Il 18 marzo si sono svolte in Russia le elezioni presidenziali che hanno visto il trionfo ampiamente previsto di Vladimir Putin con il 74% dei voti. Abbiamo analizzato il risultato elettorale con Giovanni Savino, professore associato di storia contemporanea, presso la School of Public Policy, Ranepa di Mosca.

In un articolo uscito sul Carnegie Moscow Center, Aleksandr Baunov afferma che ogni elezione di Putin da qui al 2000, nonostante l’esito scontato, sia stata differente a causa di diverse insidie nascoste. Chi era il vero nemico da battere per Putin in questa campagna elettorale?

Non credo ci fosse un nemico, ma un problema: come legittimare definitivamente il quarto mandato. Emerge un elemento, che Baunov qui e lì affronta, ma non approfonditamente, ovvero Putin come fondatore dello stato (o, sarebbe meglio dire, ri-fondatore): la storia della Federazione Russa come entità statuale è ancora giovane, e risente delle speranze tradite degli anni Novanta, ancora oggi ben presenti in parte della società russa. Inoltre, penso che ci sia anche un elemento di risposta a un progressivo distaccamento delle giovani generazioni, che non è dovuto, come spesso molto superficialmente fa notare qualche osservatore, agli “iPhone” o a “internet”, ma a vedere, a differenza di quanto avvenuto con i genitori, non un miglioramento economico, bensì difficoltà e tensioni sullo scacchiere internazionale. Avere un mandato al 76% può rimandare il problema, però non lo risolverà

Come ne esce Putin da queste elezioni? La bassa affluenza elettorale rispetto alle aspettative della vigilia (63,7% rispetto al 70% auspicato dal Presidente russo) può essere considerata, in parte, come una sconfitta?

L’obiettivo di cui si è parlato in queste elezioni era 70-70, ovvero 70% di affluenza e 70% di voti. Come vediamo, l’affluenza è stata inferiore ma il risultato elettorale superiore, e non credo possa essere vista come una sconfitta. Il problema ora è: con questo largo mandato, che succede? L’impressione è che nemmeno il presidente abbia fino in fondo chiara quale prospettiva percorrere, anche perché la figura di Putin non è quella dell’uomo duro e solo al comando, che tanto piace ad alcuni ambienti e tanto terrorizza altri, ma è di mediazione di vari circoli e gruppi di potere, i quali rappresentano interessi diversi.

Chris Miller in due articoli, rispettivamente per Foreign Policy e Foreign Affairs, evidenzia come Putin  abbia privilegiato nei suoi anni di governo politiche che tendessero alla stabilità economica,  piuttosto che alla ricerca di una maggiore crescita. Nel prossimo mandato, Putin continuerà a perseguire questo tipo di policy o adotterà delle riforme strutturali, che potrebbero portare ad una maggiore ripresa?

Dipende – sembra che stia prendendo corpo una sorta di compromesso tra politiche di riduzione della spesa pubblica in senso monetarista e neoliberista, come auspicato dal settore vicino alle posizioni dell’ex ministro Aleksej Kudrin, e investimenti nel settore della difesa. Quel che non c’è al momento, eccezioni peculiari a parte (penso al ponte tra Crimea e Caucaso), è una politica di investimenti in infrastrutture sul modello cinese, che potrebbe, forse, portare a una crescita; ciò non avviene perché l’economia russa resta ancora per dimensioni, poco competitiva rispetto ad altri paesi. Come uscire da questo impasse – è difficile dirlo, anche perché l’idea di un mix di tagli e di spese militari potrebbe non essere sostenibile.

Nel contesto di crescita delle destre in Europa occidentale, come AFD in Germania e Lega in Italia, la Russia di Putin potrebbe assumere il ruolo di guida avuto dall’URSS per i partiti comunisti europei nel corso della guerra fredda?

No, e sembra distanziarsene, nonostante quanto provi a fare la Lega. Non esiste una sola ideologia conservatrice, quindi diventa anche difficile promuovere qualcosa di simile a quanto avvenuto in URSS; inoltre, mi si permetta di osservare che l’Unione Sovietica rappresentava una entità statuale basata su un certo tipo di criteri ideali e ideologici che sono assenti in Russia.

Dimitri Trenin, direttore del Carnegie Moscow Center, intervistato dalla testata online Meduza, afferma che per la Russia sia più importante perseguire e ottenere lo status di grande potenza che il benessere economico, al fine di raggiungere i suoi obiettivi strategici nel contesto internazionale. Questo porterà Mosca ad avere ancora un atteggiamento aggressivo in politica estera anche nei prossimi sei anni, forse, di presidenza Putin?

La politica estera in genere non è fatta solo di azioni unilaterali, ma si basa anche su un sistema di azioni e reazioni. Può sostenere Mosca una situazione per certi aspetti simile a quella della guerra di Crimea del 1853? Ovviamente, la risposta è no, anche perché il mondo non è più diviso in blocchi, fenomeno che nella storia si è presentato (con grandi eccezioni) solo dal 1945 al 1991. Poi, c’è il livello di integrazione della Russia nell’economia mondiale, che è senza precedenti: si pensi ai flussi di denaro e di materie prime che da qui si dirigono in occidente, è poco probabile pensare che si interrompano, tanto è vero che anche il governo britannico si guarda bene dal congelare i conti degli oligarchi russi e dal redarre nuove liste di proscrizioni.

intervista di Antonio Schiavano
Antonio Schiavano
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