L’abbattimento in territorio siriano di un Sukhoi Su-24 da parte dell’aviazione turca è stato un atto politico, prima ancora che militare. Sono passate poco più di 24 ore dall’accaduto. Questo ci consente, prendendoci qualche libertà interpretativa, di delineare secondo una sequenza di fatti e intenzioni come sono andate le cose, e perché non possiamo parlare di un incidente.

Antefatti

Da quando la Russia è attivamente impegnata in bombardamenti su territorio siriano, si sono ripetutamente verificati sconfinamenti di jet e velivoli in territorio turco. A inizio ottobre lo stesso Presidente turco Tayyip Erdoğan aveva dichiarato, a seguito di diverse violazioni dello spazio aereo di Ankara, che il suo paese non avrebbe tollerato ulteriori azioni di questo tipo. In una situazione complessa come quella siriana – dove nei cieli volano droni, jet militari statunitensi, francesi, inglesi, russi e siriani – fatti di questo tipo sono fisiologici: possono essere volontari o involontari, ma solitamente durano pochi secondi, al massimo qualche minuto, e mai possono giustificare un abbattimento come quello avvenuto nella giornata di ieri. Durante la Guerra Fredda sconfinamenti di questo tipo erano un’abitudine, normale solletico tra superpotenze.

I turcomanni

Nel nord-ovest della Siria, nei territori al confine con la Turchia, vivono molti siriani di origine turkmena, i così detti “turcomanni”. Nella Siria di Bashar al-Assad questa popolazione è stata spesso relegata ai margini e osteggiata dal governo, anche a causa della loro vicinanza – etnica e politica – allo storico rivale sunnita turco. I turcomanni – che si dividono tra sciiti e sunniti – si sono quindi impegnati fin dal 2012 nella ribellione anti-Assad, alleandosi anche a gruppi vicino ad al-Nusra. Si stimano in 10 mila unità le forze turcomanne addestrate da Ankara. Nel nord-ovest, peraltro, le fazioni turcomanne hanno liberato diversi villaggi dalla presenza di Isis, all’interno della campagna volta ad assicurare i confini e rendere operativa quella “safe-zone” auspicata da Erdoğan e mai accettata dall’Amministrazione statunitense, sempre più restia nel farsi trascinare nuovamente dentro il caos mediorientale.

Regione di Bayirbucak, in Siria, abitata da siriani turcomanni e luogo dello schianto del jet russo / credits: haber24.com

Regione di Bayirbucak, in Siria, abitata da siriani turcomanni e luogo dello schianto del jet russo / credits: haber24.com

Nelle ultime settimane i jet siriani e russi hanno preso di mira le zone sotto il controllo turcomanno, bombardando diversi villaggi e postazioni sul confine turco-siriano. Proprio a causa di questi bombardamenti, venerdì 20 novembre l’ambasciatore russo ad Ankara – Andrei Karlov – è stato convocato dal governo turco. Il Ministro degli esteri turco ha rivolto un’esplicita accusa nei confronti delle azioni russe

“It was stressed that the Russian side’s actions were not a fight against terror, but they bombed civilian Turkmen villages and this could lead to serious consequences”

La dinamica

Alla luce di questi fatti, è possibile immaginare come siano andate le cose nella giornata di martedì, quando l’aereo militare russo è stato abbattuto. I turcomanni hanno sicuramente contatti diretti con i militari turchi, ed è naturale pensare che vi siano state esplicite richieste d’aiuto da parte dei ribelli siriani di etnia turca al grande vicino e protettore. La Turchia, ovviamente, non avrebbe potuto essere così sfrontata da abbattere un caccia russo senza un pretesto o una giustificazione. Ma il pretesto sarebbe arrivato presto, e i turchi (che lo sapevano benissimo), si aspettavano un’ennesima provocazione da parte russa. In questo caso lo sconfinamento, secondo gli stessi tracciati radar forniti dai turchi, è stato davvero minimo: parliamo di una manciata di secondi, al massimo 40/50 secondi. Un tempo assolutamente irrilevante dal punto di vista della violazione della sovranità aerea di uno Stato sovrano, ma a quanto pare sufficiente a far entrare in funzione un protocollo militare precedentemente preparato dall’aviazione turca per questa specifica occasione. L’abbattimento dell’aereo non può quindi dirsi un incidente, ma un vero e proprio atto ostile premeditato. Le regole d’ingaggio che la Turchia utilizza in queste situazioni erano già state modificate in senso restrittivo nel 2012, quando un jet turco fu abbattuto da un caccia siriano (ai tempi si parlò effettivamente di un errore).

Le conseguenze politiche

L’atto ostile della Turchia si può spiegare esclusivamente attraverso la certezza per quest’ultima di essere sotto l’ala protettiva della Nato. Anzi, di essere il membro Nato più importante della regione, nonché il secondo esercito per grandezza dell’Alleanza Atlantica nel suo complesso. La Nato tuttavia, in questa faccenda, non c’entra nulla. Le dichiarazioni di circostanza fanno trapelare qualcosa più del semplice fastidio per un’azione unilaterale di tale portata, che sicuramente non è stata discussa con gli alleati. Tutto questo al netto della complicatissima situazione siriana, che vede alleanze incrociate e tentativi di cooperazione tra blocco occidentale e blocco russo, specie dopo i tragici attacchi di Parigi e all’attentato sull’aereo civile russo nei cieli egiziani. Le conseguenze politiche saranno di medio-lungo periodo, con un allontanamento della Turchia dagli altri alleati Nato – molti già insofferenti rispetto alle scelte politiche turche degli ultimi anni. Non ci sarà una rottura definitiva, perché la Turchia è geopoliticamente essenziale in ogni strategia di controllo e gestione del Medioriente, ma ci sarà sicuramente un indebolimento generale dei rapporti tra membri Nato, e quindi un indebolimento della Nato stessa.

La Russia dal canto suo incasserà il colpo. Non aspettiamoci rappresaglie militari imminenti: la Russia non ne ha al momento le capacità tecniche e logistiche. Inoltre, attaccare la Turchia vorrebbe dire attaccare la Nato, cosa che la Russia non ha nessuna intenzione di fare. Quello che però potrà fare la Russia – dal punto di vista militare – sarà potenziare i sistemi difensivi, radar e missilistici, sul confine turco. Il governo russo ha già fatto sapere che schiererà il sistema anti-aereo S-400, che insieme al sistema S-300 già disponibile su alcune unità navali nel Mediterraneo, offrirà un’ottima deterrenza nei confronti di un ulteriore (e a questo punto improbabile) colpo di testa turco. Se prossimamente un aereo turco sconfinerà in territorio siriano la Russia potrebbe decidere di abbatterlo.

Dal punto di vista politico e diplomatico questo evento potrebbe mettere a rischio molti accordi commerciali ed energetici tra le due potenze regionali (si pensi all’accordo sul gas), e potrebbe spingere la Russia ad appoggiare maggiormente alcune delle minoranze etniche turche, come ad esempio i curdi. In generale, le relazioni bilaterali tra Turchia e Russia fanno un salto all’indietro di qualche decennio, e come ha spiegato bene Mark Galeotti in una battuta

“Let’s not forget that one of the defining 19thcentury conflicts was that between Russia and the Ottoman Empire, which were sometimes openly at war, sometimes ostensibly at peace, but never anything than enemies. Here we go again.”

Lorenzo Carota
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