In America Latina pochi hanno tutto e tanti non hanno niente. L’intera regione è in fibrillazione e i miglioramenti nella lotta alla disuguaglianza che si sono registrati negli ultimi anni sembrano aver già esaurito la loro spinta e non paiono sostenibili nel lungo periodo.

Il Sud America è in fermento. Grandi masse popolari sono scese nelle piazze per protestare contro il proprio governo in numerosi paesi della regione. Se il triste caso del Venezuela è ormai noto, vi è una minor copertura mediatica per quello che dal 2016, accade in Cile, Brasile, Bolivia, Haiti e Argentina.

Le violente proteste in Cile – Credits to Jorge Silva/Reuters

Ma qual è la principale causa dell’insoddisfazione popolare?

Come avevamo scritto, la regione è afflitta da una piaga della quale sembra non essere in grado di liberarsi: la disuguaglianza.

Secondo i dati della Banca Mondiale ben 13 dei primi 30 paesi con i maggiori indici di diseguaglianza appartengono all’area Caraibi-Sud America (anche se soltanto il Brasile e il Belize si trovano tra i primi dieci).

Misure di disuguaglianza - Credits to United Nations
Misure di disuguaglianza – Credits to United Nations

Il parametro che viene utilizzato per calcolare il livello di ineguaglianza è l’indice di Gini. Esso assume valore pari a 1 (o 100%) quando la diseguaglianza è massima, mentre si approssima allo 0 man mano che essa diminuisce. Qui potete approfondire i metodi e l’utilità di questo indice.

La questione dell’ineguaglianza accompagna da sempre la storia del Sud America. Nel corso dei primi dieci anni del XXI secolo però, ci si era avviati verso un miglioramento. Ciò appariva tra l’altro in controtendenza rispetto a quanto si verificava a livello globale, dove invece si era registrato un aumento della disuguaglianza.

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Sempre secondo i dati della Banca Mondiale, nel 1999 il Pil pro capite in America Latina era in media di 4.600$, l’indice di Gini era pari al 53% e le persone che vivevano al di sotto della soglia di povertà assoluta erano il 25% della popolazione totale.

Nel 2010 il Pil pro capite era aumentato a 5700$, l’indice di Gini era sceso al 48% e l’indice di povertà assoluta era pari al 13%.

Oggi il Pil è pari a 9.000$, l’indice di Gini è sceso ulteriormente al 45,9% e l’indice di povertà assoluta è pari al 10%.

Il merito dei miglioramenti registrati nei primi anni duemila era da attribuirsi ad una serie di fattori.

Secondo uno studio di Bogliacino e Rojas Lozano, professori di Economia Politica alle università di Bogotà (Colombia) e Icesi (Messico), non vi è una correlazione positiva tra l’avvento di partiti di sinistra al potere in numerosi paesi della regione e la diminuzione della disuguaglianza, almeno dal punto di vista del divario salariale.

Il Presidente della Bolivia, esponente della nuova sinistra sudamericana Evo Morales – Credits to Getty Images

Questo perché in numerosi paesi dell’America Latina, la presenza di vaste ed eterogenee coalizioni di governo, gli obblighi internazionali e la necessità di mantenere stabili i mercati, hanno determinato un’applicazione prudente delle principali riforme volte a favorire una riduzione della diseguaglianza.

Eppure le politiche sociali che sono state applicate nel corso degli ultimi decenni hanno inciso sul miglioramento delle condizioni che determinano la disuguaglianza.

A livello educativo, sono state adottate politiche che hanno permesso di aumentare sensibilmente il livello di alfabetizzazione, con un tasso di scolarizzazione primaria prossimo al 90%.

Ciononostante, le performance degli studenti rimangono poco soddisfacenti, se confrontate con quelle degli studenti dei paesi asiatici. Secondo Levy e Schady dell’Inter-American Development Bank tali risultati sono determinati dall’inadeguatezza degli insegnanti e dalle difficoltà di apprendimento dei bambini appartenenti alle fasce più povere della popolazione.

Lo sviluppo economico che ha interessato alcuni paesi (come il Brasile) e le rendite determinate dallo sfruttamento di vasti giacimenti di idrocarburi hanno consentito il miglioramento dei sistemi previdenziali, che sempre secondo Levy e Schady è tra i fattori che hanno contribuito alla diminuzione della disuguaglianza.

In particolare, l’applicazione di sistemi di tipo non contributivo (cioè che non prevedono il pagamento di un contributo sotto forma di trattenuta dai salari) ha permesso un impressionante aumento della popolazione “coperta” dalla struttura di welfare.

Il terzo campo nel quale sono state applicate riforme volte a diminuire la disuguaglianza è quello dell’assistenza sociale. In tutta l’America Latina si è registrato un aumento dei sistemi di Conditional Cash Transfer, ovvero dei programmi di aiuti che prevedono sussidi per chi rispetta determinati criteri, tendenzialmente legati al reddito. Al di sotto di una certa soglia salariale si ha diritto a ricevere il sussidio.

Il miglioramento delle condizioni di vita delle fasce più povere della popolazione è stato il principale effetto di questo tipo di politiche. Ma si ritiene che l’aumento della copertura pensionistica abbia determinato, da solo, un calo della disuguaglianza sociale a livello regionale pari al 5%. Parimenti l’aumento di trasferimenti monetari alle fasce meno abbienti delle popolazioni interessate ha determinato un calo della diseguaglianza pari al 25%.

Questo genere di sussidi ha però, sempre secondo Levy e Schady, anche effetti che possiamo definire controversi.

Andamento della diseguaglianza in America Latina secondo l’indice di Gini – Credits to Gasparini et al.

Il problema principale è relativo all’insostenibilità di questi programmi nel lungo periodo: essi gravano in modo importante sul Pil, distraendo ingenti risorse che potrebbero essere impiegate in modo differente, come ad esempio in investimenti infrastrutturali, per le imprese e nell’istruzione, che determinano crescita economica e di riflesso una maggior riduzione delle ineguaglianze.

Inoltre, riguardo al sistema pensionistico non contributivo, l’invecchiamento della popolazione, che irrimediabilmente colpisce anche i paesi meno sviluppati della regione, non potrà che aumentare la necessità di risorse da impiegare.

Un altro effetto perverso di questi sistemi di assistenza sociale, promossi in diversi paesi della regione, nel tentativo di tamponare la disuguaglianza, è quello di aumentare sensibilmente il lavoro informale. Il lavoro “nero”, per intenderci.

Questo perché se in un sistema contributivo il pagamento del contributo (che consente al dipendente di essere coperto contro i rischi sociali) grava anche sulle spalle dell’impresa che paga i salari, incentivando quest’ultima ad assumere dipendenti in modo informale (con un costo salariale lordo più basso), in un sistema non contributivo, persino il lavoratore è incentivato ad accettare un lavoro informale.

Senza contare che laddove siano presenti sistemi di Conditional Cash Transfer, che di solito presentano una soglia di reddito oltre la quale non si ha più diritto a ricevere il sussidio, la persona interessata cercherà di non superare detta soglia, non lavorando o accettando di lavorare in modo informale. Le stesse imprese tendono a non espandersi per evitare di essere sottoposte a maggiori controlli che porterebbero alla luce le irregolarità nelle assunzioni, creando un circolo vizioso.

Lavoro informale e prelievi fiscali in America Latina – Credits to Oxford Analytica Daily Brief

Gli effetti negativi appena descritti vanno a colpire in modo diretto le economie dei vari paesi dell’America Latina, diminuendo le risorse a disposizione per finanziare gli stessi sistemi di welfare, che invece avrebbero bisogno di investimenti sempre crescenti.

Altri fattori che hanno determinato il calo della diseguaglianza che si è registrato nel primo decennio del XXI secolo sono stati l’aumento dei salari minimi, ma anche la riduzione delle nascite.

È chiaro come tutti questi elementi siano evanescenti. I miglioramenti che si sono registrati sono di natura temporanea e contingentale, proprio per i problemi di sostenibilità nel lungo periodo o per gli effetti perversi che hanno sul sistema economico.

Il paradosso è evidente se guardiamo al calo delle nascite: nel breve periodo può essere considerato positivo dal punto di vista della riduzione della diseguaglianza, ma l’invecchiamento della popolazione, che ne è un corollario, nei paesi con sistema pensionistico non contributivo, avrà l’effetto opposto se si prende in considerazione una fascia temporale più estesa e qualora non si instauri una virtuosa sostituzione dei lavoratori attivi.

La crisi economica globale cominciata nel 2008 ha poi creato enormi difficoltà anche alle economie della regione sudamericana, mettendo ancor più a repentaglio la disponibilità di risorse per implementare i sistemi di welfare che avevano consentito un calo non strutturale della diseguaglianza.

Anche la diminuzione dei prezzi delle risorse energetiche, il cui boom aveva consentito ai paesi dell’America Latina di avere maggiori disponibilità monetarie agli inizi del XXI secolo, ha determinato un aumento dei problemi legati alla sostenibilità dei programmi previdenziali e di assistenza sociale che i paesi della regione avevano applicato con successo nella prima decade del secolo attuale.

[Piattaforme petrolifere al largo delle coste del Brasile]. Credits to Getty Images

La disaffezione delle popolazioni del Sud America nei confronti dei propri governi nasce dunque proprio dalla disuguaglianza, eredità del sistema latifondista storicamente radicato nella regione.

Secondo l’Ong Oxfam il 10% della popolazione più abbiente possiede il 71% della ricchezza, mentre il 70% più povero possiede soltanto il 10% delle risorse economiche totali. Queste misurazioni hanno molte criticità – bisogna sempre prendere con le pinze le pubblicazioni Oxfam annuali – ma possono aiutare a leggere il quadro generale.

Ciò va di pari passo con la concentrazione del potere politico, in mano alle élite più benestanti dei vari paesi. Questo implica che la maggioranza della popolazione fatichi a far valere i propri diritti, determinando un sentimento di avversione nei confronti delle autorità, che invece di proteggere i propri cittadini sembrano voler difendere i privilegi di una ricca minoranza.

Alice Evans della London School of Economics, afferma che il diffondersi delle proteste popolari alle quali abbiamo assistito negli ultimi anni, sia un logico sviluppo del malcontento popolare che ultimamente trova il coraggio di esprimersi. Stando ai suoi studi, il fatto che la gente si sia decisa a scendere in piazza ha favorito un rafforzamento dei vari movimenti di protesta, in quanto le persone hanno avuto la possibilità di scambiarsi impressioni e si sono rese conto di non essere le sole a non tollerare più il mantenimento dello status quo.

Questo processo è stato reso possibile da una maturazione dei sistemi democratici di alcuni paesi. Dopo gli anni delle dittature militari, infatti, gli ordinamenti democratici non godevano della partecipazione che abbiamo potuto osservare recentemente. Ciò ha consentito uno sviluppo delle organizzazioni di sinistra e la nascita di partiti che rappresentano le popolazioni indigene.

Anche la forte urbanizzazione che ha caratterizzato la vita del continente latinoamericano nel corso degli ultimi decenni ha fornito una spinta fondamentale al cambiamento della “percezione delle norme”. Spostandosi nelle città, le persone hanno avuto maggiori possibilità di confrontarsi tra loro, potendo comprendere di non essere le sole ad avere posizioni critiche nei confronti dei governi, a ritenere che fosse doveroso un cambiamento.

Popolazione urbana mondiale – Credits to Unicef

Ed un tale radicato malcontento non ha bisogno di grandi quantità di benzina per incendiare le folle. Così in Cile, uno dei paesi per certi versi (Pil pro capite, inflazione, basso debito pubblico) più virtuosi della regione, è bastato un rincaro del prezzo del biglietto della metropolitana di Santiago per scatenare durissime proteste nei confronti del governo.

I miglioramenti in termini di diseguaglianza che si sono registrati nei primi dieci anni del XXI secolo, pur positivi, rischiano di rimanere effimeri, minati alla base dalla crisi economica globale, dal calo dei prezzi degli idrocarburi, dall’assenza di investimenti nell’istruzione, nelle infrastrutture e in progetti di medio-lungo termine che non siano fondati sull’assistenzialismo e sul clientelismo.

Colpiti da questi eventi i paesi dell’America Latina si sono ritrovati con poche risorse per poter finanziare i programmi sociali che avevano garantito detto miglioramento. Per non parlare della scarsa sostenibilità di questi programmi, destinati a gravare sempre di più sulle spalle di paesi che hanno sempre meno risorse da impiegare. La consapevolezza di ciò, ha fatto si che le persone decidessero di far sentire la loro voce, nella speranza di avviare un processo che porti ad un cambiamento diretto ad ottenere crescita economica ed una più equa distribuzione della ricchezza. Finalmente.

di Riccardo Allegri
Riccardo Allegri
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