I Cani di Ares – Corsari di Grecia / capitolo 16

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30 Marzo, Salonnico, Palazzo dei Servizi Segreti, sala degli interrogatori ore 19:45.

“Ve l’ho detto, state cercando quello sbagliato, quelli come me non fanno queste cose, noi siamo gente con basse aspettative, non ci interessano le rapine” disse Makarios osservando la donna bionda.

“Le rapine no, ma il contrabbando sì” rispose l’agente dei servizi segreti.

“Ogni tanto cade della merce dai container, se è rovinata non la vuole più nessuno e noi la rivendiamo, vi sembra grave? Volete arrestarmi per evasione fiscale?” fece Maka con il solito tono arrogante.

“Non ci interessano le tue battute, credo che tu abbia visto troppi film polizieschi” rispose la bionda.

“Quando iniziate a pestarmi? Prima o poi me la tirerete qualche sberla, no?” Maka insisteva.

“Te l’ho detto, non siamo la polizia” rispose l’agente “non usiamo quei metodi”.

“A no che metodo usate allora?” disse Maka.

“Non abbiamo nessun metodo”, la voce arrivò all’improvviso, era fredda e leggera, Maka ebbe un sussulto, sorrise per mascherare la tensione.

Un uomo apparve dall’ombra dell’ufficio, era in alta divisa militare, il volto magro spuntava tra due spalle larghe ricoperte di mostrine militari.

Maka pensava che l’unica cosa simile a quello che ci si aspettava da un interrogatorio dei servizi segreti fosse la torcia puntata in faccia. Quella c’era e gli dava fastidio; aveva l’impressione di essere circondato da un’oscurità totale.

“Signor Makarios, posso chiamarla per nome?” Disse il colonnello Papagos.

Maka annuì con sguardo stupido.

“Forse ha frainteso, non siamo qua per interrogarla, ma per parlare con lei. Vedo che purtroppo per ora stiamo dialogando solo noi” disse il colonnello.

Perché cazzo tiene su degli occhiali da sole questo bastardo… pensò Maka osservando il lugubre personaggio che gli si parò di fronte, poi rispose.

“Non ho nulla da dirvi e non so perché sono qua”

“La mia collega credo che gliene abbia parlato, vorremmo discutere con lei di questa faccenda dei corsari greci, i Cani di Ares, come vi fate chiamare, o sbaglio?”

“Sbaglia, non so chi siano”

“Ne ha sentito parlare quindi, signor Makarios?”

“Tutti ne hanno sentito parlare”

“Già ma lei cosa ne sa?” Rispose il colonnello.

“Nulla, però mi stanno simpatici, sono simpatici vero?” Fece ironicamente Maka.

“A chi non stanno simpatici?” Rispose il colonnello.

“A lei stanno simpatici Maggiore?” Disse Papagos rivolto alla donna bionda.

Lei abbozzò un sorriso e rispose “Li vogliamo bene, come tutti in Grecia”

Maka iniziava a essere indispettito, era insofferente alla situazione, molto diversa dai soliti interrogatori della polizia. Lo svolgimento della chiaccherata gli sembrava una farsa e non riusciva a capire dove i due militari volessero andare a parare, parlavano tra le righe, ma non riusciva a intuire il senso della loro recita. Makarios non era abile ad uscire dai suoi  schemi mentali. Il suo ambiente era il porto, la curva, le risse nei bar, non voleva uscire dal suo spazio, lì si muoveva da Leone, ma fuori da quello era un pesce fuor d’acqua.

“Allora che volete da me? Io non sono uno dei Cani, non li conosco e non so perché mi state trattenendo qui” rispose Makarios, lasciando libero sfogo al suo nervosismo.

“Chi la trattiene?” Gli chiese a brucia pelo Papagos.

“Cosa? Voi mi trattenete! È da un’ora almeno che sono qui e vi dico che non centro nulla con questa storia” fece Maka.

 “…E allora perché è rimasto qui?” Chiese Papagos abbozzando un sorriso tagliente.

“Come?!” Disse Makarios “mi avete portato voi qui, cosa volete da me! Io non ho nulla da dirvi!” Makarios si sentiva ridicolizzato, avrebbe preferito i soliti schiaffi della polizia a questo genere di tortura psicologica.

“…Allora se nessuno mi trattiene io me ne vado!” Urlò.

Né Papagos né il Maggiore risposero.

“Allora? Si può sapere quando finisce questa messa in scena!?” gridò nuovamente Maka.

“Signor Makarios” disse il colonnello Papagos, “se non ha nulla da dirci e non ha tempo nè voglia di ascoltarci può lasciare la sede dei Servizi Segreti”

La frase di Papagos fu come uno schiaffo, ora Makarios si sentiva davvero umiliato. Si alzò di scatto sbraitando Fatemi uscire!”

“Mantenga la calma cittadino” il Colonnello rispose con contegno ma con fermezza e Makarios percepì la sua autorità in modo cristallino.

Non gli era necessario urlare per farsi ascoltare, il suo tono mellifluo e impostato trasmetteva un terrore ben peggiore di quello delle grida e degli insulti di mille agenti.

Il Colonnello riprese “signor Makarios, il Maggiore l’accompagnerà all’uscita. Non è facile da trovare partendo da questa zona dei sotterranei”

La donna bionda si avvicinò a Makarios facendogli un gesto con il capo.

Makarios che nel frattempo si era riseduto si alzò pesantemente stringendo il cellulare che aveva sempre tenuto in tasca per tutta la durata dell’interrogatorio, giocherellandoci per scaricare il nervosismo; si era stupito che non gli fosse stato sequestrato prima dell’interrogatorio.

Iniziò a seguire la donna con imbarazzo e nervosismo quando mentre varcava la soglia della stanza sentì la voce di Papagos. Nuovamente fu infastidito da quel suono freddo che gli proveniva dalle spalle.

“Certo signor Makarios…è uno vero spreco che i Cani di Ares non abbiano interesse neppure a sentire le proposte dello Stato per cui dicono di battersi. Sinceramente immaginavo che l’offerta che le avremmo fatto sarebbe potuta essere di suo gradimento, ma se è così…”

D’un tratto Makarios si bloccò, era sudato e indispettito, non si radeva da più di 48 ore ed era ancora pieno della birra che stava bevendo non più di un’ora prima presso il Marathonos.

Si girò di scattò.

“Quale offerta?”

Salonnico ore 21:30, casa dei Konstantakis, stesso giorno

“Nico!” Urlò la madre.

“Nico senti chi è!” Gridò ancora più forte.

“Che vuoi ma’? Non ti sento” rispose Niko mentendo, aveva sentito benissimo, infatti stava rispondendo.

“Nico vai al citofono senti chi è!” Disse la madre dalla cucina.

Nico si alzò pesantemente dal letto buttando sul pavimento il libro che stava leggendo per la tesi, Civiltà materiale, economia e capitalismo, di Fernand Braudel. Si diresse, strisciando le calze contro il pavimento, verso il citofono, alzò la cornetta e rispose senza enfasi “Chi è?”

“Servizi Segreti, aprite”.

Nico aggrottò la fronte. “Cosa? Chi è?”

“Servizi Segreti, ripeto aprite la porta”

“Ares non fare lo stronzo, sei tu?” Disse Nico ridacchiando.

“Parlo con il Signor Nico Kostantakis?”

“Sì, chi sei tu?” Rispose Nico a muso duro, gli si gelò il sangue nelle vene.

“Sono il Tenente Fragoulis, una perquisizione è in atto, non lascate l’edificio altrimenti verrete arrestati, aprite la porta e non fate resistenza”.

“ok, ok…” rispose Nico. “Siamo al sesto piano” aggiunse il ragazzo.

 “Lo sappiamo” rispose l’agente dei servizi segreti.

Nico entrò in cucina con sguardo colpevole: “Mamma, è la polizia stanno salendo…”

“Che stai dicendo!?” Fece la madre diventando rossa improvvisamente.

“Non scherzo, stanno salendo non so perché”, mentì, non voleva dire che erano i Servizi Segreti. Improvvisamente gli venne in mente la bandana nera che aveva nel suo cassetto, la madre corse alla porta, lui ne approfittò per andare in camera sua, prese la bandana, la avvolse facendone un nodo unico e la gettò dalla finestra sperando che nessuno l’avesse visto.

“Ma che possono volere? Che avete fatto?” Disse la madre.

“Non lo so, non so niente” disse Nico. “Non scherzo mamma, forse è un errore”

Udirono il campanello, senza neppure guardare la madre aprì la porta. Il colonnello Papagos aspettava dietro l’uscio, alle sue spalle due uomini in divisa militare verde.

Il colonello esordì “Buonasera Signora Konstantakis. Buonasera Nico, stiamo cercando il Capitano Ares”.

La madre rimase a bocca aperta, non sapeva cosa dire. Nico diventò bianco come un cadavere, ma rimase composto.

“Non si preoccupi signora, noi siamo molto fieri di suo figlio, è per questo che siamo qui a proporre un’offerta, ma forse è meglio che di questo ne parli direttamente con il Capitano, suo figlio” disse il colonnello Papagos, godendo fra sè e sè nell’osservare la faccia sconcertata della donna.

“Non c’è Ares adesso” Nico trovò il coraggio per parlare.

“Parlatene con me” aggiunse

“Benissimo, vedo che tu sei molto più propenso al dialogo di Makarios” disse Papagos cercando una reazione nello sguardo di Nico che tuttavia dissimulò nell’udire quel nome.

“Signora scusi la mia maleducazione, sarei un po’ stanco, potrei avere un tè?”

“Come? Un tè… eh ma sì certo” rispose la madre. Che andò subito in cucina. In quel momento a Nico venne in mente il nascondiglio dei diamanti, la vecchia teiera che nessuno aveva mai usato in almeno trent’anni, un regalo del padre quando lavorava a Londra. Il ragazzo sperò che alla madre non venisse in mente di utilizzarla proprio quel giorno.

“Cosa volete da Ares?” disse subito Nico guardando in faccia Papagos, ma non riusciva a trovare il suo sguardo dietro quelle spesse lenti nere.

“Volevamo parlare con il capitano perché ci siamo accorti di un piccolo particolare relativo alle sue azioni”

Il Colonnello iniziò a parlare con il suo solito stile subdolamente ironico. “La vostra organizzazione… in verità non sappiamo se anche tu ne fai parte o meno, ma immagino che in ogni caso sarai a conoscenza delle attività piratesche di suo fratello…”

Nico lo interruppè “non so di che parla…”
Papagos ebbe la conferma che Nico era parte della banda.

Il Colonnello riprese “…ad ogni modo le dicevo che ci siamo accorti di un piccolo particolare. Vi professate Corsari, Corsari greci per l’esattezza. Tuttavia non mi risulta vi sia mai stata concessa alcuna Lettera di Corsa, tanto meno da parte del Governo greco”

“Lei è un appassionato di storia? Sa cos’è una Lettera di Corsa signor…” rispose Nico tutto d’un fiato.“…mi scusi non so il suo nome” aggiunse.

“Mi scuso Nico, mancanza mia” rispose il Colonello. “Sono il Colonnello Papagos del Servizio nazionale per l’informazione.”

Papagos fece una pausa e aprì la valigetta che stringeva in mano, aprendola Nico si accorse che era fissata al polso del colonnello con una manetta.

Il colonnello estrasse una specie di pergamena e riprese a parlare.

“Dicevo, non sono un esperto di storia, ma so cos’è una lettera di Corsa, ed ecco sono esattamente qui per consegnarvi questa. La vostra, ufficiale, Lettera di Corsa”.

Continua…

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