Cos’è la missione militare Ue nel Mediterraneo

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Di Isabella Querci
A fine settembre è partita la missione militare Ue nel Mediterraneo. La missione è stata chiamata “Sophia”, con il nome di una bambina nata a bordo di una nave europea impegnata nel salvataggio dei migranti in mare. Qui vi spieghiamo che cosa è (e cosa non è) questa operazione coordinata dall’Unione Europea.

In tema di immigrazione, l’Unione Europea si trova da tempo sotto i riflettori dell’opinione pubblica, sia interna (i propri cittadini e i propri Stati membri), che esterna. Al contempo, le aspettative create in anni di sistematica riaffermazione dei diritti fondamentali sono molto alte: la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione riconosce il diritto al non respingimento delle persone richiedenti asilo verso zone dove andrebbero incontro a situazioni inumane o contrarie ai principi sanciti dal diritto internazionale.

[ecko_alert color=”orange”]Da dove arriviamo[/ecko_alert]

A partire dal 2013, l’Italia aveva messo in atto l’operazione “Mare Nostrum”, incaricata del salvataggio in mare dei migranti che cercavano di attraversare il Canale di Sicilia dalle coste africane, e soprattutto libiche. Sulle navi era anche presente il personale degli uffici immigrazione per l’identificazione delle persone e uno staff medico per i controlli e i primi interventi sanitari. Le imbarcazioni italiane, spesso, si spingevano verso le coste africane, per raccogliere preventivamente barche precarie e affollatissime, in balia del mare. A partire dal novembre 2014, nel Mar Mediterraneo ha iniziato a operare anche l’Unione Europea, con le missioni “Triton” e “Poseidon”, gestite dall’Agenzia per la sorveglianza delle frontiere esterne (Frontex) e sostitutive della missione italiana, oggi terminata. Nella primavera di quest’anno, a fronte dell’emergenza umanitaria che si stava consumando in mare, i capi di Stato e di governo dell’Unione hanno stabilito che sforzi più massicci si rendevano necessari.

[ecko_alert color=”orange”]La risposta “armata” dell’Unione[/ecko_alert]

Tali sforzi sono confluiti nella missione militare e “di difesa” EUNAVFOR MED, sul modello di un’altra operazione europea in mare, impegnata nella lotta alla pirateria al largo delle coste della Somalia (Atalanta). EUNAVFOR MED ha un mandato in tre momenti:

  1. eseguire fermi, ispezioni, sequestri e dirottamenti in alto mare di imbarcazioni sospettate di essere usate per il traffico di migranti;
  2. porre in essere le medesime attività anche nel mare terrioriale della Libia grazie al consenso di quest’ultima o a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza;
  3. adottare tutte le misure necessarie nei confronti di tali imbarcazioni, anche mettendole fuori uso o rendendole inutilizzabili.

eunavfor
Mezzi europei impegnati nella missione Eunavfor anti-pirateria in Somalia / credits: Eunavfor

Il 28 settembre 2015 il Consiglio dell’Unione ha dato il via libera alla seconda fase della missione (e al cambio di nome da EUNAVFOR MED a un più amichevole “operazione Sophia”), mentre il 9 ottobre è intervenuta la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, necessaria affinché l’Unione possa legittimamente operare nelle acque territoriali della Libia. Sorprendentemente però, quanto autorizzato dal Consiglio di Sicurezza non coincide con la sopra esposta scansione della missione: in acque libiche l’Unione non può ancora entrare, soprattutto adesso che la situazione politico-militare in quel paese è sempre più confusa. Lo sforzo internazionale, ribadisce il Consiglio di Sicurezza, deve essere concentrato sulla riduzione del numero di perdite umane e non sulla deterrenza alla migrazione, attuata spiegando mezzi da guerra. Il 12 ottobre, peraltro, il governo con sede a Tripoli – in Libia in questo momento ci sono due governi: uno di ispirazione islamica a Tripoli, il secondo a guida militare e appoggiato dalla comunità internazionale, a Tobruk – ha rifiutato una bozza di accordo Onu che sembrava risolutivo per la formazione di un governo di unità nazionale.

Come si può giustificare una tale iniziativa – pur dal basso profilo militare – senza peraltro avere un accordo tra i governi che si dividono e combattono quei territori? Spostando il baricentro mediatico dalla crisi umanitaria alla minaccia alla pace e alla sicurezza rappresentata dai trafficanti di migranti. Il mandato dell’operazione Sophia riguarda solo incidentalmente la tutela della vita delle persone che cercano di emigrare in Europa via mare: il suo nocciolo duro è il contrasto ai trafficanti di migranti.  Tale figura, in verità, nel diritto internazionale, non esiste: quest’ultimo distingue tra i trafficanti di esseri umani, che spostano via mare persone allo scopo di sfruttarle una volta giunte a destinazione, e coloro che – invece – facilitano il processo migratorio con modalità illecite, per esempio imbarcando persone su mezzi non sicuri. È chiaro che, in pratica, le due condotte non sono facilmente distinguibili dal diritto ma, altrettanto, l’uso di forza armata in contesti gremiti di civili disarmati è un’iniziativa rischiosa per definizione.

La stessa Agenzia europea per i Diritti Fondamentali (FRA) ha presentato una serie di raccomandazioni in tema di tutela dei diritti umani alle frontiere marittime meridionali dell’Unione, sottolineando la preminenza di questo aspetto rispetto alla persecuzione dei trafficanti. Non si può infatti dimenticare che, nell’ambito dell’Unione, i respingimenti collettivi delle persone richiedenti asilo, sono vietati, come acclarato da una condanna della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo al nostro paese.

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