La corsa per l’Artico: ultima Thule, nuova Eldorado

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Se fino a qualche decennio fa era considerato alla stregua di un’area disabitata e inospitale, oggi l’attenzione per il continente Artico tiene banco anche sullo scacchiere internazionale tanto da muovere gli interessi economici e commerciali (ma pure energetici) delle grandi potenze mondiali.

Con l’innalzamento delle temperature del pianeta, agli effetti climatici si sommano conseguenze di immensa rilevanza dal punto di vista geopolitico. Si aprono nuovi orizzonti e si sbloccano nuovi slot di risorse che fanno gola alle maggiori potenze dello scacchiere internazionale. È quello che sta accadendo specialmente per l’Artico: in passato landa desolata e inospitale, ora ultima Thule da colonizzare.

La nuova Eldorado: le risorse, i vantaggi economici e le rotte

Il Climate Change e il Global Warming stanno aprendo nuove possibilità di accesso a una quantità enorme di risorse e ricchezze: si stima che l’Artico racchiuda il 40% delle riserve mondiali di combustibile fossile, che detenga il 15% delle risorse ittiche globali e che conservi elevatissime scorte di minerali, compresi quelli che vengono definiti Rare Earth Elements (17 elementi della tavola periodica che sono essenziali per la produzione dei componenti di veicoli ibridi o fibre ottiche).

Oltre a questi vantaggi di tipo economico, lo scioglimento dei ghiacciai, sta rendendo possibile la navigazione di rotte commerciali prima non considerate: la Rotta Transpolare, il Passaggio a Nord-Est (Pne) e il Passaggio a Nord-Ovest (Pno).

In comune queste tre rotte hanno la minor distanza da percorrere rispetto ai tragitti canonici utilizzati per il commercio internazionale e l’assenza di insidie che si nascondono dietro a instabilità politiche, terrorismo e pirateria.

Puntando la lente d’ingrandimento sul Pno, che collega Oceano Atlantico ad Oceano Pacifico attraverso le miriadi di isole artiche canadesi e il Mare Glaciale Artico, il guadagno in termini di tempistiche e distanze appare evidente: il risparmio è di 4mila chilometri rispetto alla tratta passante dal Canale di Panama, il quale rimane ancora vincolato da limiti strutturali per le imbarcazioni (esse non devono superare i 294 metri di lunghezza, i 32 di larghezza e le 52 tonnellate di portata lorda).

Per quanto riguarda il Pne, che collega Atlantico e Pacifico attraverso i Mari di Barents, Kara, Laptev, Siberiano occidentale, passando vicino alle coste norvegesi e russe mediante quella che è chiamata la Northern Sea Route (Nsr), si è stimato un risparmio in termini di percorrenza che permette di accorciare il periodo di navigazione dal 20 al 40% per i traffici diretti in Asia.

Infine la Rotta Transpolare (Tsr) che porta dal Nord del Pacifico, passando dallo Stretto di Bering, dal Polo Nord e dallo Stretto di Fram, fino in Islanda. È proprio nell’isola dei vulcani che da 10 anni è iniziato il progetto monumentale per la costruzione della “porta sull’Artico” nella Baia di Finnafjord.

Si tratterà di un porto con una banchina di 6 chilometri, collocata in una località perfetta dal punto di vista delle condizioni climatiche:infatti, Finnafjord è ormai ice-free tutto l’anno.

La via Transpolare fa risparmiare ancora più tempo rispetto alla Nsr perché molto più breve e non deve passare per la Russia, eliminando i suoi dazi e la sua burocrazia. Tuttavia, rimane ancora percorribile solo dalle rompighiaccio, anche se i futuri scenari del Climate Change potrebbero portarla ad essere navigabile in estate da qualsiasi imbarcazione.

Nel 2017 è stato approvato il Polar Code, una normativa voluta dall’International Maritime Organization dell’Onu per rispondere alle insidie che il nuovo mare porta con sé. Vengono indicati gli standard per la costruzione e strumentazione delle navi, l’attivazione di centri di soccorso, i parametri di formazione degli equipaggi e le misure di protezione dell’ecosistema artico.

La normativa giuridica

I vantaggi commerciali ed economici che sono stati sopra descritti hanno portato a una vera e propria “corsa all’Artico“, che si tiene in ambito giuridico/politico su due binari differenti: tra i paesi cosiddetti rivieraschi (Russia, Canada, Danimarca, Stati Uniti, Norvegia) che confinano con l’Artico, e tra questi e i Paesi del resto del mondo.

Mentre i primi rivendicano il possesso e la sovranità su porzioni dell’Artico invocando una causa territoriale, i secondi puntano sul mantenimento del connotato internazionale di questi luoghi, che permetterebbe un libero sfruttamento delle risorse e delle rotte commerciali per tutti i Paesi del pianeta.

Il riferimento giuridico per chi sostiene quest’ultima ipotesi è l’Antartide, che non è soggetto alla sovranità di alcuno Stato. La questione risulta però diversa, considerando che il Polo Nord, a differenza del Polo Sud, è mare ghiacciato circondato da terra, e non terra circondata da mare.

La prevalenza di una delle due posizioni dipende dall’applicazione della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos in inglese) del 1994. Questo trattato internazionale regola i diritti e le responsabilità degli Stati nell’utilizzo dei mari e degli oceani, formulando le linee guida delle trattative tra i governi, la protezione dell’ambiente e la gestione delle risorse naturali.

Unclos stabilisce soprattutto alcune categorie giuridiche fondamentali in materia, tra le quali la Zona economica esclusiva, che consiste nello spazio di mare compreso entro le 200 miglia nautiche a partire dal confine del mare territoriale di un Paese, in cui esso esercita il diritto esclusivo delle risorse naturali sia in mare che sul fondo sottomarino; e la Piattaforma continentale, che rappresenta il “naturale prolungamento” del territorio dello Stato al di là della sua demarcazione costiera, su cui lo Stato costiero esercita diritti di sfruttamento sul fondale e sulle risorse non viventi.

È su queste due categorie giuridiche che si giocano le rivendicazioni degli Stati rivieraschi. La geografia politica, infatti, non è sempre coincidente con quella fisica ed emergono situazioni conflittuali tra Stati confinanti. In questi casi il diritto internazionale lascia alla volontà politica dei singoli governi la possibilità di risolvere le controversie in maniera pacifica e tramite patti.

Nel caso questo non avvenga, gli Stati possono portare le loro rivendicazioni nelle opportune sedi delle autorità internazionali competenti. Tuttavia esiste un altro modus operandi, quello della politica del “fatto compiuto”, con il quale gli Stati rivendicano in maniera unilaterale l’oggetto del contendere.

Le rivendicazioni degli Stati rivieraschi

Il Canada ha in sospeso alcune questioni territoriali: con gli Usa sui confini marittimi del Mare di Beaufort (zona marittima particolarmente ricca di idrocarburi); con la Danimarca per il controllo di un isolotto strategico nello stretto di Nares e più in generale perché ritiene che larga parte del Passaggio a Nord-Ovest sia parte delle proprie acque interne.

Gli Stati Uniti sembrano, tra queste potenze artiche, coloro che hanno dato minore attenzione a questa dimensione. Tuttavia, la presidenza Obama ha iniziato a conferire maggiore importanza al grande gioco del XXI secolo nel nuovo Artico, con la costituzione nel 2015 da parte di Hilary Clinton dell’Arctic Desk, una cabina di regia sulle questioni del Circolo Polare Artico. Successivamente questa politica è proseguita con lo smarcamento dell’Amministrazione Trump dal Medio-Oriente. Gli Stati Uniti appaiono però ancora troppo concentrati nello scacchiere asiatico.

La Danimarca è considerata uno Stato artico grazie alla Groenlandia, con la quale il Regno scandivano ha ormai una forte conflittualità, vista la sempre crescente volontà dell’enorme isola di ottenere l’indipendenza.

La strategia di quei partiti groenlandesi che spingono in questa direzione sembra potersi limitare ad un’unica opzione: aprire le proprie risorse naturali a compagnie straniere. Il più importante e possibile accordo per il governo della Groenlandia sarebbe quello da stipulare con l’australiana Gme (Greenland Minerals and Energy) che è interessata allo sfruttamento del più grande giacimento di uranio del mondo, sull’altopiano del Kvanefjeld. L’inserimento della Cina nelle quote della compagnia (12,5%) fa capire quanto la questione sia delicata e importante. La Groenlandia deve scegliere tra l’indipendenza ad ogni costo e il mantenimento del suo paesaggio incontaminato, fino ad ora libero da ogni pericolo d’ inquinamento.

Per la Danimarca la perdita della Groenlandia avrebbe ripercussioni elevatissime, ma anche per l’Unione Europea e la Nato, considerandone l’importanza strategica in un contesto che vede la Russia rialzare la testa.

È proprio la Nazione governata da Vladimir Putin che è per distacco quella con la maggiore vocazione artica.

Le motivazioni sono scontate: possiede la più estesa costa artica al mondo e ha nell’estremo Nord uno dei suoi assetti geo-economici principali, specialmente dal punto di vista energetico.

Difatti, circa il 40% del Pil nazionale arriva dalle risorse del Circolo Polare Artico.

Questa vocazione artica della Russia viene da lontano, dalla Rivoluzione Bolscevica. Fu con l’Urss che il paesaggio artico russo cambiò completamente: la città di Murmansk, oggi la più popolosa oltre il Circolo Polare Artico, prima dell’instaurarsi dei soviet era solo un piccolo porto.

L’Unione Sovietica vedeva con la natura la sfida maggiore per dimostrare la vittoria della scienza umana portata dalla rivoluzione sovietica.

Putin ha solo raccolto questa tradizione, guardando il bicchiere mezzo pieno del Global Warming, quello che permetterebbe di rendere navigabili quei mari ghiacciati che per secoli furono il maggior ostacolo dell’espansione commerciale della Russia degli Zar.

Mosca ha ratificato Unclos (gli Usa ancora non l’hanno fatto) ed è stata la prima a fare rivendicazioni in sede Onu (2001). Queste richieste sono proseguite negli anni successivi (2006 e 2015) e riguardano una piattaforma continentale che è costituita da due prolungamenti sottomarini della massa continentale euroasiatica. Stiamo parlando di un’area tra il perimetro costiero russo e il Polo Nord, che è oggetto di richieste anche di Canada, Norvegia e Danimarca. Le Nazioni Unite si sono riservate di rinviare il giudizio pretendendo maggiori prove scientifiche circa il reale collegamento di queste due dorsali sottomarine.

Nel frattempo però, la Russia mostra anche i muscoli militarizzando punti strategici della Northern Sea Route: sono state riaperte delle basi militari risalenti alla Guerra Fredda che corrono ai due lati della rotta.

Tra queste strutture militari, spicca quella di Nagurskoye per dimensioni ed equipaggiamento. Si parla di una base che può ospitare più di 100 uomini e resistere 18 mesi senza rifornimenti.

L’importanza che sta dando attualmente la Russia a questi territori è dimostrata anche dall’ampliamento della “Flotta del Nord” e dal numero di rompighiaccio nucleari che detiene, considerato come unità di misura delle ambizioni di uno Stato nell’Artico: nel 2018 erano dieci, contro le tre degli Stati Uniti e le sei del Canada.

Un altro messaggio chiaro, anche dal punto di vista propagandistico, fu quello trasmesso nel 2007, quando due sottomarini russi toccarono per la prima volta il fondale del Polo Nord geografico e lì posarono la bandiera russa.

fonte immagine: AP Photo/Association of Russian Polar Explorers, file
fonte immagine: AP Photo/Association of Russian Polar Explorers, file

Il Consiglio Artico e il ruolo italiano

Nonostante le sedi principali per cercare di risolvere le dispute marittime siano le Nazioni Unite e quelle della diplomazia bilaterale, negli ultimi anni è emerso un altro attore: il Consiglio Artico (Ca).

Fondato nel 1996, il Ca aveva fino a poco tempo fa un ruolo marginale, ma con il passare del tempo e l’accrescere dell’importanza e delle opportunità apertesi per l’Artico, è diventato importante per la trattazione e il riconoscimento di interessi politici, marittimi, economici e ambientali dei popoli artici.

È presieduto dai ministri degli Esteri dei membri permanenti (Russia, Canada, Danimarca, Stati Uniti, Finlandia, Norvegia e Svezia) ed è motivo di appetiti per chi vuole giocare un ruolo in questa parte del pianeta. Esistono infatti dei membri osservatori, che devono essere accettati da quelli permanenti, tra cui è compresa anche l’Italia, ma non l’Unione Europea.

La richiesta di quest’ultima è ancora pendente per la difficoltà nella formulazione di una politica unitaria nella regione artica da parte di Bruxelles e quindi per il rischio di un deleterio conflitto di interessi tra i suoi membri.

L’Italia invece è stata ammessa per due motivazioni. La prima di carattere storico-scientifico, derivante dalle grandi esplorazioni promosse nello scorso secolo dal Duca degli Abruzzi, dalle spedizioni compiute dall’aviatore Umberto Nobile e dalle attività scientifiche che l’Italia ancora oggi svolge. Il nostro Paese è impegnato costantemente nell’Artico attraverso la Base Artica Dirigibile Italia e attraverso i finanziamenti alla Amundsen-Nobile Climate Change Tower. Inaugurata nel 2009 in Norvegia, importante punto di riferimento per lo studio del sistema climatico, è il simbolo di quella collaborazione tra italiani e norvegesi iniziata proprio con la spedizione di quei due esploratori di cui oggi porta il nome (Nobile e Amundsen appunto), che nel 1926 sorvolarono per primi il Passaggio a Nord-ovest.

La seconda motivazione è invece di carattere economico: attraverso la compagnia di bandiera Eni, l’Italia dispone di un consistente bagaglio di know how sull’estrazione in ambiente ostili, come il Mar Glaciale Artico. Eni ha ottenuto dal Parlamento norvegese il via libera per operare in un’area, quella di Goliat, che secondo stime avrebbe riserve per circa 250 milioni di barili di petrolio.

Il dragone bianco

Un altro osservatore del Consiglio Artico è la Cina, che sta cercando di ritagliarsi uno spazio politico in questa regione. Gli obiettivi principali sono l’accesso alle risorse naturali ed energetiche e la fruizione della Northern Sea Route.

Per il primo scopo, la Cina ha deciso di intraprendere dei rapporti bilaterali con alcuni paesi artici, specialmente Groenlandia e Islanda. In Groenlandia abbiamo già accennato alle quote cinesi della Gme per l’uranio, mentre per quanto riguarda l’Islanda, la Cina ha investito nell’estrazione del petrolio e nelle tecnologie islandesi, facili da introdurre nel vasto mercato cinese.

Il secondo obiettivo corrisponde alla volontà di risolvere il “dilemma di Malacca” che ossessiona Pechino: il commercio cinese passa in gran parte dallo Stretto di Malacca (tra Indonesia e Malesia) e dallo stretto tra Penisola Arabica e Corno d’Africa. Esiste il timore che per futuri scontri politici, gli Usa blocchino questi punti nevralgici. E siccome i rapporti con l’America si sono incrinati, la Cina ha deciso di puntare sulla Nsr, la nuova Via della Seta, polare e marittima.

È proprio per questo motivo che Xi Jinping ha già lancialo l’operazione Dragone Bianco, che intende traferire entro dieci anni il 20% dei mercantili verso la rotta polare.

La corsa per accaparrarsi le risorse dell’Artico sembra muoversi a ritmi velocissimi, come quelli che ogni ora mangiano metri di quei ghiacciai che un tempo si consideravano perenni. Molto del futuro di questi luoghi dipenderà proprio dalla velocità dei cambiamenti climatici, ma anche dalla capacità dei Paesi rivieraschi di far valere le proprie rivendicazioni di sovranità sugli altri attori globali.

di Adalberto Spadari

 

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