Dal punto di vista del diritto internazionale attualmente i profughi climatici sono di fatto una categoria inesistente. Non sono contemplati in nessun trattato internazionale e rimangono esclusi dalla definizione di rifugiato stabilita dalla Convenzione di Ginevra del 1951.

Profughi climatici, chi sono?

Oltre ai migranti, ai richiedenti asilo politico, agli apolidi e ai rifugiati di diverso tipo, esiste una nuova e indefinita categoria che sta emergendo nel panorama internazionale a causa del cambiamento climatico, in questo caso amplificatore di condizioni di vulnerabilità preesistenti, quali povertà, scarsità di risorse, marginalità o crisi economico-politiche.

Messe alla prova dall’innalzamento delle temperature, numerose aree del mondo sono sempre più esposte a estreme condizioni di mutamento. Lenti ma inesorabili processi di desertificazione, forti ondate di calore e prolungati periodi di siccità, violente inondazioni e un progressivo innalzamento del livello del mare.

A causa di questi fenomeni, alcune aree del mondo divengono meno ospitali e cresce il numero di persone obbligate ad abbandonare il proprio luogo di origine. Loro sono i “profughi climatici”, a metà strada tra i migranti che scelgono di abbandonare il proprio paese in cerca di migliori condizioni di vita, e gli sfollati, repentinamente costretti da eventi esterni e calamità naturali allo spostamento.

Un esodo climatico?

Seppur rientrando all’interno di una più estesa e complessa dinamica migratoria globale, solo nel 2014 più di 19 milioni di persone sono esodate a causa di disastri naturali in oltre 100 paesi, e le stime dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni rivelano che da qui ai prossimi quarant’anni, gli sfollati climatici oscilleranno tra i 25 milioni e il 1 miliardo.

In particolare Bangladesh, India, Cina, Indonesia e Filippine sono- e pare continueranno ad essere- i paesi maggiormente colpiti da migrazioni interne, con spostamenti nazionali, dalle zone rurali alle città sovrappopolate, e transnazionali, nell’assenza di un quadro normativo unitario e di politiche coordinate.

Inoltre, nei paesi del Corno d’Africa, in Sudan, in India e in Pakistan ad esempio, la desertificazione e la scarsità di risorse necessarie al sostentamento, sono stati individuati come fattori che esacerberanno i conflitti politico- religiosi in atto, incidendo sul numero di migranti e rifugiati politici.

Questione di percezioni.

Nonostante il cambio climatico sia stato individuato come potenziale minaccia dalla maggior parte dei governi, dagli Stati Uniti ai Piccoli Stati Insulari in via di sviluppo, sembra ancora difficile agire efficacemente e garantire il diritto dell’uomo a vivere in un ambiente sano. Perchè?

Nella logica politica, spesso la percezione di sicurezza è la prima determinante dell’azione (o inazione in questo caso) degli attori nel contesto internazionale. Secondo uno studio su quali siano le maggiori minacce percepite a livello globale, gli abitanti di Asia, Sudamerica e Africa sono risultati fortemente preoccupati per il riscaldamento globale e le sue conseguenze.

Al di là della Cina, che gode di un certo grado di sviluppo economico, i restanti paesi si trovano in quella parte del mondo che ancora dipende dalle nazioni industrializzate in quanto a trasferimento di tecnologie e conoscenza, perpetuando una condizione di divario e subordinazione tra Nord e Sud del mondo e dunque una certa vulnerabilità.

Negli Stati Uniti e in Europa, al contrario, sono l’avanzata dello Stato Islamico e la crisi economica globale ad essere percepite come più immediate minacce; motivo che muove i governi di queste regioni ad orientare attenzione e risorse verso queste stesse incombenze.

Dal punto di vista del diritto internazionale poi, attualmente i profughi climatici sono di fatto una categoria inesistente. Non sono infatti contemplati in nessun trattato internazionale e rimangono esclusi dalla definizione di rifugiato data dalla Convenzione di Ginevra del 1951.

La rinegoziazione della stessa Convenzione o l’adozione di un nuovo protocollo all’interno della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici il prossimo dicembre, potrebbero essere due soluzioni plausibili, nonostante la conclusione di accordi in materia ambientale sia spesso minata da comportamenti opportunistici quali free-riding e moral hazard, tipici delle fasi di applicazione di quei trattati che hanno come scopo la più ampia partecipazione possibile di stati e che quindi difettano di meccanismi sanzionatori.

Decisioni contrastanti.

Mentre lo scorso mese, la Nuova Zelanda respingeva la prima richiesta di asilo politico come rifugiato climatico di un abitante dell’isola di Kiribati, nel Pacifico, i Paesi Bassi introducevano la responsabilità del governo olandese per le emissioni di CO2 sul loro territorio, definendo il diritto a un ambiente sano come dovere costituzionale e corollario dei diritti umani, annoverato di conseguenza tra i principali obblighi statali.

Nonostante questo precedente – di non poco conto-  almeno fino a quando gli sconvolgimenti geopolitici in atto non saranno tali da destare l’interesse dell’intera società internazionale, potremo solo continuare a immaginare fantasiose soluzioni per un futuro di crescenti migrazioni.

Per alcuni spunti? Il governo delle Maldive aveva deciso di invertire i proventi derivati dal turismo dell’isola in un fondo statale, destinato all’acquisto di terre per la propria popolazione. In maniera più assertiva, la Cina ha già iniziato a costruire isole artificiali nel mezzo del Mare Cinese Meridionale, anche se forse con scopi un pò meno nobili.

di Marzia Scopelliti
Marzia Scopelliti
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