Di Samantha Falciatori
La situazione siriana è un inferno. Capire cosa sta succedendo è doveroso in quanto esseri umani e indispensabile per la comprensione di quei fenomeni che travalicano i confini naturali di quella terra. Per questo motivo la nostra Rivista seguirà più da vicino la guerra siriana, che in realtà sono tante guerre diverse e sovrapposte, in modo da fornire un quadro sempre aggiornato e il più chiaro possibile.
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La Siria è sempre più frammentata e il governo perde terreno e abbandona alcune aree a favore della difesa di altre, così come ammesso anche da Assad durante il suo ultimo discorso. Una partizione non è impossibile.

Sono anni che siriani, analisti, osservatori e diplomatici, parlano di una possibile divisione della Siria, dato che nessuna delle forze in campo è in grado di vincere sull’altra nè tanto meno di governare l’intero territorio. Negli ultimi mesi però la definizione delle aree di influenza delle parti in conflitto ha raggiunto livelli significativi, tanto da spingere il Presidente Assad a dichiarare pubblicamente, in un discorso senza precedenti, (che ha messo a nudo le debolezze e le difficoltà del governo), di non essere in grado di difendere tutto il territorio nazionale data la mancanza  di uomini da impiegare per farlo. Di conseguenza, l’esercito siriano (o almeno quel che ne rimane), sostenuto in maniera decisiva dalle milizie iraniane  e di Hezbollah, ha dovuto lasciare alcune zone  in mano ai ribelli per difendere quelle ritenute più importanti. Sebbene il governo siriano controlli attualmente meno di un quarto del territorio totale, si tratta delle zone più densamente popolate.

Credit to: Pieter van Ostaeyen @arabthomness

Innanzitutto la costa, enclave delle comunità alawite, cui la famiglia Assad appartiene, soprattutto Latakia, città natale di Assad  (oggetto di una recente offensiva  dei ribelli). L’asse Latakia-Hama-Homs-Damasco è di importanza strategica vitale per il governo di Assad ed è qui che gli sforzi difensivi si concentrano. Altra zona di interesse per Damasco è Qalamoun, sul confine libanese, dove passa l’autostrada Beirut-Damasco, ma in queste zone non è l’esercito siriano a combattere, bensì le milizie sciite degli Hezbollah libanesi.

La strategia di concentrarsi solo su certe zone a discapito di altre è perseguita da mesi; basti pensare alla caduta di Idlib  in mano all’opposizione (tra cui Nusra) nel giugno 2015, avvenuta in 24 ore con la conquista a catena di checkpoint e villaggi abbandonati dalle forze regolari che si ritiravano verso Latakia. E di Palmyra (in arabo Tadmor), finita in mano a ISIS nel maggio 2015, dopo che le truppe regolari si erano ritirate verso Damasco per evitare lo scontro (salvo qualche presidio a difesa delle rovine di Pamlyra,  poi brutalmente sbaragliato da ISIS) e dopo che queste avevano trasferito altrove tutti i prigionieri del famigerato carcere di Tadmor. L’eccezionalità della “conquista”  di Palmyra risiede nel fatto che ISIS ha mosso il suo assalto da Deir Ez Zor, una città a circa 213 km da Palmyra, con un convoglio armato che ha potuto percorrere indisturbato oltre 200 km in pieno deserto senza che né l’aviazione di Assad né quella della Coalizione anti-ISIS, lo bombardassero.

Credit to Bellingcat

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Sebbene ISIS abbia perso nel 2015 quasi il 10% del territorio precedentemente conquistato, la presa di Palmyra lo ha pericolosamente avvicinato alla capitale e lo dimostra la recente conquista di Qaryatain, a sud-est di Homs, sulla strada che collega Palmyra a Qalamoun.

Credit to: IHS Conflict Monitor.

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Sul fronte sud, Deraa è quasi interamente in mano all’opposizione, mentre a nord predominano i curdi nella fascia che dal confine con l’Iraq arriva sino a Kobane, dove combattono a fianco dell’FSA e nella parte nord-occidentale, a Efrin; territorio intervallato da una zona sotto il controllo dell’ ISIS che si estende da Kobane sino ad Azaz. Aleppo invece resta divisa e contesa tra opposizione e truppe regolari.

Credit to: Institute for the Study of War

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In questo scenario, i possibili territori di divisione sono definiti. Si parla di un Alawistan sulla costa, di un Kurdistan a nord, uno Stato Islamico da debellare nel cuore del Paese, ma le variabili restano molte. Se un Alawistan potrebbe funzionare per preservare al potere gli Assad, non sarà lo stesso per un eventuale Kurdistan, da sempre – e più che mai nelle ultime settimane – osteggiato dalla Turchia, se si considera che il sostegno di Ankara alle azioni intraprese dalla coalizione internazionale anti-ISIS in Siria si sta rivelando anche e soprattutto un coinvolgimento anti-PKK. Incerto anche il futuro della tanto agognata buffer zone nella zona di Aleppo, da anni chiesta dalla Turchia e dall’opposizione siriana, sia militare che civile, per proteggere i civili dai bombardamenti dell’aviazione di Assad, per offrire una base territoriale sicura all’opposizione moderata e per trasferirci i 2 milioni di profughi attualmente rifugiati in Turchia. Un piano che è stato per anni il principale motivo di contrasto tra Turchia e USA, che lo hanno sempre osteggiato.

In ogni caso, la Siria non ha più un centro di potere né un’autorità che possa governare il Paese. L’ipotesi di una partizione  non è poi così remota, anche se sarebbe al vaglio della comunità internazionale un piano di pace  elaborato dall’Iran, che prevederebbe un immediato cessate-il-fuoco, un governo di unità nazionale, la riscrittura della Costituzione per includere la maggior parte dei gruppi etnici siriani ed elezioni nazionali sotto la supervisione internazionale.

Per una panoramica dettagliata su due dei fronti principali della guerra, si rimanda a questi dispacci su Deraa  e Aleppo.

Samantha Falciatori
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