In Polonia a nulla sono serviti gli sforzi della coalizione liberale ed europeista di Rafal Trzaskovski. Alle elezioni presidenziali di domenica, l’uscente (ultraconservatore ed euroscettico) Andzrej Duda è stato riconfermato per un soffio alla guida del Paese.

La Polonia, nonostante la voglia di cambiamento sia evidente, ha scelto di riconfermare Andzrej Duda (del partito nazionalista Diritto e Giustizia) e  come presidente della Repubblica, battendo il sindaco liberale di Varsavia Rafal Trzaskovski.

Ha vinto dunque la linea nazional-populista e improntata sull’euroscetticismo del presidente uscente che ha saputo aggiudicarsi il 51,21% dei voti, contro il 48,79% dell’avversario.

Polonia: come sono andate le elezioni?

Rinviate – per far fronte all’emergenza legata al Covid-19 – le presidenziali polacche, che si sarebbero dovute tenere il 10 maggio, si sono svolte il 28 giugno scorso (mentre un eventuale turno di ballottaggio era stato previsto proprio per il 12 luglio).

Il candidato liberal-europeista Rafal Trzaskovski / Facebook

Il candidato liberal-europeista Rafal Trzaskovski / Facebook

A primo turno undici erano i candidati che si sono presentati agli elettori, tra i quali spiccavano il presidente uscente Duda (arrivato al 43%) e Rafal Trzaskovski (che ha raggiunto il 30%), attuale sindaco di Varsavia al capo di una coalizione liberale e fortemente improntata sull’europeismo.

Polonia, risultato presidenziali 2020 / Europe Elects

Polonia, risultato presidenziali 2020 / Europe Elects

E’ proprio tra questi ultimi due che domenica si è “disputato” il secondo turno di ballottaggio, portando a una riconferma (anche se sofferta, considerato il serrato testa a testa) di Andzrej Duda.

Una vittoria che, però, ha dimostrato come la Polonia sia indubbiamente divisa. Da un lato i conservatori, forti dell’influenza della tradizione cattolica del Paese, e dall’altro i liberal-riformisti che hanno puntato la campagna elettorale sui temi delle libertà, dei diritti civili e della necessità di restare saldamente ancorati ai valori dell’Unione europea.

Cosa è successo negli ultimi 5 anni?

Gli ultimi mesi hanno visto la nazione polacca spaccarsi in maniera netta sui temi che sono fondamentalmente i cavalli di battaglia dei movimenti nazionalisti e populisti di gran parte dell’Europa.

Allontanamento delle politiche nazionali dal processo di integrazione europea, lotta serrata ai diritti civili delle minoranze e della comunità Lgbt.

Ma è sul tema dello Stato di Diritto che la Polonia, negli ultimi cinque anni, ha visto un radicale cambiamento. Non certo positivo.

Un lento e inesorabile assoggettamento del sistema della libertà di stampa al potere politico, culminato nel 2016 con l’approvazione di una norma (che porta proprio la firma di Duda) che permette al Governo di nominare i consigli di amministrazione delle principali emittenti radio-televisive.

Una scelta che di fatto ha permesso, in barba al concetto di libertà di stampa sancito dall’articolo 14 della Costituzione del 1997, al Governo di “indirizzare” l’opinione pubblica.

Ma c’è di più. Sempre nel 2016 l’allora Governo conservatore di Beata Szydlo promosse una norma che garantiva all’Esecutivo anche la nomina di 5 dei 15 giudici della Corte costituzionale.

E proprio su questi temi, ma non solo, la Commissione europea lo scorso aprile aveva dato il via a una procedura di infrazione per tutelare l’indipendenza della magistratura polacca dopo la recente riforma di febbraio che puntava a un “controllo politico” delle decisioni dei Tribunali.

Il tema dei diritti civili ha infuocato il dibattito

Ma ad accendere, e a tenere vivo, il dibattito politico è stato il tema della battaglia contro i diritti della comunità Lgbt polacca.

Il presidente rieletto, infatti, ha improntato gran parte della sua campagna elettorale contro i diritti civili delle minoranze accusandole apertamente di essere una “minaccia” per le radici cristiane del Paese.

E’ proprio su questa leva che Duda è riuscito a garantirsi l’appoggio dell’elettorato “maturo” degli over 50, mentre Trzaskovski ha saputo guadagnarsi (ma non è bastato) la fiducia delle giovani generazioni che vedono nell’Europa la patria naturale delle battaglie per le libertà e per i diritti.

Ma il tema dei diritti è stato spesso terreno di scontro tra gli ultraconservatori di estrema Destra e la stessa comunità Lgbt.

Lo stesso Parlamento europeo, lo scorso dicembre, aveva approvato una risoluzione per tutelare i diritti della comunità Lgbt in Polonia dopo l’istituzione delle “zone libere dall’ideologia gender” da parte di numerose Amministrazioni comunali polacche.

I giovani contro gli anziani

Il vero dato di fatto è come le giovani generazioni si siano apertamente schierate per il sindaco di Varsavia.

Il 64% degli elettori tra i 18 e i 29 anni, infatti, avrebbe scelto la linea liberal-europeista di Trzaskovski. Insieme a loro anche il 55,4% del range tra i 30 e i 39 anni e il 55,2 dei polacchi tra i 40 e i 49 anni.

Exit pool suddivisi per fasce d'età / Europe Elects

Exit pool suddivisi per fasce d’età / Europe Elects

Dato opposto, invece, per gli elettori più anziani. Il 59% degli over 50  -stando agli exit pool – avrebbe infatti optato per il programma elettorale di Duda, mentre quasi il 62% degli ultra 60enni ha riconfermato il presidente uscente.

E che succede ora?

Le elezioni presidenziali dello scorso weekend hanno dimostrato, ancora una volta, che il nazionalismo pregnante del partito PiS-Diritto e Giustizia non è più “forte” come prima. La recente tornata elettorale è solamente la cartina di tornasole di un malcontento generale che si è rivelato anche alle ultime elezioni parlamentari dell’ottobre 2019.

I quell’occasione la coalizione ultraconservatrice ottenne la maggioranza alla Camera dei deputati, dove conquistò 235 seggi su 460. Slla Coalizione civica liberal-popolare, erede di Solidarnosc, andarono 134 deputati.

Beata Szydlo, ex premier della Polonia / © European Union 2017

Beata Szydlo, ex premier della Polonia / © European Union 2017

In Senato, invece, la situazione fu diversa. Qui il partito di Duda ottenne 48 senatori, contro i 53 degli avversari. Fu in questa occasione che nel Palazzo del Senato riapparve la bandiera dell’Unione europea. Il vessillo stellato, infatti, nel 2015 era stato rimosso proprio dal partito euroscettico PiS e dall’allora premier Beata Szydlo.

Ora la Polonia – che tra l’altro si trova a presiedere temporaneamente il Gruppo Visegrad – si trova a dover fare i conti con una nuova, e sempre crescente, “coscienza europeista”.

Un Paese diviso in due. Da un lato chi, con la scusa della difesa della centenaria tradizione cattolica, avanza proposte sostanzialmente illiberali; dall’altro chi invece vuole aprirsi al resto dell’Europa, puntando su riforme liberali, ecologiste, democratiche a tutela dei diritti di tutti.

Ma l’esito delle votazioni, purtroppo, ha riacceso i riflettori su un tema centrale. Le elezioni polacche dimostrano ancora una volta come le singole discrezionalità nella garanzia dello Stato di Diritto siano – troppo spesso – un problema serio che mette a rischio uno dei punti cardine dell’esistenza stessa dell’Europa.

(in copertina il presidente Andrzej Duda / Facebook)

di Omar Porro
Omar Porro
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