Di Samantha Falciatori
La situazione siriana è un inferno. Capire cosa sta succedendo è doveroso in quanto esseri umani e indispensabile per la comprensione di quei fenomeni che travalicano i confini naturali di quella terra. Per questo motivo la nostra Rivista seguirà più da vicino la guerra siriana, che in realtà sono tante guerre diverse e sovrapposte, in modo da fornire un quadro sempre aggiornato e il più chiaro possibile.
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Le quasi 1,400 persone intossicate a morte il 21 agosto 2013 non hanno ancora un assassino ufficiale, ma le analisi balistiche e le intercettazioni lascerebbero pochi dubbi. Ecco cosa si sa e cosa non si può dire di quella terribile notte.

Tra le 2.00 e le 5.00 a.m del 21 agosto 2013 nel sobborgo damasceno di Ghouta quasi 1.400 persone, tra cui circa 400 bambini, persero la vita nel più tragico attacco chimico  della Siria. Secondo Medici Senza Frontiere in appena 3 ore i loro ospedali ricevettero 3,600 persone che presentavano sintomi da neurointossicazione.

Attenzione: questo video contiene immagini molto forti.

Non era la prima volta che gas tossici venivano impiegati: già nel maggio 2013 a Jobar (altro sobborgo di Damasco) un team di reporter del quotidiano francese Le Monde, sul posto per documentare precedenti casi di utilizzo di armi chimiche nel quartiere ai danni dell’FSA (le forze moderate dell’opposizione), rimase a sua volta coinvolto in un attacco chimico presumibilmente governativo contro l’FSA. Tra loro, Laurent van der Stockt fu il giornalista più gravemente colpito e test condotti in Francia su suoi campioni biologici rivelarono  tracce di gas nervino Sarin. Il loro reportage (testimonianza) descrive una realtà terribile, già allora diffusa. Nel mese di Aprile l’utilizzo di armi chimiche era stato rilevato anche in altre aree, ma mai su vasta scala. Almeno fino all’attacco a Ghouta, nei quartieri densamente popolati di Zamalka e Moadamiya. Ma perchè proprio a Ghouta?

Credit to: BBC

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Probabilmente perchè nel luglio 2012 l’offensiva dell’FSA su Damasco aveva dato i suoi frutti e l’opposizione aveva preso il controllo di alcune aree della capitale, tra cui Ghouta, minacciando come mai prima d’allora il governo di Assad, il quale negò ogni responsabilità nell’attacco chimico incolpando invece i ribelli. L’FSA e i civili di Ghouta, al contrario, accusarono il regime di aver fatto ricorso alle armi chimiche per stroncare l’opposizione vicino a Damasco.

Attenzione: questo documentario contiene immagini molto forti.

Le Nazioni Unite aprirono subito un’indagine tramite una fact-finding mission -che si trovava già a Damasco per indagare su casi precedenti a Khan al Assal e Sheik Maqsood (Aleppo) e Saraqeb (Idlib)- e confermarono l’uso di armi chimiche nel rapporto  del settembre 2013. Furono ascoltati sopravvissuti, medici, infermiere e soccorritori, furono raccolti molti campioni (urine, capelli, sangue, suolo, metalli ecc…), compresi frammenti dei missili usati, analizzati poi nei laboratori dell’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPAC), che confermò l’uso del gas nervino Sarin  sganciato attraverso missili superficie-superficie di fabbricazione russa.

Ispettore ONU a Ghouta (Credit to: Ammar al-Arbini/AFP/Getty)

Ispettore ONU a Ghouta (Credit to: Ammar al-Arbini/AFP/Getty)

Nel dicembre 2013 l’ONU pubblicò un altro rapporto, comprensivo di 16 attacchi chimici registrati sia prima del 21 agosto che dopo, di cui solo 7 sono stati indagati, senza però che venissero individuati i responsabili. Stabilire le responsabilità non rientrava nel mandato della missione Onu, che aveva il solo compito di accertare l’utilizzo delle armi chimiche e non chi le avesse usate, come ha spiegato il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-Moon. Certo è che non individuare il colpevole, se può essere conveniente a livello politico, è certamente un’arma a doppio taglio, dato che fa sì che il rapporto possa essere interpretato a favore dell’una o dell’altra tesi. Tant’è che la Russia ha incolpato i ribelli arrivando persino ad accusare gli ispettori ONU di aver condotto un lavoro “pregiudizievole e di parte”, mentre Stati Uniti , Francia  e Gran Bretagna hanno incolpato il governo di Assad.

Partiamo da ciò che è certo: dai dettagli che emergono dal rapporto, dagli studi balistici e dalle traiettorie dei missili si può risalire al luogo di lancio. Tra i lavori indipendenti più accurati spiccano quelli di Human Rights Watch e del New York Times. Nel rapporto ONU a pag. 26  si legge che dei 5 missili lanciati il 21 agosto solo 2 permettono di calcolare la traiettoria, ossia il 1° e il 4°, lanciati rispettivamente su Moadamiyah e Ein Tarma. Il 1° ha un angolo di 35° e un azimut di 215°, mentre il 4° ha un angolo di 285° e un azimut di 105°, il che significa che risalendo all’origine si arriva alla Brigata 104° della Guardia Repubblicana, sul Monte Qasioun.

Credit to: Human Rights Watch

Credit to: Human Rights Watch

Si tratta di una delle roccaforti più saldamente in mano al regime, che domina il Palazzo Presidenziale e da dove le truppe governative sferrano i loro attacchi sui quartieri ribelli. E’ lì che la Guardia Repubblicana e la famigerata 4° Divisione dell’esercito (guidate dal fratello di Assad, Maher) sono ubicate, il che significherebbe che l’ordine è partito direttamente da Maher Assad, come sostengono alcuni funzionari ONU. La questione è complicata: secondo alcune frenetiche telefonate tra ufficiali siriani di alto rango intercettate  dal BND (servizio di intelligence tedesco), dall’intelligence israeliana e americana, sembrerebbe che Bashar Assad non sia personalmente responsabile  dell’attacco chimico. Anzi, dalle intercettazioni emerge che comandanti della 4° Divisione chiedevano al Palazzo Presidenziale l’autorizzazione a usare armi chimiche da 4 mesi e mezzo e che Bashar l’avesse sempre negata. E’ plausibile che Maher Assad abbia preso  la decisione da solo.

La tesi sostenuta dal governo siriano e dal suo alleato russo è che, come scrisse lo stesso Putin sul New York Times: “Nessuno dubita che il gas Sarin sia stato utilizzato in Siria. Ma ci sono tutte le ragioni per credere che non sia stato impiegato dall’esercito siriano, ma dalle forze di opposizione, per provocare l’intervento [militare]”. Cosa che di fatto dopo l’attacco sembrò palesarsi, quando Obama si trovò nella scomoda posizione di dover dar seguito alla minaccia di un anno prima di usare la forza in caso di attacco chimico, dato che lo stesso avrebbe costituito una red line. Ma se così fosse, bisognerebbe spiegare non solo come abbiano fatto i ribelli a sottrarre gas nervino al regime, ma anche come abbiano fatto a penetrare nella roccaforte degli Assad e auto-sganciarsi il Sarin. A questo proposito sono d’aiuto le dichiarazioni del prof. Ake Sellstrom  capo della missione ONU, che in questa interessantissima intervista (pag 10) confessa: “Se assumiamo che siano stati i ribelli [..] è dura capire come abbiano fatto. Più volte ho chiesto al governo: potete spiegare -se è stata l’opposizione- come ha ottenuto il Sarin? Hanno delle teorie davvero fiacche: hanno parlato di contrabbando dalla Turchia, di laboratori segreti in Iraq, e ho chiesto specificatamente [..] se è possibile che l’opposizione si sia impossessata di ordigni, ma hanno negato. A me sembra strano. Se vogliono davvero incolpare l’opposizione, devono spiegare in modo convincente come hanno fatto a mettere le mani sul Sarin, ma non l’hanno spiegato”.

Credit to: Human Rights Watch

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Nel settembre 2013 un intervento militare in Siria per eliminare la minaccia chimica sembrava imminente, sebbene gli stessi Stati Uniti non fossero entusiasti all’idea. Infatti, colsero al volo la proposta russa di smantellare consensualmente con Damasco il suo arsenale chimico.

Il governo siriano per anni aveva negato di possedere armi chimiche, ma, messo alle strette, non solo dovette ammettere di possederle (svelando, con grande sorpresa degli ispettori, anche impianti di produzione camuffati ad arte, come quelli mobili su camion a 18 ruote), ma dovette anche sottostare alla Convenzione sulle Armi Chimiche per smantellarle e permettere agli ispettori dell’OPAC  di accedere ai siti. Sulla carta  l’operazione ebbe successo; in realtà, ci sono delle lacune. Nel maggio 2015, a missione praticamente conclusa, gli ispettori OPAC hanno trovato altri siti non dichiarati dove il governo siriano lavorava al Sarin e al gas nervino VX. Ciò dimostrerebbe che il governo siriano ha mentito sul suo arsenale e che quindi potrebbe possedere ancora armi chimiche.

Tutto questo sembra avvalorare le numerose notizie, diffuse da più parti a partire dal 2013, secondo cui il governo siriano stava trasferendo armi chimiche in Paesi amici, quali Libano (agli Hezbollah ) e Iraq , tanto che più di una volta (come a gennaio  e maggio ) jet israeliani hanno bombardato convogli siriani diretti in questi Paesi per evitare trasferimenti di “armi”. Più dettagliate le dichiarazioni di disertori  dell’esercito siriano che misero in guardia  più volte sui trasferimenti di armi chimiche oltre i confini e soprattutto sul loro utilizzo. Ma la testimonianza forse più importante viene dal Brigadier Generale Zaher Saket, ex comandante addetto alle armi chimiche nella 5° Divisione dell’esercito siriano, che ha disertato a marzo 2013 e che oggi collabora con la missione OPAC. Ha rivelato la catena di comando che sta dietro l’uso delle armi chimiche e che gli ordini sono di impiegarle in quelle zone in mano all’opposizione dove l’esercito non riesce a sradicare il nemico. Saket ha anche rivelato che gli fu ordinato 3 volte di usare armi chimiche, la prima volta nell’ottobre del 2012. L’ordine di sganciare gas velenosi su Sheikh Maskeen, Herak e Busra (in provincia di Deraa) veniva dal Brigadier Generale Ali Hassan Ammar, ma Saket non eseguì gli ordini e sostituì la mistura di fosgene e gas clorino che doveva usare  con una miscela innocua a base di acqua. Alla terza volta, nel gennaio 2013, il suo superiore si insospettì per la mancanza di vittime dopo gli attacchi così Saket fu costretto a fuggire in Giordania. Al settembre 2013, secondo Saket,  gli attacchi chimici operati dal regime erano stati 34.

Una delle proteste settimanali della creativa cittadina di Kafranbel (Idlib) nel primo anniversario dell'attacco chimico. Nel banner si legge: “Il 21 agosto è l'anniversario di 1,400 persone uccise con armi chimiche, ma ogni giorno è l'anniversario di 1,000 morti con barili bomba e coltelli. Ma a chi importa!”. Credit to: OccupiedKafranbel http://www.occupiedkafranbel.com/banners

Una delle proteste settimanali della creativa cittadina di Kafranbel (Idlib) nel primo anniversario dell’attacco chimico. Nel banner si legge: “Il 21 agosto è l’anniversario di 1,400 persone uccise con armi chimiche, ma ogni giorno è l’anniversario di 1,000 morti con barili bomba e coltelli. Ma a chi importa!”. Credit to: OccupiedKafranbel http://www.occupiedkafranbel.com/banners

Il 7 agosto 2015 è stata approvata la risoluzione ONU S/RES/2235  che dovrebbe creare per la prima volta un meccanismo investigativo  per determinare il responsabile degli attacchi chimici in Siria. Anche se sul caso Ghouta non c’è ancora una pronuncia ufficiale, la stessa Assemblea generale dell’ONU in una risoluzione del 2013, la A/RES/68/182, scrisse all’art. 1 che il rapporto del team investigativo “fornisce la prova evidente che missili superficie-superficie sono stati sparati il 21 agosto dal territorio governativo verso zone dell’opposizione, usando munizioni realizzate professionalmente contenenti Sarin.”

Samantha Falciatori
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