Tra faticosi negoziati, proposte di ridefinizione dei confini, la visita di Vučić in Kosovo e il suo elogio a Milošević, quali sono le prospettive per l’area?

Il 7 settembre 2018 l’Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri, Federica Mogherini, ha ospitato a Bruxelles il presidente serbo Aleksandar Vučić e il suo omologo del Kosovo Hashim Thaçi, nell’ambito dei negoziati per la normalizzazione dei rapporti mediati dall’UE. All’ultimo minuto però Vučić ha annullato l’incontro faccia a faccia con Thaçi denunciando presunte minacce alla sua persona avvenute giorni prima e dichiarando che non vi erano le premesse per dialogare con Pristina.

L'Alto Rappresentante dell’UE Federica Mogherini accoglie a Brussels il presidente del Kosovaro Hashim Thaçi, 7/09/2018. Credits to: EEAS/Europa.eu.

L’Alto Rappresentante dell’UE Federica Mogherini accoglie a Brussels il presidente del Kosovaro Hashim Thaçi, 7/09/2018. Credits to: EEAS/Europa.eu.

Si tratta probabilmente di una mossa politica volta ad affossare un dialogo che doveva riguardare anche la controversa proposta di uno scambio di territori: per normalizzare i rapporti tra i due Paesi – il Kosovo era una provincia serba prima dell’auto-proclamazione dell’indipendenza nel 2008, mai riconosciuta da Belgrado – e per facilitare i rispettivi processi di integrazione europea, nelle ultime settimane è stato avanzato un piano che prevederebbe uno scambio di territori in base al quale le zone a maggioranza serba del nord del Kosovo – tra cui Mitrovica – andrebbero alla Serbia e le zone a maggioranza albanese del sud della Serbia – compresa la Valle di Presevo, che chiede alle autorità di Pristina di potersi congiungere al Kosovo – andrebbero al Kosovo.

Mappa che mostra il possibile scambio territoriale tra Kosovo e Serbia. Credits to: Deutsche Welle.

Mappa che mostra il possibile scambio territoriale tra Kosovo e Serbia. Credits to: Deutsche Welle.

La proposta ha incontrato molto scetticismo, anche nei rispettivi governi. Il primo ministro del Kosovo, Ramush Haradinaj, e le opposizioni si oppongono, sostenendo l’inviolabilità del Kosovo e accusando il presidente Thaçi di non avere nemmeno il mandato costituzionale per negoziare una simile iniziativa con la Serbia; così come molti in Serbia si oppongono in quanto una simile mossa implicherebbe riconoscere il Kosovo come Stato indipendente.

La proposta è infatti controversa. Per i critici, una tale ridefinizione dei confini su basi etniche potrebbe aumentare le tensioni, anziché placarle, e generare una fuga delle rispettive minoranze che segnerebbe un precedente pericoloso per la regione. Ad esempio, anche in Bosnia c’è una provincia a maggioranza serba, la Republika Srpska, che rivendica l’autonomia e che di fronte a un simile precedente potrebbe avanzare rivendicazioni scatenando un effetto domino che nell’area, dove gli equilibri etnici sono delicati, potrebbe degenerare.

Mappa etnica dei Balcani. Credits to: Economist.

Mappa etnica dei Balcani. Credits to: Economist.

Senza contare che vanificherebbe anni di politiche europee e internazionali volte a promuovere l’integrazione interetnica, la riconciliazione post-bellica e la convivenza pacifica. Per i fautori invece lo spettro della destabilizzazione non è un fattore scontato e se l’accordo fosse consensuale risolverebbe una disputa decennale con grandi vantaggi per entrambe le parti, che avrebbero le porte aperte all’integrazione euro-atlantica. Il Kosovo otterrebbe il riconoscimento internazionale, un seggio all’ONU e l’entrata nell’UE e magari nella NATO, mentre la Serbia potrebbe finalizzare la sua adesione all’EU, in stallo fino alla normalizzazione dei rapporti con Pristina.

Leggi anche: La Serbia potrebbe aderire all’UE entro il 2025

Ma il problema è proprio qui: l’accordo prevederebbe il reciproco riconoscimento e la Serbia non intende riconoscere il Kosovo, che considera ancora come sua provincia, non solo per questioni storiche e politiche ma anche perché è in Kosovo che si trova il patriarcato della Chiesa ortodossa serba e i suoi principali luoghi di culto. Per capire quanto lontani si è dal raggiungimento di un accordo, basta ascoltare le parole che Vučić ha pronunciato a Mitrovica nord di fronte a una folla di circa 15mila serbi durante la sua visita in Kosovo il 9 settembre:

Milošević era un grande leader serbo con le migliori intenzioni, ma i nostri risultati sono stati molto scarsi. Non perché lo volesse, ma perché i nostri desideri erano irrealistici, mentre trascuravamo e sottovalutavamo gli interessi e le aspirazioni delle altre nazioni. Per questo motivo abbiamo pagato il prezzo più duro. Non siamo diventati più grandi.”

Manifestazione a sostegno di Vučić nella parte settentrionale di Mitrovica a maggioranza serba. Credits to: EPA-EFE/DJORDJE SAVIC.

Manifestazione a sostegno di Vučić nella parte settentrionale di Mitrovica a maggioranza serba. Credits to: EPA-EFE/DJORDJE SAVIC.

Il riferimento è alla perdita del Kosovo e alla fine del sogno della “Grande Serbia” di Milošević, che egli inseguì scatenando una guerra brutale fatta di genocidi, pulizie etniche e stupri di massa. Vučić – che è stato Ministro dell’Informazione sotto Milošević e suo sostenitore – ha anche criticato i governi serbi precedenti per aver collaborato con il Tribunale Penale Internazionale dell’Aja (ICTY) ed estradato comandanti serbi per essere processati.

Leggi anche: Serbia, da Milosevic a Vucic

Il fatto dunque che un presidente serbo si rechi in Kosovo a elogiare il responsabile politico dei crimini contro l’umanità lì commessi e ad avere come unico rimpianto il fatto che quelle politiche di sterminio abbiano impedito l’espansione della Serbia, senza nemmeno menzionare le vittime, è indice di quanto ancora sia lontana una riconciliazione e una normalizzazione dei rapporti.

Alle parole di Vučić, la condanna da parte delle autorità di Kosovo, Bosnia e Croazia per un “discorso scandaloso e provocatorio” è stata immediata. Anche l’UE, per bocca della portavoce Maja Kocijancic, ha dichiarato che “non dovrebbe essere lasciato spazio ad ambiguità o a elogi alla politica e alle azioni di Milošević” perché “la riconciliazione, la normalizzazione e le relazioni di buon vicinato saranno possibili solo quando le politiche del passato saranno superate e abbandonate”.

Vučić si rivolge ai suoi sostenitori nel Kosovo settentrionale, 10/09/2018. Credits to: EPA-EFE / DJORDJE SAVIC. Credits to: EPA-EFE/DJORDJE SAVIC.

Vučić si rivolge ai suoi sostenitori nel Kosovo settentrionale, 10/09/2018. Credits to: EPA-EFE / DJORDJE SAVIC. Credits to: EPA-EFE/DJORDJE SAVIC.

Sebbene alcuni Paesi UE come la Germania si oppongano allo scambio di territori, l’UE non ha escluso a priori la possibilità, così come gli Stati Uniti hanno dichiarato che non “si metteranno in mezzo a un accordo tra Serbia e Kosovo se lo raggiungessero in modo consensuale” e che non escludono “una ridefinizione dei confini se fosse soddisfacente per entrambe le parti”.

Ma il nocciolo della questione è qui: lo sarebbe? Al di là dei vantaggi politici di un accordo consensuale e al di là delle dichiarazioni pubbliche – talvolta contraddittorie – nessuna delle due parti sembra davvero convinta di questa soluzione per via delle sue implicazioni e sono in pochissimi a credere che uno scambio di territori avverrà sul serio. Inoltre su entrambe pesa ancora un passato che si dimostra tutt’oggi di difficile elaborazione. Un passato che renderà la strada per la normalizzazione ancora lunga e in salita.

di Samantha Falciatori
Samantha Falciatori
Leave a reply

Lascia un commento