Ogni anno, durante la celebrazione della Giornata della Terra il 22 Aprile, persone da tutto il mondo si riuniscono per manifestare il loro sostegno alla protezione ambientale. È indispensabile considerare non solo cosa fare oggi per salvaguardare l’ambiente, ma anche riflettere sugli effetti che il cambiamento climatico produrrà negli anni a venire.

Il fil rouge tra le emissioni di CO2, il riscaldamento globale e il clima estremo.

Gli interessi di governi nazionali e élite mostrano quanto la dipendenza mondiale dai combustibili fossili sia continuata senza sosta, al punto che è impossibile fingere che essa non comporti alcun impatto. Difatti, data l’emissione costante di gas serra nell’atmosfera, i sistemi idrologici e termici della Terra subiranno dei cambiamenti, il che renderà più frequente la comparsa di eventi climatici estremi come ondate di calore, siccità, inondazioni ed uragani.

Nel 2014 gli scienziati della Carnegie Institution for Science hanno stimato che l’impatto effettivo della CO2 sarà riscontrabile solo dopo 10,1 anni dalla sua emissione nell’atmosfera. La buona notizia è che i benefici della riduzione delle emissioni di CO2 saranno avvertiti nel corso della vita di quanti agiranno in questa direzione. La cattiva notizia, invece, è che se anche ci mobilitassimo oggi, gli effetti ambientali provocati dalle emissioni del decennio passato continuerebbero a farsi sentire. Di conseguenza prepararsi in vista dei futuri effetti distruttivi del cambiamento climatico è un impegno improrogabile.

La Disaster Risk Reduction

La Disaster Risk Reduction (DRR) è una forma di politica preventiva che governi e organizzazioni possono adottare per ridurre i danni causati dalle calamità naturali come i fenomeni climatici estremi.

I governi mondiali, pur avendo inserito la DDR per decenni tra le priorità dell’agenda politica, di fatto hanno continuato a ignorare gli avvertimenti, mettendo a repentaglio l’incolumità della popolazione. Per citare un esempio, i costruttori di Houston ottennero l’autorizzazione per edificare in zone a rischio inondazione pertanto, quando l’Uragano Harvey colpì la città nel 2017, le alluvioni che seguirono devastarono aree intere.

A Tampa Bay in Florida, a seguito di piogge torrenziali nel 2015, i danni furono anche più gravi, dato che erano stati costruiti edifici alti ben oltre i limiti stabiliti in un’area nota per essere una delle più soggette a inondazioni ed uragani degli Stati Uniti.

Tampa, Florida. Credits to: Erick Ramirez

I paesi cosiddetti in via di sviluppo hanno subito, e sono destinati a subire, un aumento spropositato di eventi climatici estremi, poiché dispongono di scarse risorse economiche per contenere gli sconvolgimenti causati dai disastri naturali. Nel 2017 il Fondo Monetario Internazionale ha esortato i paesi più avanzati ad assumersi le proprie responsabilità e estendere il loro aiuto a quei paesi più soggetti agli impatti del cambiamento climatico.

L’intervista a Andrew J. Padilla

Negli ultimi 35 anni si è verificato un forte aumento degli uragani di categoria 4 e 5 nella scala Saffir-Simpson, che misura l’intensità dei cicloni in base alla velocità del vento registrata, rilevati per lo più nell’area nord e sudovest dell’Oceano Pacifico e nell’Oceano Indiano. Nel settembre 2017 l’Uragano Maria ha avuto conseguenze catastrofiche colpendo Porto Rico con una intensità superiore alla categoria 4, ed effetti visibili ancora oggi.

Andrew Padilla fa parte della Alliance Puerto Rico – Switzerland, un’associazione di portoricani e di loro sostenitori in Svizzera impegnata a ricostruire l’isola dopo gli uragani Irma e Maria.

18/9/2017 San Juan, Portorico. Clienti attendono l’arrivo di generatori elettrici. Credits to: RICARDO ARDUENGO/AFP/Getty Images

Qual è stata la sua reazione dopo aver saputo che l’Uragano Maria si era abbattuto su Porto Rico?

“Avevo iniziato da poco il master a Ginevra in Svizzera quando Maria colpì l’isola. Sono venuto a conoscenza dell’accaduto dalla mia famiglia, una volta riuscita ad avere campo e batteria del telefono sufficienti. Innanzitutto abbiamo cercato di capire l’entità dei danni e di identificare diverse modalità di intervento. Dall’estero la possibilità di prevenire la catastrofe è apparsa evidente ed è senz’altro la constatazione più amara. Molte persone sono morte più per la mancata tempestività dell’intervento, che per l’uragano in sé. Sì, Maria ha distrutto la maggior parte delle infrastrutture dell’isola, ma esse erano già state paralizzate e privatizzate ormai da anni prima dell’uragano. Settimane dopo l’uragano il cibo scarseggiava, ma soprattutto tardavano ad arrivare alimenti freschi. Molti sono morti per l’incapacità di fornire un’assistenza medica di base, di conservare al fresco i medicinali per i diabetici, di continuare le dialisi ecc. Paesi da tutto il mondo si sono impegnati nell’inviare aiuti, ma il loro arrivo sull’isola, sia via mare sia per via aerea, è stato bloccato. Gli Stati Uniti, reticenti a supportare il loro stato associato, hanno ostacolato gli interventi da parte di altre nazioni e della nostra comunità.”

Ritiene che i soccorsi delle autorità internazionali e locali siano stati adeguati?

Il costo totale per la ricostruzione di Porto Rico è poco inferiore ai 100 miliardi di dollari. Il governo statunitense ha offerto qualche miliardo in prestito invece che mobilitarsi per cancellare il debito di 70 miliardi di dollari a carico dell’isola. Nel caso della mia famiglia i primi soccorritori sono stati i vicini, che li hanno aiutati a ripulire la strada davanti casa, mentre invece l’Agenzia Federale Gestione Emergenza si è presentata con generi alimentari inadeguati come Cheez-Its e le Skittles. In effetti sono stati i piccoli agricoltori dell’isola a fornire alimenti sani, ad organizzare le squadre di volontari per aiutare il vicinato nella ricostruzione e a tenere seminari intergenerazionali per insegnare alle persone come conservare e coltivare da sé le sementi.

A seguito delle conseguenze dell’Uragano Maria, secondo lei cosa aiuterebbe davvero a ricostruire Porto Rico?

Supportare le organizzazioni di base del paese focalizzandosi sulla ricostruzione a lungo termine e sulla capacità di ripresa dell’isola. I supporter globali devono lavorare per rimuovere sia l’onere del debito che ha paralizzato l’isola e le sue infrastrutture per anni prima dell’uragano, sia la morsa del controllo fiscale imposto di recente, che ha usurpato il controllo democratico delle finanze di Porto Rico e ha privilegiato il risanamento del debito. Lo scorso autunno alcuni portoricani hanno dato vita ad una raccolta fondi in Svizzera per supportare i piccoli agricoltori biologici dell’isola: la Organización Boricuá de Agricultura Ecológica de Puerto Rico  e la PAC (Proyecto Agroecológico Campesino) ne sono due esempi. Per chi volesse aiutare l’isola dall’estero, sarebbe un fantastico punto d’inizio sostenere i piccoli agricoltori a far rifiorire il futuro di Porto Rico.


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Di: Isobel Edwards, Traduzione di: Federica Vanzulli
Redazione
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