La Moldova – Paese più povero del continente europeo – si trovava costretta in un limbo politico sin dallo scorso febbraio. Le elezioni parlamentari tenutesi il 9 febbraio, infatti, avevano consegnato un Paese profondamente diviso e le cui tre forze politiche principali, il Partito Democratico (PDM), guidato dall’oligarca e “padrone” de facto del Paese Vladimir Plahotniuc, il Partito Socialista (PSM) filo-russo del Presidente Dodon e l’alleanza europeista ACUM, erano state in grado di ottenere ognuna più del 20% dei voti.

Sabato 8 giugno la crisi politica sembrava essere conclusa quando il PSM e ACUM avevano trovato un accordo per dar vita ad un nuovo governo, nonostante le visioni geopolitiche profondamente distanti.

Il nuovo esecutivo guidato da Maia Sandu, co-leader di ACUM ed ex consigliere del Direttore Esecutivo della Banca Mondiale, si sarebbe basato su due punti fondamentali concordati: ossia la lotta alla corruzione e agli oligarchi.  La corruzione è un fenomeno dilagante in Moldova, e lo scorso anno il Parlamento europeo aveva espresso la propria preoccupazione dichiarando che il Paese fosse ormai preda degli interessi degli oligarchi.

Alla confluenza fra PSM e ACUM era stata sicuramente favorita da un forte pressing internazionale. Il 3 giugno si trovavano, infatti, contemporaneamente a Chisinau i rappresentati di Unione europea, Russia e Stati Uniti, i quali, in un’inedita armonia di opinioni, mostrarono il loro dissenso verso la possibile prosecuzione di un governo formato da PDM e PSM.

La piattaforma politica sulla quale si sarebbe basato il nuovo governo, tuttavia, non poteva lasciare indifferente Plahotniuc, il quale risultava come principale obiettivo di un simile programma. Tale insoddisfazione e, dunque, l’indisponibilità del Partito democratico di lasciare le redini del potere al nuovo esecutivo, è stata la molla alla base della crisi costituzionale che ha caratterizzato la Moldova nel weekend dell’8-9 giugno. 

Due i presupposti che hanno permesso a Plahotniuc di dar vita al tumulto politico degli ultimi giorni, che ha di fatto immobilizzato il paese. Innanzitutto, il forte controllo esercitato da quest’ultimo sulla Corte costituzionale moldava e, in secondo luogo, un articolo della carta costituzionale del Paese che sancisce la necessità di formare un governo entro tre mesi dal giorno delle elezioni.

Sulla base di tale articolo, la Corte costituzionale aveva invalidato la decisione del Parlamento di dar vita a un nuovo governo, nominando primo ministro Pavel Filip (premier uscente del PDM) e sospendendo dalla carica di Presidente della Repubblica Igor Dodon, ponendo al suo posto un alleato di Plahotniuc.

Igor Dodon, Presidente della Repubblica, durante lo svolgimento del Consiglio Supremo di Difesa, martedì 11 giugno. – AP Photo/Roveliu Buga

Tuttavia, la decisione della Corte appariva totalmente pretestuosa, visto che erano sì trascorsi 90 giorni dalle elezioni, ma non i “tre mesi” indicati dalla Costituzione. Il nuovo Parlamento ha dunque reagito duramente a tale decisione, votando all’unanimità dei presenti, i deputati di ACUM e PSM, l’incostituzionalità della decisione della Corte, avviando in tal modo la crisi costituzionale.

Il Parlamento è stato supportato dal Segretario Generale del Consiglio d’Europa, che, allo stesso modo, aveva definito di difficile comprensione la decisione della Corte (il Consiglio d’Europa non c’entra nulla con l’Unione Europea). 

La coalizione guidata da Maia Sandu aveva inoltre ottenuto l’appoggio dell’intera comunità internazionale.

L’Unione europea con una dichiarazione congiunta dell’Alto Rappresentante Federica Mogherini e del Commissario per le politiche di vicinato Johannes Hahn, aveva dichiarato di “essere pronta a lavorare con il governo legittimamente eletto” – ossia il governo Sandu.

Allo stesso modo il Dipartimento di Stato statunitense tramite il portavoce Morgan Ortagus, pur più freddamente aveva sostenuto la necessità di “rispettare senza interferenze” la volontà del popolo moldavo, così come espressa dalle elezioni parlamentari. Infine, il Presidente russo Vladimir Putin, sebbene non avesse mai esplicitamente nominato il primo ministro Sandu, aveva affermato il suo sostegno senza condizioni al Presidente Dodon contro ogni tentativo di usurpazione del potere.

Come sottolineato da Mirko Mussetti, analista dell’Istituto Affari Internazionali, la crisi costituzionale aveva innescato una lotta intestina di difficile soluzione, in quanto chiunque fosse uscito sconfitto avrebbe perso tutto. 

Tuttavia, l’isolamento internazionale e la marcia pro-governo Sandu convocata dalla maggioranza parlamentare formatasi il precedente sabato per domenica 16 giugno ha portato la Corte costituzionale a modificare il suo giudizio.

In seguito alla nuova decisione della Corte, il neo-primo ministro Sandu ha dichiarato che la “Moldova è finalmente libera”. Tuttavia, il lavoro del nuovo governo sarà sicuramente arduo, dato che numerose istituzioni del Paese rimangono ancora sotto il controllo di individui nominati da Plahotniuc.

In tale contesto, un ruolo decisivo potrebbe assumerlo l’UE, la quale, come suggerisce Andras Toth-Czifra, dovrebbe tenere in considerazione le lezioni apprese in Macedonia del Nord e Slovacchia, fornendo a Chisinau una prospettiva credibile che possa agire come un catalizzatore per le riforme. 

L’inedita unità della comunità internazionale nell’affrontare la crisi moldava e condannare il colpo di coda di Plahotniuc è sicuramente un’eccezione in anni segnati da un forte confronto fra grandi potenze.

Una simile esperienza potrebbe essere utilizzata in futuro per risolvere conflitti pluriennali, come quello ucraina senza che Kiev rinunci al suo percorso di avvicinamento all’UE e all’Occidente. Tuttavia, tale convergenza appare più come il frutto di interessi particolari, come il desiderio di Mosca di liberarsi di un oligarca difficile da controllare, piuttosto come il segnale di una migliore cooperazione in futuro fra Russia, Unione europea e Stati Uniti.

di Antonio Schiavano
Antonio Schiavano
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