalista.

Se non fosse per il militarismo sclerotico dei nordcoreani, o per l’incidente di Fukushima, con tutta probabilità avremmo difficoltà a rammentare il progetto Manhattan o l’orribile destino dell’atollo di Bikini. È normale essere scettici oggi di fronte alla possibilità di un evento nucleare a carattere offensivo. Non perché sia improbabile, ma semplicemente perché nessuno sembra parlarne più.

La realtà è che dotarsi di un potenziale nucleare, nel caso di un’organizzazione terroristica, non è affatto difficile. Irwin Redlener, direttore del National Center for Disaster Preparedness della Columbia University, ha illustrato piuttosto chiaramente la questione: grazie al materiale informativo disponibile oggi su Internet, sono sufficienti una laurea triennale in fisica e una buona dose di perseveranza per assemblare un piccolo ordigno nucleare.

La sola difficoltà riguarda il reperimento del materiale fissile. Processare isotopi come l’uranio o il plutonio non è semplice. Si tratta di procedimenti estremamente complicati e costosi, ma gran parte dei depositi che contengono le vecchie scorte di magazzino, specialmente in Russia, in Pakistan e nell’Europa dell’est, sono facilmente accessibili. La sorveglianza è inadeguata e la mano lunga della corruzione potrebbe indurre gli operatori della sicurezza a concludere affari sottobanco o liquidare parte del materiale fissile sul mercato nero.

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Nel 2007, quattro uomini armati tentarono di penetrare all’interno del sito nucleare di Pelindaba, in Sudafrica, dove il governo tuttora conserva le proprie scorte di uranio arricchito (Higly Enriched Uranium, HEU). Il colpo fallì, ma gran parte delle misure di sicurezza furono bypassate. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA) aveva supervisionato il sito pochi mesi prima, senza trovare alcuna evidenza di un potenziale rischio per la sicurezza. Negli anni successivi,  il governo sudafricano dovrebbe essersi dotato di un design basis threat (DBT), così come raccomandato dalla IAEA, ma alcuni esperti suggeriscono che le misure di sicurezza sono tuttora insufficienti.

Nel 2011, le forze di sicurezza moldave fermarono un’ampia rete di traffici illeciti che dalla Federazione russa passava attraverso la Transnistria. I contrabbandieri furono colti sul fatto mentre tentavano di vendere 4,4 grammi di uranio arricchito a un agente sotto copertura. Il governo moldavo ha reso noto che gli altri membri della rete criminale ancora in libertà sono tuttora in possesso di almeno un chilo di materiale fissile. Casi simili si erano precedentemente verificati a Rousse, Bulgaria, nel 1999, e a Parigi, nel 2001.

È probabile che grandi quantità di materiale fissile siano attualmente in circolazione sul mercato nero, pronte per essere consegnate al miglior offerente. Per organizzazioni strutturate e stratificate come ISIS, il fronte al-Nusra, al-Shabaab o Boko Haram, allacciare contatti con le reti criminali transnazionali e investire cinque o dieci milioni di dollari per munirsi di armamenti nucleari non è certo un problema, ma la vera domanda resta un’altra: a cosa servirebbe una tale potenza di fuoco?

Una placca di uranio arricchito – Via Wikimedia Commons

Negli ultimi anni i rischi d’impiego di armi di distruzione di massa (Weapons of Mass Destruction, WMP) sono provenuti da Stati più che da gruppi terroristici. Il regime di Bashar al-Assad ha impiegato armi chimiche in Siria, a Khan Shaykhun, e il leader nordcoreano Kim Jong-un minaccia quotidianamente i suoi avversari politici di scatenare un’apocalisse nucleare. Finora le organizzazioni terroristiche si sono accontentate di tattiche irregolari e armamenti convenzionali, ma questo scenario potrebbe mutare rapidamente.

Mettendosi nei panni di un Abubakar Shekau, leader di Boko Haram, o di un Ayman al-Zawahiri, tuttora a capo di al-Qaeda, l’impiego di un ordigno nucleare contro bersagli occidentali appare avventato e illogico. L’attentato alle Twin Towers di New York, per la severità della reazione – politica, militare, culturale – che inevitabilmente suscitò, costò molto al regime talebano, e ridimensionò il ruolo di al-Qaeda a livello regionale e internazionale. Far detonare un ordigno nucleare a Parigi, a Londra o a Washington, ancorché in grado di appagare l’odio degli islamisti più ossessivi e psicotici, susciterebbe una reazione talmente violenta e vigorosa da rendere questa strategia controproducente.

Per come la si guardi, l’ipotesi nucleare non porterebbe alcun beneficio alla causa jihadista, se non quello di alimentare fama e prestigio tra coloro che già abbracciano l’ideologia del fondamentalismo radicale islamico. Ma siamo davvero pronti a scommettere la vita di centinaia di migliaia di persone su questo assunto? Il nostro è un ragionamento razionale, ma l’arena internazionale è piuttosto variegata e molti degli attori che ne fanno parte non agiscono sempre in modo pienamente razionale. La follia di un singolo individuo o gli errori di calcolo di un’intera organizzazione potrebbero rompere questo castello di certezze, trascinando il mondo in una nuova fase. Un’altra cesura netta, con un altro “prima” e un altro “dopo”.

Nel corso degli anni al-Qaeda ha valutato più volte l’impiego di armamenti nucleari, consultando vari esperti pakistani e investendo somme ingenti nell’acquisto di componenti nucleari e ordigni assemblati. L’egiziano Abdul Aziz al-Masri, sulla cui testa pende una taglia di 5 milioni di dollari, si ritiene gestisca il programma nucleare qaedista. Negli anni sono stati condotti vari esperimenti nei deserti afghani – le informazioni di pubblico dominio a riguardo sono poche – e si pensa che nel 2003 l’organizzazione fosse sul punto di acquistare tre ordigni nucleari sul mercato nero.

Ammesso e non concesso che questi tentativi siano falliti, essi dimostrano che l’intenzione di munirsi di armamenti nucleari è sempre stata presente, e un’organizzazione dalle risorse relativamente limitate come al-Qaeda non dilapiderebbe mai parte del suo capitale per tenere un ordigno nucleare chiuso in qualche scantinato.

Il concetto di deterrenza nucleare – quello che di fatto mantiene “in pace” il mondo contemporaneo – non fa parte delle dottrine strategiche del terrorismo. Furono gli stessi vertici dell’organizzazione a sottolineare questo punto. Nel 1999, Osama Bin Laden affermò che “munirsi di armi di distruzione di massa per difendere il mondo musulmano è un dovere religioso”. Due anni dopo, nell’immediato post-11 settembre, Ayman al-Zawahiri espresse ottimismo circa l’imminente acquisizione di un potenziale nucleare e l’anno seguente, dopo l’invasione dell’Afghanistan e la caduta del regime talebano, al-Qaeda annunciò l’obiettivo di “uccidere quattro milioni di americani”.

L’ipotesi di un attacco nucleare potrebbe solleticare i vertici di un’organizzazione terroristica qualora gli sforzi militari dei Paesi occidentali ne compromettano seriamente l’esistenza, come nel caso oggi di ISIS nel teatro siro-iracheno. Messi alle strette, in una situazione di estremo pericolo, questi potrebbero giocarsi il tutto per tutto e lanciare un’offensiva nucleare senza troppo pensare alle conseguenze. D’altronde è difficile restare razionali quando non si ha più nulla da perdere.

Nei primi anni della WOT (War on Terror), la preoccupazione di un’escalation nucleare era percepibile anche a livello istituzionale. Per George W. Bush, suo principale promotore, la minaccia più grande alla sicurezza dell’Occidente era proprio quella del terrorismo nucleare. Nel 2007, il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban-Ki Moon lo affermò chiaro e tondo:

Nuclear terrorism is one of the most serious threats of our time. Even one such attack could inflict mass casualties and create immense suffering and unwanted change in the world forever. This prospect should compel all of us to act to prevent such a catastrophe”.

Nello stesso anno si espresse con toni simili anche Anatoly Safonov, oggi Viceministro degli esteri e allora direttore dei Servizi federali per la sicurezza della Federazione russa (FSB):

We have firm knowledge, which is based on evidence and facts, of steady interest and tasks assigned to terrorists to acquire in any form what is called nuclear weapons, nuclear components”.

Da allora, la questione sembra passata in secondo piano, oscurata da minacce più pressanti e tangibili, come la radicalizzazione degli immigrati di seconda o terza generazione in Europa e le ambizioni califfali dell’autoproclamato “stato islamico”. Nel 2011 un pool di ricercatori americani e russi elaborò un report, divenuto piuttosto celebre, volto a ridestare il dibattito e predisporre delle efficaci strategie di contro-proliferazione nucleare, ma il loro appello, almeno finora, è caduto nel vuoto.

Le conclusioni addotte dai ricercatori tratteggiano un future infausto:

if current approaches towards eliminating the threat are not replaced with a sense of urgency and resolve, the question will become not if but when, and on what scale, the first act of nuclear terrorism occurs.”

Non “se”, ma “quando”.