La geopolitica energetica della Russia

Ukrainian artist Dariya Marchenko works on a portrait of Russian President Vladimir Putin named "The Face of War" which is made out of 5,000 cartridges brought from the frontline in eastern Ukraine, in Kiev, July 23, 2015. The portrait will be presented along with a novel which will tell personal stories of six people involved in this project including Daria's own story and stories of people who helped her to collect shells from the frontline. REUTERS/Gleb Garanich

Nel tentativo di riacquistare o mantenere il proprio peso politico internazionale, la ricchezza di petrolio e di gas russo sono strumenti chiave della politica estera di Putin. Ma a quale costo il Cremlino decide di giocare questa carta?


L’artista ucraina Dariya Marchenko ha utilizzato cartucce raccolte da combattenti della zona di guerra dell’Ucraina orientale per realizzare l’opera “The Face of War“, metaforico ritratto del presidente russo Vladimir Putin e del suo coinvolgimento nel sanguinario conflitto iniziato più di un anno e mezzo fa.

Nonostante il negato ma evidente coinvolgimento russo nel conflitto, dove l’ultimo rapporto dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha contato 8.000 morti e 17.881 feriti, l’uso della forza nel tentativo di inglobare territori confinanti nella propria sfera d’influenza, non è l’unico strumento attraverso il quale Mosca aspira a rinnovare il suo status di grande potenza nel sistema internazionale.

Secondo uno studio condotto dalla Swedish Defence Research Agency, pratica comune del Cremlino è quella di fare tesoro della propria ricchezza in risorse energetiche nel cercare di mantenere una certa influenza sui propri vicini. Attraverso una politica di controllo dei prezzi, di minaccia o effettiva interruzione delle forniture di gas, Mosca è spesso in grado di creare una pressione politica tale per cui insufficienza e dipendenza energetica, diventano leve di manipolazione e strumento di forza nel rapporto con paesi terzi. E se la guerra è piegare alla propria volontà l’avversario, è difficile non prendere per buono un termine sempre più usato per parlare della strategia russa: l’“hybrid warfare”.

Anche al di là dei più prossimi confini russi poi, l’abbondanza energetica viene usata come risorsa di potenza, uno strumento economico-politico di bilanciamento delle rimanenti grandi potenze o dell’emergere di strette alleanze fra le stesse, attuando una politica di divide et impera o cercando semplicemente di rafforzare i propri legami con emergenti colossi economici.

In questa strategia di politica estera, la compagnia Gazprom (di cui il Governo russo è azionista di maggioranza), rappresenta il principale strumento e braccio politico del presidente Putin, come recentemente evidenziato dalla negoziazione di uno sfavorevole accordo preliminare con la China National Petroleum Corporation, circa la fornitura di 38 miliardi di metri cubi di gas a partire dal 2018 ad un prezzo evidentemente sfavorevole.

Qual’è la logica economica alla base dell’accordo? Nessuna. Come in altri casi, Gazprom si è prestata alle ambizioni politiche di Putin anzichè comportarsi come una società che massimizza il profitto in modo razionale. Il solo significato del contratto è infatti geopolitico, il tentativo di favorire una certa diversificazione degli investimenti, così come di stringere più solide relazioni con le principali potenze non occidentali, prima fra tutte la Cina, che però ha già ritrattato una parte dell’accordo.

Seppur gli investimenti in Europa rimangano una rilevante componente dell’economia russa, è infatti innegabile che le sanzioni imposte a seguito del conflitto ucraino abbiano fortemente colpito Mosca e il suo sistema economico, oltre ad averne screditato il profilo internazionale e minato la stabilità economica interna.

Da una parte, la dipendenza dal trasferimento di tecnologie, know-how e capitali occidentali (ad esempio per l’estrazione in aree estremamente ricche quanto ostili quali l’Artico russo), ha indebolito le capacità profittevoli delle principali società russe – che però grazie a incentivi statali e basso valore del rublo continuano a trarre vantaggi sulle compagnie occidentali – dall’altra, la popolazione si trova oggi a fronteggiare una crisi economica che farà perdere quest’anno tra il 3,7% e il 4,4% del Pil nazionale, e un’alta inflazione che la Banca Centrale russa stima intorno al 7%. Tutto ciò, ad ogni modo, non sembra minare la popolarità del Presidente Putin.

Questa coercitiva politica energetica va dunque intesa in un contesto geopolitico globale in cui la Russia aspira a creare crescita ed influenza internazionale, e i cui principali vettori sono di natura politico-strategica piuttosto che economica. Ma sarannno effettivamente prosperità e crescita le immediate conseguenze di questa politica estera?

 di Marzia Scopelliti