Cambogia senza Vietnam

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Per la Cambogia, la strada che porta alle elezioni del 2018 sembra farsi sempre più ripida, e mentre la democrazia, i diritti umani, la governance, e la legittimità restano tutti temi al centro del dibattito tra analisti, politici e attivisti, sono pochi quelli disposti a riconoscere quanto profondamente il sentimento anti-vietnamita abbia saturato la politica cambogiana.


Nel giugno dello scorso anno, ad un contingente di militari e forze di polizia cambogiane fu assegnato l’incarico di ripulire il villaggio di Areyksat, nella regione del Kandal. Oltre alla raccolta di alcuni quintali di rifiuti dalla costa (condotto per mezzo di volontari nella zona), l’operazione portò allo sgombero forzato di 55 case fluttuanti e alla distruzione di 10 abitazioni costruite sulle rive del Mekong. La logica alla base della decisione non riguardava la costruzione di infrastrutture o opere di pubblica utilità, bensì ciò che i media definirono “pulizia ambientale”. A perdere la propria casa furono immigrati (presumibilmente illegali) di etnia vietnamita la cui presenza, a detta delle autorità, costituiva una “minaccia alla bellezza locale e fonte di impoverimento per il turismo”.

Non è stata la prima volta in cui una comunità vietnamita veniva espulsa dalla terra che considerava essere la propria casa. È dai primi anni ‘90 infatti, che molti di loro si trovano costretti, di tanto in tanto, a fuggire nelle zone più remote del paese (o ad esserne espulsi).

Emblematica in tal senso, la vicenda delle comunità fluviali di apolidi (a maggioranza di etnia vietnamita) di Chong Kneas – sul lago Tonlè Sap – relegate a vivere in condizioni altamente precarie, poiché private del beneficio di stanziarsi sulla terraferma. A questi individui, il governo cambogiano non ha mai concesso alcun diritto di cittadinanza (sebbene molti siano nativi) escludendoli di fatto dai benefici derivanti dal crescente flusso di turisti nella zona.

Una delle tante case galleggianti del villaggio di Chong Kneas sul lago Tonle Sap. Credits: Paolo Iancale
Una delle tante case galleggianti del villaggio di Chong Kneas sul lago Tonle Sap, Cambogia. Credits: Paolo Iancale

Durante il mese di agosto, Radio Free Asia ha riferito che a Kratie le autorità stanno “finalmente” formulando un piano per ripulire le rive del Mekong, in particolar modo dai residenti vietnamiti “non regolari che inquinano le aree lungo il fiume” (in realtà, questi villaggi di pescatori sono abitati anche da immigrati di etnia Khmer e Cham).

Evidentemente queste storie hanno qualcosa in comune. Avere origine vietnamite oggi in Cambogia può significare vivere in stato di apolidia permanente, sostentarsi esclusivamente attraverso la pesca, non godere di alcuno strumento giuridico per difendere la proprietà privata e, naturalmente, essere vittima di un sentimento pubblico pervasivo che mira a limitare il più possibile la presenza di vietnamiti sul suolo cambogiano. Tutto ciò nel completo silenzio di media, ONG e governi.

[toggle status=opened title=”Alle radici dell’inimicizia tra Cambogia e Vietnam”]

Benché tradizionalmente nemici, cambogiani e vietnamiti si erano ritrovati a cooperare durante gli eventi della guerra del Vietnam del 1960-1975: se da un lato le forze comuniste vietnamite avevano potuto utilizzare il territorio della Cambogia come base per i loro attacchi al Vietnam del Sud e ai suoi alleati statunitensi, dall’altro i comunisti cambogiani del movimento dei Khmer Rossi avevano potuto contare sul supporto del Vietnam del Nord per abbattere il regime filo-americano della Repubblica Khmer durante una dura guerra civile, e instaurare quindi il nuovo governo della Kampuchea Democratica. A dispetto di questa passata alleanza, tuttavia, la leadership dei Khmer Rossi, capitanata da Pol Pot e Khieu Samphan, decise di portare avanti con le armi le vecchie dispute di confine esistenti con il Vietnam; dopo due anni di sanguinose incursioni e rappresaglie reciproche, il governo di Hanoi decise di rovesciare il regime dei Khmer Rossi e nel dicembre del 1978 diede avvio a un’invasione su vasta scala della Cambogia, culminata con la presa della capitale Phnom Penh il 7 gennaio 1979. La Kampuchea Democratica venne abbattuta e al suo posto fu istituito il governo filo-vietnamita della Repubblica Popolare di Kampuchea, ma ciò non portò alla fine della lotta: ritiratisi nelle regioni della Cambogia occidentale, da dove potevano sfruttare i rifugi sicuri offerti dalla vicinanza del confine con la Thailandia, i Khmer Rossi diedero avvio a un vasto movimento guerrigliero contro l’occupazione vietnamita, venendo poi affiancati da due nuove formazioni anticomuniste: il Fronte di Liberazione Nazionale del Popolo Khmer di Son Sann e il Funcinpec dell’ex re di Cambogia Norodom Sihanouk. Benché divisa da forti contrasti ideologici, la guerriglia cambogiana fu infine in grado di fare fronte comune contro gli invasori, costituendo nel 1982 un “Governo di coalizione della Kampuchea Democratica” (GCKD). Prostrati da un lungo e inconcludente conflitto con le forze guerrigliere e con la propria economia a pezzi a causa dell’isolamento internazionale causato dall’occupazione, i vietnamiti misero in atto un progressivo ritiro delle proprie forze dalla Cambogia, conclusosi sul finire del 1989. Al tempo stesso la leadership della Repubblica Popolare di Kampuchea cercò una via negoziata per la conclusione del conflitto: il 23 ottobre 1991 i vari antagonisti cambogiani firmarono gli accordi di pace di Parigi, concludendo il conflitto e aprendo una fase di stabilità e pacificazione della Cambogia.
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I piccoli stati come la Cambogia possono essere sottoposti ad enormi pressioni al momento di stipulare accordi commerciali; possono essere costretti a impegnarsi in lunghi (e spesso vaghi) programmi di democracy building e good governance; possono vedere la loro burocrazia costruita ad hoc da esperti di sviluppo e consulenti stranieri; possono essere costretti a concedere enormi porzioni di territorio agli investitori esteri e aprire le porte anche ad ONG straniere che fanno progetti di sviluppo un po’ banali e mal congegnati; persino accettare rifugiati indesiderati provenienti dai paesi più grandi. Ma l’unica cosa di cui non si riesce a privarli è il nazionalismo ed il sogno di sovranità. La Cambogia può essere uno stato povero, economicamente e politicamente emarginato, che è stato colonizzato da thailandesi, vietnamiti e francesi (e dalla comunità internazionale per mezzo di organizzazioni non governative e donatori), ma nel sistema attuale, anche i piccoli stati possono governare dispoticamente territori e popolazioni, semplicemente sventolando il vessillo della sovranità.

Il sogno imperiale di far risorgere una antica cultura in declino, di ripristinare i vecchi confini territoriali, di avere il controllo assoluto su chi ha (o non ha) il permesso di muoversi attraverso le frontiere, e riportare in auge il potere politico della classe dirigente Khmer, sono sentimenti vivi e vegeti nell’odierna Cambogia. Anche se i cambogiani sono dipinti in genere dai media internazionali come vittime (del regime cleptocratico di Pol Pot prima, e del land grabbing, della disuguaglianza di genere e dei cambiamenti climatici dopo), la Cambogia, proprio come qualsiasi altro paese, è anche sede di grandi movimenti populisti xenofobi e razzisti. Ed è proprio questa una delle cose più interessanti dell’ultra-nazionalismo cambogiano – i cittadini possono essere analfabeti e non avere accesso all’educazione, alla sanità e a condizioni di lavoro dignitose. Ma certamente possono essere uniti dal nazionalismo. E non è affatto necessario essere istruiti o parte dell’élite per odiare all’unisono i vietnamiti.

Aree abitate dai diversi gruppi etnici della Cambogia nel 1972 - prima dell'avvento del regime di Pol Pot. Credits: University of Texas Libraries
Aree abitate dai diversi gruppi etnici della Cambogia nel 1972, prima dell’avvento del regime di Pol Pot. Credits: University of Texas Libraries

Il punto è che questo sentimento ultra-nazionalista si riscontra trasversalmente in tutti i partiti all’opposizione. È così diffusa l’idea che il Primo Ministro Hun Sen sia controllato da Hanoi, che gli avversari politici che si oppongono all’attuale regime, e i sostenitori dell’epurazione vietnamita, sono troppo spesso gli stessi soggetti.

Tristemente, non c’è nulla di nuovo in questo. La persecuzione dei vietnamiti è stato il pilastro della politica cambogiana durante il regime di Lon Nol a partire dal 1970. Il massacro dei Viet – che i cambogiani sono riusciti quasi dimenticare collettivamente – fu possibile proprio perché il generale fu in grado di sfruttare il sentimento anti-vietnamita per ridurre il dissenso di massa causato dal fatto che, per la prima volta in 1000 anni, l’amata monarchia era stata fatta sparire. Così pure, le nuove ricerche – e soprattutto le nuove prove apparse al Tribunale Speciale dei Khmer Rossi – mostrano che il regime di Pol Pot non fu solo concepito come una macchina di morte autodistruttiva, ma come un tentativo di compiere una epurazione bio-politica, eliminando sistematicamente i vietnamiti (e non solo) dalla popolazione cambogiana. Si ritiene che non un singolo vietnamita che fosse in Cambogia durante il periodo della Kampuchea Democratica sia sopravvissuto, ed è per questo che molti non ne hanno memoria. Persino le Nazioni Unite, durante il mandato dell’UNTAC (febbraio 1992 – settembre 1993), furono incapaci di garantire l’incolumità fisica e politica dei vietnamiti cambogiani.

I prevedibili rischi di un’escalation interna

Ci sono buone ragioni per credere che con la sfida elettorale del 2018, la Cambogia andrà incontro ad un incremento delle tensioni sociali. A causa del dissenso ideologico e della radicalizzazione politica, il Partito Popolare Cambogiano (CPP) di Hun Sen (in carica da quasi 20 anni) potrebbe perdere la sua base elettorale ed essere battuto dalle opposizioni. Un rischio, quest’ultimo, che l’establishement vuole assolutamente scongiurare. Non è difficile comprendere che il recente omicidio dell’attivista Kem Ley è un chiaro messaggio alla popolazione, che ricorda a tutti come paura e violenza restano il più potente strumento di controllo delle masse. È allo stesso modo ipotizzabile che l’apparato militare dello Stato (RCAF) possa essere mobilitato per difendere il legittimo governo (e il CPP) contro minacce alla sua sopravvivenza – il che non costituirebbe certo una situazione senza precedenti.

Monaci buddisti pregano intorno alla salma dell'attivista politico Kem Ley durante i suoi funerali. Credits: Pha Lina
Monaci buddisti si radunano in preghiera intorno alla salma dell’attivista politico Kem Ley durante i suoi funerali. Credits: Pha Lina

L’altro rischio di cui nessuno parla, è che l’aumento dell’insoddisfazione verso il regime potrebbe inasprire la retorica anti-vietnamita – come è stato in ogni singola elezione dal 1993 – portando a conseguenze tragiche. Il fatto che passi inosservato il diffondersi di un movimento fascista anti-vietnamita attraverso Facebook e altri media online, e che questo sia incoraggiato da una nuova generazione di attivisti Khmer, è indicativo del clima di violenza esistente. Quel che è peggio è che in realtà centinaia di migliaia di Viet cambogiani sono già privi dei diritti civili, e con uno spazio politico così limitato per discutere la questione, qualsiasi risoluzione equa e giusta rimane molto lontano nel futuro.

C’è infine da domandarsi cosa accadrebbe alle comunità vietnamite se il Cambodia National Rescue Party (CNRP), che è attualmente all’opposizione, riuscisse ad ottenere il potere. È possibile ipotizzare misure estreme di esclusione per i vietnamiti cambogiani? Ciò che accade nel vicino Myanmar dovrebbe servire da monito: ciò che è accaduto al Rohingya è un chiaro esempio di quello che succede quando lo Stato sfrutta le ideologie più radicali a suo vantaggio.

di Paolo Iancale

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