Nell’origine della specie di Charles Darwin solo il più adattabile ai mutamenti dell’ambiente può garantirsi la sopravvivenza. Può valere lo stesso nel mondo delle relazioni internazionali, anarchico e crudele quanto quello naturale? Animali e stati a confronto, accomunati dalla necessità di dover costantemente trovare una via per la sopravvivenza.

La Francia ferita dai terribili fatti di Parigi ha iniziato ad attaccare la Siria per vendicarsi di Daesh, responsabile dell’attentato. Molti tuttavia ritengono che i veri mandanti non vadano cercati soltanto tra le sabbie della Siria. Occorrerebbe piuttosto risalire i condotti del denaro che riforniscono le ricche tasche del Daesh. Indiziato speciale, tra questi oscuri finanziatori del jihadismo, la piccola monarchia araba del Qatar, uno stato di soli due milioni di abitanti, la cui ricchezza di petrolio e gas naturale è tale da avergli conferito liquidità ingentissime, interamente a disposizione della famiglia reale degli al-Thani. Denaro che circola sempre più nei gangli dell’economia francese al punto da, secondo diversi accusatori, essere disponibile per il foraggiamento dei terroristi del Daesh di stanza in Francia proprio grazie alla sua crescente penetrazione nel tessuto economico e sociale nel paese.

In “Submission”, celeberrimo romanzo di Michel Houllebecq uscito in concomitanza con gli attacchi a Charlie Hebedo e oggi più che mai specchio delle paranoie francesi, il Qatar appare come protagonista silenzioso eppure onnipresente, pur non venendo citato praticamente mai. La penetrazione dell’islamismo nel nucleo pulsante della cultura francese, l’Università della Sorbonna, che fa da ambientazione principale del libro, è direttamente ispirata ai finanziamenti sempre più cospicui che il prestigioso ateneo riceve dalla famiglia reale qatariota degli al Thani. L’ultimo, di un milione e ottocentomila euro, è un “sostegno allo studio” riservato ai rifugiati in fuga dall’esodo siriano verso l’Europa e intenzionati a sostenere gli studi universitari in Francia.

Un mecenatismo che a molti non piace, in quanto consentirebbe al Qatar di influenzare l’istituzione per eccellenza che rappresenta l’autonomia e libertà di pensiero francese. Diverse misure di sicurezza e di censura attuate dalla Sorbona sono, difatti, imputate all’influenza del governo qatariota: accuse che trovano l’ indiziato numero nel Rettore dell’Università, Philippe Boutry, accusato di ricevere finanziamenti “personali da parte di Tamin ben Hamad al Thani, emiro del Qatar e suo personale amico.

Il sovrano del Qatar da anni non ha solo la Sorbona sulla sua particolare lista dello shopping francese. Dal Paris Saint Germain, prestigiosa e ricchissima vetrina del calcio francese, alle partecipazioni nelle aziende francesi d’importanza strategica vitale quali la Louis Vuitton, marchio simbolo della moda francese, la Renault, o la Total, compagnia petrolifera di bandiera. Un impatto sull’economia francese molto potente e destinato a raddoppiare nel 2015, un’apparente benedizione per le esportazioni francesi, soprattutto per il cruciale settore aereo, ma con influenze che vanno ben oltre il semplice business. Dalla guerra in Libia, fortemente voluta dalla monarchia qatariota in un ambiguo clima tra comunione d’intenti e pressioni su Parigi, fino ai fondi erogati per un non meglio precisato “sviluppo sociale” delle periferie cittadine, visti come mezzo per accattivarsi la fedeltà della minoranza musulmana francese ghettizzata nelle banlieues, e spingerla tra le braccia del terrorismo islamista sunnita che il Qatar ufficialmente deplora ma al quale potrebbe elargire copiosi fondi.

Al netto delle nevrosi occidentali sul Qatar come uno dei tanti componenti del complottone islamico ai danni della libera e laica europa, cosa spinge realmente uno stato tanto ricco quanto piccolo e vulnerabile a giocare tanto sfacciatamente su diversi tavoli con potenze nucleari quali la Francia? Logica vuole che uno stato la cui potenza è limitata a un solo fattore – la ricchezza dei giacimenti di carburanti fossili – agisca con prudenza e accortezza, mentre gli al Thani sembrano voler lanciare l’intera nazione come una biglia impazzita sulla roulette della politica globale, con tutti gli imprevedibili rischi che ciò comporta.

Alla base di ciò, un forte trauma. Era il 1968 e le truppe di Sua Maestà lasciarono i protettorati britannici sulle sponde arabe del Golfo Persico, nonostante gli appelli dei governanti locali. L’Impero Britannico ormai era caduto e quell’avamposto commerciale tra il Raj indiano e il Mediterraneo ormai non aveva più ragione di essere mantenuto a spese di Londra. Tra i potenti locali che invano implorarono i britannici di restare, troviamo proprio gli al Thani.

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Per il paese, una penisola desertica nella parte orientale della penisola arabica, questo ritiro significava indipendenza, dopo esser stato soggetto per millenni al potente di turno, sin dagli albori della storia sotto gli assiri. All’entusiasmo popolare facevano da contraltare le inquietudini della casata regnante degli al Thani: era proprio grazie alla benevolenza dei potentati stranieri (ottomani e i britannici) che erano riusciti a salire e a conservare il potere dalla metà del XIX Secolo. Il popolo si saziò rapidamente grazie alle gioie scaturite dall’indipendenza e ora reclamava diritti, ora reclamava potere, sulla spinta del socialismo panarabo d’ispirazione baathista che dominava lo spettro culturale e politico arabo dell’epoca.

Per comprendere il Qatar la prima osservazione da fare è che siamo di fronte alla storia di una casata nobiliare, non di una nazione. La regione certamente è antica e prese il nome millenni or sono, ma era solo un crocevia d’imperi. Troppo povera per sperare di potersi difendere, troppo vicina ai grandi traffici globali per poter sperare di sviluppare una propria identità al riparo dai tumulti del potere globale. Per tale ragione il paese non sembra essere affatto turbato da uno sconvolgimento demografico che solo a menzionarlo farebbe svenire qualunque paranoico della “fortezza europa” (ossessionato da ogni punto percentuale di popolazione straniera): un qatariota “indigeno” per dieci stranieri e di questi la maggior parte d’ascendenza indiana, pakistana e bengalese. Un paese definito come arabo ma che secondo gli standard moderni arabo non è più da un pezzo. Ma il Qatar non risponde ai criteri contemporanei dello stato nazione: è la proiezione del potere e dell’ambizione di una famiglia, uno stato dinastico che lo rende fossile al pari di quei fossili al di sotto delle sue acque che sono il pilastro della propria potenza.

Nella tradizione tuttavia il Qatar, o per meglio dire gli al Thani, dovettero scendere a patti col mondo contemporaneo. I tempi dei feudi e dei protettorati era ormai terminato. Si era capovolto il millenario gioco di potere qatariota (e dell’intera regione araba del Golfo Persico) di gestire internamente i propri affari affidandosi placidamente alla potenza esterna: Usa e Urss, potenze tipicamente imperiali impegnate a dominare il mondo definendosi in rottura con la vecchia istituzione dell’Impero, ci tenevano moltissimo che le nazioni da loro sviscerate e controllate dalle fondamenta fossero considerate, sotto il profilo formale, fieramente indipendenti.

Fortune Magazine 08.01.2013 / Nicolas Rapp

Fortune Magazine 08.01.2013 / Nicolas Rapp

Come sopravvivere al nuovo ordine di potere informale senza lasciarsi inglobare da potenze regionali quali Arabia Saudita e Iran che avrebbero tolto sia la millenaria autonomia interna quanto l’appena scoperta indipendenza? Gli al Thani ebbero l’incredibile fortuna che quell’ammasso d’idrocarburi puzzolenti e tossici sommerso dalle acque del Golfo Persico che condividevano con gli iraniani diventò sempre più febbrilmente ricercato dalle nazioni di tutto il mondo. Il denaro scorse a fiumi nelle casse della casata, restava solo da decidere come spenderlo.

Si potrebbe pensare che le spese e gli investimenti qatarioti non siano che un modo per apportare prestigio alla famiglia, accumulando nuovi tesori. I contestati Mondiali di Calcio che il paese ospiterà nel 2022 saranno una nuova, sfolgorante, gemma da porre alla sommità della sete di potere di una famiglia emersa, qualche secolo addietro, tra le polverose nebbie del deserto arabo dove i clan tribali lottano ferocemente l’uno contro l’altro dall’alba della storia.

Il Qatar come un pavone che baratta i propri soldi per ottenere nuovi “occhi”, da appuntare alla propria coda. Eppure ciò non spiega gli investimenti rischiosi, la voglia non solo di mettersi in mostra, ma di decidere nei più disparati teatri strategici ricorrendo spesso al doppio gioco.

Qui ci viene forse in aiuto proprio l’etologia del pavone. Contrariamente all’opinione comune infatti non è la sfolgorante ruota posta sopra la coda coi suoi colorati occhi a catturare l’attenzione della femmina. Ciò che invece interessa, ai fini dell’accoppiamento, è l’estremità della coda, non la ruota. L’essenza sull’apparenza, e la ruota serve, in realtà, a indicare la propria presenza tra le frattaglie dei boschi e “indurre” la femmina a volgere lo sguardo sulla coda vera e propria.

Il Qatar dunque, un cassone di sabbia con risorse sottomarine (la cui importanza cala con molta più velocità rispetto al calare delle riserve), non cerca d’apparire per il prestigio fine a sé stesso, ma di mostrarsi per dare l’impressione di contare per davvero. Gli occhi della sua ruota come indicazioni da dare al resto del mondo per suggerirgli come possa rappresentare il centro e il crocevia del mondo intero: un manifesto d’intenti rappresentato dalla sua potente flotta aerea.

Gli al Thani sanno di non poter aver più protettori pronti a combattere per la loro ambizione. Ecco dunque la necessità di mostrarsi desiderabili al maggior numero di clienti possibili, anche a costo di giocare con cinismo usando le banconote per carezzare o schiaffeggiare secondo il proprio capriccio. Un gioco di prestigio molto pericoloso, ma forse il solo possibile per illudere il mondo, sotto l’ipnosi dei suoi splendidi ed effimeri occhi, che un settore marginale di una regione marginale possa essere il nuovo nucleo del mondo.

Mirko Annunziata
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