Curdi, Yazidi, Drusi e Mandei: l’oppressione nel Levante.

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Tra le regioni più travagliate dell’intero pianeta Terra, il Levante è casa di antichissimi popoli. La posizione strategica e la ricchezza di materie prime sono al contempo la più grande fortuna e la più grande condanna di questa terra. I tanti interessi in gioco rendono praticamente impossibile immaginare una soluzione che possa accontentare tutti coloro che la abitano. Le cose sembrano essere particolarmente difficili per alcune minoranze: i Curdi, gli Yazidi, i Drusi ed i Mandei. Ecco le loro storie.


Il Levante, che comprende il Mediterraneo Orientale ed alcune nazioni del Medio Oriente quali Iraq, Israele Siria, Turchia, Libano, Giordania e Cipro, è una delle aree più calde del mondo. Si tratta di una regione di fondamentale importanza sotto molti punti di vista. Da qui passano le grandi navi cargo che attraversano il Canale di Suez e recentemente, nel 2015, sono stati scoperti alcuni importanti giacimenti di idrocarburi, fatto questo che ha scatenato una corsa agli armamenti tra le potenze rivierasche. Inoltre, in questi paesi, la presenza di numerosi popoli determina l’esistenza di annosi conflitti, latenti o effettivamente in corso. In questo contesto esistono minoranze perseguitate e oppresse.

I curdi in Turchia, Iraq, Iran, Siria.

Molto noto alle cronache è il caso del popolo Curdo. Gli appartenenti a questa minoranza sono numerosi, si parla di 35-40 milioni di esseri umani. Probabilmente si tratta della più grande etnia al mondo a non avere un proprio Stato. I curdi ne sono consapevoli e alcuni di loro lottano da più di un secolo per ottenerlo.

Effettivamente con la dissoluzione dell’Impero Ottomano al termine della Grande Guerra sembravano essere riusciti nel loro intento: il Trattato di Sevres, firmato nel 1920 dalle potenze occidentali che avevano vinto la Prima Guerra Mondiale, prevedeva la creazione del Kurdistan.

Come è accaduto spesso nella travagliata storia di questa minoranza, però, le aspettative, e le promesse, sono state tradite. Già nel Trattato di Losanna del 1923, il Kurdistan era stato cancellato con un tratto di penna e il suo territorio diviso tra i paesi che si erano formati nella regione a seguito della caduta del “vecchio malato d’Europa”. La minoranza curda si è trovata, pertanto, a vivere in alcune regioni della Turchia kemalista, della Siria, dell’Iraq e dell’Iran.

[Cimitero curdo ove sono sepolte le vittime della campagna Anfal]. Credits to AFP

Leggi anche il nostro speciale: Kurdistan: storia di una nazione che non esiste.

La parabola del popolo Curdo, ha seguito traiettorie differenti a seconda del paese in cui si è trovato disperso. L’unica cosa che accomuna le esperienze degli appartenenti a questa nazione è la più o meno violenta repressione di qualsiasi tentativo, che fosse politico o militare, di ottenere la propria autodeterminazione.

In Turchia i curdi hanno subito, nel corso dell’ultimo secolo un forte processo di assimilazione culturale. Ancora oggi i nazionalisti turchi si rifiutano di identificarli come curdi, riferendosi a loro come “turchi delle montagne” o “turchi orientali”.

Nel processo di costruzione dello Stato turco (che ha richiesto l’omogeneizzazione di una popolazione eterogenea) l’identità curda è stata per lungo tempo negata. L’adozione di nomi, usanze, lingua fu limitata all’ambito privato. Negli anni immediatamente successivi alla formazione della Turchia, si calcola che 1,5 milioni di curdi siano stati deportati in altre aree del paese.

Il 1984 è l’anno dell’insorgenza separatista curda in Turchia. Una parte della popolazione curda decise di imbracciare le armi contro lo stato dando vita al Pkk ovvero il Partito dei Lavoratori Curdo, annoverato da Ankara tra le organizzazioni terroristiche (il medesimo discorso vale anche per gli Stati Uniti e l’Unione Europea). La guerra tra Pkk e lo Stato turco ha portato alla morte di oltre 40.000 persone. E la ferita resta aperta.

[Manifestanti curdi sventolano le bandiere del Pkk e dello Ypg]. Credits to Reuters

Bisogna però considerare che per Ankara la questione curda non è legata ad un problema etnico-nazionale, venendo piuttosto considerata come un problema di criminalità e terrorismo.

Nel discorso politico turco quando si fa riferimento al problema non lo si identifica come curdo, e dunque in chiave etnica, ma se ne parla come di una questione afferente alla regione del Sud-Est. Del resto, non tutti i curdi che vivono in Turchia sono ostili al governo di Ankara. Son ben noti gli esempi di esponenti del popolo curdo che si sono dimostrati leali allo stato turco, servendo persino nelle forze armate del paese. Alcuni curdi sono stati addirittura ferventi sostenitori di Erdogan, il quale del resto nel 2013 era arrivato a consentire l’insegnamento della lingua curda nelle scuole private e l’utilizzo delle lettere “q”, “x” e “w” precedentemente vietate in quanto non appartenenti alla lingua turca.

Il provvedimento era stato molto significativo in quanto l’elemento linguistico è centrale nel conflitto tra curdi e turchi. Per Ankara, infatti, la creazione dell’identità turca si basava essenzialmente sull’istituzione di una lingua comune. Il corollario di questa politica portava chiaramente al tentativo di cancellazione di qualunque altro idioma che fosse utilizzato entro i confini del paese. Ecco allora il divieto di utilizzare la lingua curda e l’imposizione del cambiamento dei nomi dei villaggi e dei cognomi curdi. La riapertura voluta da Erdogan, purtroppo, ha avuto vita breve. Dopo il fallito colpo di stato militare del 2016, il Presidente turco ha stretto fortemente le maglie del controllo sullo stato e, tra gli altri, a farne le spese sono stati proprio i curdi. Molte delle misure che il “Sultano” aveva introdotto per affievolire la tensione con la nazione curda sono state revocate e tra queste anche quelle relative all’insegnamento della lingua nelle scuole private.

Ben diversa è la traiettoria seguita dalla minoranza curda in Iraq. Durante il regime di Saddam Hussein i curdi erano riusciti ad ottenere la firma di un accordo che garantisse loro un certo grado di autonomia nella regione in cui abitavano, ovvero il Kurdistan Iracheno. In realtà Baghdad non rispettò mai l’accordo risalente al 1970 ed i curdi presero le armi contro Saddam. Il regime reagì con durezza ed alla fine degli anni Settanta, oltre 600 villaggi curdi erano stati bruciati e più di 200 mila persone erano state deportate in altre regioni dell’Iraq.

[Immagini del massacro di Halabja del 16 marzo 1988]. Credits to Timeline

Il momento più tragico della storia dei curdi iracheni è però senza dubbio più recente. Durante la sanguinosa guerra tra Iraq ed Iran (1980-88), Teheran aveva fornito il proprio appoggio alle milizie curde impegnate nella loro personale lotta per l’indipendenza contro il regime di Saddam Hussein. L’obiettivo strategico era chiaramente quello di impegnare l’esercito iracheno su più fronti.

La risposta di Baghdad non si fece attendere. L’esercito iracheno attaccò sistematicamente i villaggi curdi, macchiandosi di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Furono commessi omicidi di massa, migliaia di curdi furono rinchiusi in campi di prigionia, le popolazioni civili curde subirono persino attacchi con il gas (tra i quali quello di Halabja, il più esteso attacco chimico dal bando di quel genere di armi dopo la Prima Guerra Mondiale, che provocò 5000 morti tra i civili curdi). La comunità internazionale parlò di genocidio, per Saddam Hussein si trattava di un’operazione militare denominata campagna di Anfal. Questa campagna provocò la morte di 100 mila appartenenti al popolo curdo. Dopo la fine della Prima Guerra del Golfo, i curdi hanno finalmente ottenuto anche nei fatti l’autonomia del Kurdistan Iracheno, regione che controllano ancora oggi, nonostante la caduta di Saddam Hussein, l’occupazione americana e le operazioni militari turche.

In Iran il popolo curdo è stato duramente represso negli anni della rivoluzione (1979-80) ed oggi è ridotto all’obbedienza.

Attualmente la situazione che più preoccupa la comunità internazionale è quella relativa ai curdi siriani.

[Il territorio del Rojava]. Credits to BBC

Sotto il regime della dinastia Assad questi ultimi hanno subito un destino simile a quello dei loro connazionali dispersi in altri paesi. Anche in Siria i curdi sono stati deportati in regioni diverse da quella che tradizionalmente abitavano, si sono visti negare la propria identità nazionale e qualunque aspirazione all’autonomia è stata frustrata. Con la Primavera Araba e l’inizio della guerra civile nel paese nel 2011, i curdi sono riusciti ad ottenere la tanto agognata autonomia (non riconosciuta) per la regione nella quale abitavano, creando la Federazione del Nord della Siria, altrimenti nota come Rojava.

[Guerrigliera curda festeggia la vittoria contro Daesh nel Rojava]. Credits to AP

Il popolo curdo ha inoltre sopportato il peso maggiore nella vittoriosa battaglia contro il sedicente Stato Islamico, che dal 2014 era prepotentemente entrato nel conflitto siriano, cambiandone completamente le dinamiche.

Supportati dall’Occidente, i curdi hanno fermato il califfato, salvando tutti noi, e loro stessi, da una delle più gravi minacce apparse finora nel XXI secolo. Nell’ottobre del 2019 il presidente Usa, Donald Trump, ha ordinato il ritiro del contingente americano che si trovava in Siria. Ciò ha aperto le porte all’intervento turco nella regione, generando non poche preoccupazioni.

Leggi anche: intervento turco in Siria: che scenari si aprono?

Come abbiamo scritto in questo articolo, Ankara non vedeva di buon occhio la presenza dello Ypg curdo (l’esercito che si era opposto all’Isis) sul confine turco-siriano. Questo perché sono ben noti i collegamenti tra Ypg e Pkk che, come detto, è considerata un’organizzazione di stampo terroristico. L’intervento armato ordinato da Erdoğan ha come obiettivo quello di creare una safe-zone lungo il confine in questione per mettere in sicurezza il proprio territorio (e liberarsi dei 3,5 milioni di profughi siriani ospitati dalla Turchia). Il sogno del Rojava come entità autonoma, la cui estensione è stata ampliata ben oltre i confini della regione tradizionalmente abitata dai curdi, sembra dunque essere in serio pericolo. Per difendersi dall’offensiva di Ankara lo Ypg si è alleato con l’esercito siriano, permettendo al regime di Assad di tornare sul territorio. Ciò che però ci interessa maggiormente sono le accuse di crimini di guerra e contro l’umanità commessi dalle truppe turche nei confronti di civili curdi a seguito proprio dell’intervento armato in Siria. Non sono poche infatti le voci che si sono levate per denunciare le nefandezze commesse dall’esercito turco. Alcuni membri del senato degli Stati Uniti hanno persino sottolineato il rischio di genocidio per i curdi siriani.

[Fossa comune contenente i resti degli sfortunati yazidi vittime dello Stato Islamico alle pendici del Monte Sinjar] Credits to Seth Frantzman

Nella regione i curdi non sono gli unici che lottano per la propria sopravvivenza. Esiste infatti una minoranza di origine curda che da secoli combatte soprattutto per il più elementare dei diritti: quello alla vita. Sono gli yazidi, perseguitati perché considerati dalla retorica islamica come adoratori del diavolo.

Gli Yazidi in Iraq.

In realtà la divinità a cui si fa riferimento è un Angelo Pavone, la cui raffigurazione può ricordare quella di un demone. Il popolo Yazida è estremamente pacifico e pacifista, ripudia le armi e non combatte guerre. Il gruppo conta 300 mila appartenenti, dislocati principalmente nella regione del Sinjar in Iraq. Già Saddam Hussein tra il 1986 e il 1988 aveva cercato di liberarsi di loro, prima classificandoli come arabi, in modo da falsare gli equilibri etnici regionali e poi tentando di eliminarli fisicamente. Riuscì ad ucciderne 10 mila, prima che gli yazidi fuggissero in Siria.

Nel 2014 questa martoriata minoranza è tornata nell’occhio del ciclone. Il sedicente Stato Islamico ha raggiunto i villaggi yazidi alle pendici del monte Sinjar ed ha compiuto i peggiori crimini che l’uomo possa commettere. Gli uomini sono stati tutti uccisi e seppelliti in fosse comuni, le donne e i bambini sono stati rapiti e venduti come schiavi nella città di Mosul, all’epoca roccaforte di Daesh. In particolare, le donne venivano ripetutamente stuprate e passate da un padrone all’altro per cifre irrisorie, fino al momento in cui non servivano più. A quel punto venivano uccise. I bambini invece subivano un rapido addestramento e venivano mandati a combattere.

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L’attacco dell’Isis ha determinato la morte di 10 mila yazidi, anche a causa degli stenti durante i rocamboleschi tentativi di fuga all’arrivo dei miliziani del sedicente Stato Islamico. Si calcola che 6500 tra donne e bambini siano stati rapiti. Di questi, ben 3100 persone mancano ancora all’appello, nonostante Daesh sia ormai sconfitto.

[Guerriglieri curdi scoprono una fossa comune di yazidi]. Credits to Getty Images

Human Rights Watch ha denunciato i massacri di cui gli yazidi sono stati vittima. Nel suo report, l’organizzazione umanitaria ha sottolineato i ritardi delle autorità irachene nell’esumare i corpi sepolti nelle numerose fosse comuni che si trovano nelle vicinanze dei villaggi che fino a poco prima erano abitati dagli yazidi. Per la prima volta nella sua storia, il 4 febbraio del 2016, il Parlamento Europeo ha votato all’unanimità una risoluzione che parla apertamente del genocidio del popolo Yazidi da parte del sedicente Stato Islamico. L’importanza di questa risoluzione sta nel fatto che il riconoscimento ufficiale dello sterminio degli yazidi, classificato come genocidio, permetterà, un giorno, di portare alla sbarra i terroristi dell’Isis, che dovranno rispondere, come i criminali nazisti, di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Sebbene di tono minore, anche i drusi hanno subito la terribile violenza del sedicente Stato Islamico.

I Drusi in Libano, Siria e Israele.

I drusi sono una minoranza religiosa che pratica un culto di origini antichissime. Non hanno luoghi di preghiera, non sono intolleranti rispetto ai fedeli di altre confessioni religiose, non hanno mire indipendentistiche o aspirazioni ad avere un proprio Stato. Eppure sono da sempre considerati eretici e nel corso della storia sono stati spesso perseguitati, venendo dispersi in tutto il Medio Oriente. Attualmente si trovano principalmente in Libano, Siria ed Israele. Se nel paese dei cedri hanno vestito i panni del carnefice nei confronti della minoranza cristiano-maronita durante la guerra civile che insanguinò il paese tra il 1975 ed il 1990, in Siria le cose sono andate diversamente. Con l’avvento del regime alawita di Assad sembravano aver ottenuto una certa influenza nella politica di Damasco, salvo poi essere messi da parte nel corso degli anni. Con lo scoppio della guerra civile in Siria, nel 2011, i drusi hanno deciso di non schierarsi, cercando di evitare qualsiasi coinvolgimento nei combattimenti. L’intervento del sedicente Stato Islamico ha cambiato gli equilibri regionali. I fondamentalisti di Daesh, che considerano i drusi un popolo eretico, hanno rapito ed ucciso numerosi appartenenti a questo sfortunato popolo.

[Soldati dell’esercito israeliano di origine drusa espongono con orgoglio la bandiera del loro popolo]. Credits to IDF

In Israele, invece, i drusi non sono perseguitati ma vivono una profonda crisi identitaria. Essi abitano principalmente sulle alture del Golan, occupate da Tel Aviv che le ha strappate alla Siria dopo un breve conflitto nel 1967. Il governo israeliano consente ai drusi di ottenere la cittadinanza, eppure i membri di questa minoranza non hanno mai aderito con entusiasmo a tale iniziativa. Si calcola che soltanto il 10% dei drusi abbia ottenuto la cittadinanza israeliana. Vivono dunque nel paradosso di abitare una regione contesa tra due nazioni delle quali non sentono di fare parte. Non partecipano della vita civile o politica di nessuno dei due paesi, sebbene rispettino le leggi di Israele e servano con percentuali importanti (82%) nelle forze armate dello Stato Ebraico.

I Mandei in Iraq.

Un’altra popolazione che vive una situazione senza dubbio critica è quella dei Mandei in Iraq. Essi sono una minoranza religiosa comparsa nel I secolo d.C. in quella che era la Mesopotamia. I Mandei venivano erroneamente considerati Cristiani, in realtà per loro il sommo profeta è Giovanni il Battista. Minority Rights Group calcola che negli anni Novanta ci fossero 30.000 Mandei in Iraq. Essi oggi sono meno di 5.000. Durante il regime di Saddam Hussein essi venivano considerati cittadini di seconda classe ed erano fortemente discriminati. Tradizionalmente i Mandei occupavano ruoli importanti nel sistema scolastico ed educativo, non a caso il primo iracheno ad ottenere un dottorato negli Stati Uniti apparteneva alla comunità dei Mandei. In molti casi, con l’avvento di Saddam Hussein e del partito Ba’ath al potere, essi sono stati allontanati dalle posizioni precedentemente occupate. Si parla addirittura di internamenti in campi di prigionia e di torture.

[La cerimonia del battesimo, in questo caso nel fiume Tigri, secondo la tradizione dei Mandei]. Credits to Getty Images

Le sanzioni internazionali che hanno colpito l’Iraq dopo la Prima Guerra del Golfo hanno fatto sì che Saddam Hussein sfruttasse l’odio settario per mantenere il controllo del paese. La pacifica comunità dei Mandei è stata tra quelle che più ha subito questa politica divisoria, in quanto essa è divenuta velocemente un bersaglio, non soltanto per questioni afferenti alla religione. La causa principale delle violenze subite dai Mandei risiede nella loro prosperità. La minoranza era infatti considerata molto benestante: tra i mestieri che tradizionalmente svolgevano i Mandei vi erano quelli di orafo e gioielliere.  

Con l’inizio dell’occupazione americana dell’Iraq, nel 2003, la situazione è decisamente peggiorata. I Mandei sono diventati un bersaglio per i gruppi fondamentalisti, fossero questi ultimi di matrice sunnita o sciita. Non rientrano tra le “Genti del Libro” attestate dal Corano e per questo motivo sono considerati eretici. Inoltre il fatto che la loro confessione religiosa bandisca l’utilizzo della violenza e delle armi anche per autodifesa li rende un bersaglio facile.

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Dal 2003 i Mandei hanno subito continui attacchi, molti di loro sono stati deliberatamente uccisi, torturati o rapiti. I fondamentalisti li accusano di stregoneria, impurità e le donne vengono additate come adultere seriali.

Ciò ha determinato una diaspora del popolo dei Mandei: messi di fronte alla scelta tra la conversione all’Islam, la persecuzione o l’esilio, in molti hanno deciso di abbandonare il paese che abitavano da quasi duemila anni. La situazione è ulteriormente peggiorata con l’avvento del sedicente Stato Islamico nel complesso scenario iracheno nel 2014. L’Isis bombardava e distruggeva i loro villaggi. Uccideva chiunque non si fosse convertito all’Islam sunnita e stuprava le donne appartenenti alla comunità. Le violenze subite ad opera dei miliziani di Daesh hanno determinato un aumento nel numero dei Mandei che hanno lasciato l’Iraq. Si calcola che in giro per il mondo ci siano tra i 10.000 e gli 80.000 membri della comunità, sebbene non sia possibile una stima accurata. Attualmente sono considerati un popolo in via di estinzione, così come la loro lingua, l’aramaico, che nel 2006 è stata inserita dall’Unesco tra gli idiomi che rischiano di scomparire.

di Riccardo Allegri

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