Giovedì 29 marzo in Corea, presso Panmunjeom – villaggio di confine situato sul 38° parallelo nel mezzo della zona demilitarizzata – si sono incontrate le delegazioni delle due Coree. Ecco gli sviluppi di quelli che potrebbero diventare dei colloqui di pace.

Le delegazioni della Corea del Nord e della Corea del Sud si sono incontrate il 29 marzo presso le strutture costruite a metà del confine tra i due paesi a Panmunjeom, dove si firmarono i trattati di pace del 1953. Nel corso del colloquio si è stabilita una data – il 27 aprile – in cui i leader dei due paesi si confronteranno nel tentativo di proseguire il dialogo avviato durante le olimpiadi invernali di Pyongyang.

Kim Jong-un, leader nordcoreano, si confronterà con Moon Jae-in, presidente della Corea del Sud, per superare l’impasse che si è creata a causa dell’accelerazione impressa da Kim al programma nucleare e a quello missilistico, che rischia di sfociare in aperto conflitto.

Il vertice programmato tra i due capi di stato seguirà di poche settimane i tre giorni d’incontri occorsi a marzo tra il leader nordcoreano e il presidente cinese Xi Jinping, e precederà lo storico confronto con Donald Trump, che, se confermato, dovrebbe tenersi nel mese di maggio.

Negoziato, quello con presidente statunitense, al quale le autorità di Pyongyang non vogliono arrivare impreparate. È infatti possibile che il rinnovato attivismo diplomatico del regime sia teso a ridurre lo stato di isolamento in cui versa, e ad alleviare la pressione economica dovuta all’inasprimento delle sanzioni varate dal Consiglio di sicurezza dell’Onu come risposta ai test missilistici e atomici condotti dal regime del nord nel corso del 2017.

Sanzioni che, se allentate, permetterebbero a Kim di concentrarsi sul secondo dei due binari – quello economico – costituenti la politica del Byungjin (politica del doppio binario) da lui formulata nel 2013, due anni dopo l’insediamento al potere.

ll leader nordcoreano Kim Jong-un durante una cerimonia dedicata ai combattenti caduti dell’Esercito popolare coreano (KPA) nel luglio 2013 – Reuters / Jason Lee

Una nuova direzione politica che, andando oltre la linea del Songun (military first) inaugurata dal padre Kim Jong-il, avrebbe dovuto garantire un maggiore livello di benessere per la popolazione, ma che ad oggi, a causa dell’alto livello spesa dei programmi militari intrapresi dal regime, fatica a dare risultati sul piano economico.

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In questo nuovo slancio negoziale del regime nordcoreano, l’incontro di tre giorni (26-28 marzo) in cui Kim e la moglie sono stati accolti a Pechino dal presidente Xi Jinping assume diversi significati: è un messaggio che le autorità cinesi lanciano a Washington, segnalando in sostanza che se l’amministrazione americana vorrà portare a casa un risultato dalla trattativa, questo non potrà prescindere dagli interessi di Pechino. Ed è un assist a Kim Jong-un che può mostrarsi al mondo come il capo di uno stato riconosciuto dal potente vicino cinese (sebbene l’incontro non risulta agli atti come “ufficiale”).

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La Cina, innanzitutto per questioni geografiche, vede la Penisola di Corea come un luogo strategico per coltivare i propri interessi, ed è consapevole dei rischi che comporta perdere il controllo dell’evoluzione politica dell’area, almeno dai tempi della guerra sino-giapponese del 1894-1895.

Un’interesse (per l’area) mai dimenticato, e risvegliato dalla deflagrazione, nel 1950, della guerra di Corea. È infatti dalla fine di quell’anno, dopo lo sbarco americano a Incheon e con la successiva penetrazione delle forze armate in territorio nordcoreano, che i cinesi percepiscono la presenza militare statunitense come un pericolo per la sicurezza dei propri confini. È infatti grazie al loro supporto che il regime del nord riuscì a salvarsi in quell’occasione, ed è grazie ai numerosi aiuti forniti dal potente vicino se è riuscito a sostenersi negli anni.

Il Gen. Courtney Whitney e il Gen. Douglas MacArthur osservano il bombardamento di Incheon dalla USS. McKinley, il 15 settembre 1950 – Credits: US Navy

In particolare, esiste un accordo tra i due paesi, il Sino-North Korean Mutual Aid and Cooperation Friendship Treaty, che dal 1961 garantisce alla Corea del Nord un pieno supporto cinese in caso di guerra. Ma nel corso della presidenza di Xi Jinping questo asse che resisteva da più di 50 anni sembra essersi incrinato, e la Cina ha cominciato a porre – attraverso alcune dichiarazioni di suoi funzionari – dei limiti al supporto garantito, dimostrando come le relazioni tra i due paesi si trovassero ad un minimo storico.

Il primo incontro tra i due leader dei paesi confinanti è probabilmente teso a rinsaldare uno storico legame, nonostante alcune decisioni di politica internainternazionale di Kim abbiano portato il presidente Jinping a mostrare una crescente insofferenza nei suoi confronti.

Nemmeno trentenne e da poco insediato al potere Kim ha in più occasioni finito con l’interferire con l’agenda politica di Pechino. Prima di tutto non ascoltando i ripetuti richiami cinesi alla sospensione dei test, ha dimostrato un certo grado di impermeabilità alle interferenze cinesi.

Questo atteggiamento è andato a sommarsi all’esecuzione di Jang Song Taek, zio di Kim e suo tutore negli anni successivi all’insediamento. Figura di rilievo nella gestione del potere in Corea del Nord durante l’ultimo periodo di reggenza del padre oltre che interlocutore privilegiato della Cina.

Mr. Jang viene scortato in tribunale prima dell’esecuzione il 12 Dicembre 2013 – Credits: Yonhap News Agency, via Agence France-Presse / Getty Images

L’atteggiamento del regime nordcoreano non è piaciuto a Pechino anche in un’altra occasione, quando nel maggio 2017 ha deciso di condurre un test nucleare in concomitanza con il vertice sulla Nuova Via della Seta che si stava tenendo a Pechino e a cui Jinping tiene molto.

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Test ripetuto nei primi di settembre, in concomitanza con l’incontro tra i BRICS che si stava tenendo in quei giorni a Xiamen. Azioni che agli occhi di XI Jinping e della leadership cinese hanno dimostrato come la leadership nordcoreana non stesse tenendo conto delle rimostranze avanzate circa una possibile ricaduta radioattiva su propri territori (il principale sito di test – Punggye-ri – si trova a circa 160km dal confine cinese), e come il comportamento del giovane Kim apparisse studiato per offuscare le iniziative diplomatiche cinesi.

Interessante notare come il 9 aprile la Cina abbia provveduto al divieto di esportazione (verso la Corea del Nord) di 32 elementi “dual use”, che sarebbero potuti essere utilizzati dal paese per il proprio programma missilistico e nucleare, oltre che per la costruzione di armamenti convenzionali.

Mossa in linea con la progressiva stretta imposta alla Corea del Nord dal Consiglio di Sicurezza (tra settembre e dicembre), ma che – cadendo la settimana successiva all’incontro avvenuto a Pechino tra il presidente cinese e l’alleato nordcoreano, e in vista del futuro vertice tra Trump e Kim Jong-un – potrebbe voler segnalare una presa di posizione decisa del Dragone Rosso circa il futuro e ipotetico negoziato.

Storico anche l’incontro – se dovesse verificarsi – tra Trump e il leder nordcoreano. A cui però gli alleati regionali degli Stati Uniti guardano con una non troppo celata preoccupazione. Il timore è infatti che il presidente statunitense – se fedele alla sua retorica di disimpegno delle forze americane secondo lui improduttivamente stazionate in teatri esteri – possa essere tentato di barattare la cessazione del programma nucleare con una progressiva riduzione degli assetti militari che contano anche gli oltre 25.000 soldati americani presenti in Corea del Sud ed essenziali per l’equilibrio regionale.

Bisogna sottolineare come al momento l’amministrazione Trump non abbia ancora nominato l’ambasciatore a Seul. Assenza potenzialmente in grado di ricadere sulle capacità di programmazione delle trattative.

Scelta dell’amministrazione americana che può essere dettata dalla volontà della presidenza di garantirsi una maggiore libertà di manovra nella gestione dei negoziati, ma che sommandosi al temperamento poco incline al dialogo del presidente, e alla nomina di John Bolton come nuovo consigliere per la sicurezza nazionale – da tempo convinto dell’inefficacia della linea del dialogo in dossier come quello Iraniano o quello nordcoreano stesso – potrebbe portare gli Stati Uniti verso un irrigidimento delle posizioni. E che nel caso di un fallimento dei negoziati rischierebbe di portare le parti più vicine allo scontro.

La Corea del Nord quindi disponibile al negoziato

Il 9 aprile fonti dell’amministrazione statunitense hanno ufficialmente confermato la disponibilità di Kim Jong-un a incontrare il presidente Trump, per discutere della possibile “denuclearizzazione” del paese.

Questa comunicazione fa seguito al messaggio precedentemente inviato tramite emissari sud coreani, con il quale si era stabilito un primo contatto tra le parti, dando una prima conferma della disponibilità del supremo leader a sedersi al tavolo delle trattative.

Bisogna però sottolineare come già la Corea del Nord abbia violato accordi stipulati in relazione al programma missilistico e a quello nucleare, ed essendo la reale posizione negoziale nordcoreana per il momento sconosciuta, l’amministrazione americana esprime un “cauto ottimismo” circa le reali possibilità di un accordo.

Il leader nordcoreano Kim Jong-Il incontra l’allora Segretario di Stato Madeleine Albright durante la sua visita a Pyongyang il 24 ottobre 2000 – Credits: Chien-min Chung / AFP / Getty Images

Per cercare di capire verso quali risultati possano approdare i negoziati, è necessario considerare le aspettative dei tre attori maggiormente coinvolti. Perché se sicuramente l’obiettivo comune tra Cina e Stati Uniti è la denuclearizzazione della penisola coreana, bisogna sottolineare come i due paesi abbiano finora attribuito significati diversi al concetto di “denuclearizzazione”.

Mentre per gli Stati Uniti può significare immediata interruzione del programma nucleare e missilistico, oltre che la rimozione di tutte le componenti necessarie all’assemblaggio di ordigni, per Cina e per la Corea del Nord può significare un iniziale congelamento delle capacità, e quindi l’impostazione di un limite agli armamenti, per, in un secondo momento, passare ad una riduzione dell’arsenale, a fronte di sempre maggiori concessioni economiche.

Il rischio connesso ai negoziati intavolati, è che qualora le parti non dovessero raggiungere un accordo – come già successo in passato – a causa di questa differenza di prospettive, non si dovesse riuscire a trovare un punto di incontro tra la necessità di porre un freno alle ambizioni nucleari del paese e la sua necessità di rassicurazioni circa la propria sopravvivenza, ci si ritroverebbe in una posizione che potrebbe spingere Washington a considerare un attacco preventivo, prima che sia portato a termine il processo di miniaturizzazione che renderebbe Pyongyang capace di installare una testata nucleare sui propri vettori missilistici intercontinentali.

Infatti bisogna osservare che le proposte di disarmo avanzate finora dalla Corea del Nord, richiedevano – oltre a certe rassicurazioni circa la sopravvivenza del regime – il ritiro incrementale dei circa 25.000 uomini delle forze armate americane dal teatro sudcoreano. Opzione che – oltre a lasciare un pericoloso vuoto nel paese – causerebbe ricadute sulla sicurezza di tutta l’area, dove gli Stati Uniti hanno numerosi alleati, che vedrebbero materializzarsi quel tanto temuto “decoupling”, lo sganciamento dalle forze americane e dal loro ombrello protettivo.

Per gli alleati regionali di Washington – il Giappone ma non solo – un tale sganciamento sarebbe inaccettabile, e una simile presa di posizione da parte dell’amministrazione americana sarebbe interpretata come una dimostrazione della necessità di garantirsi sicurezza in autonomia. Il che potrebbe portare la regione ad affrontare un aumento generalizzato degli investimenti militari, e quindi una corsa agli armamenti, da non escludere anche nucleari. Una ricerca di sicurezza che potrebbe quindi paradossalmente portare ad una complessiva diminuzione di stabilità nella regione, i cui esiti resterebbero imprevedibili.

Il messaggio consegnato alle autorità americane dimostra comunque l’avvenuta apertura di un canale di comunicazione formale tra le parti, finalizzato alla preparazione del summit in programma per il mese prossimo, che avverrà in una località ancora da definirsi, i cui risultati contribuiranno a plasmare il panorama regionale, quantomeno nel prossimo futuro.

Di: Andrea Cerabolini
Redazione
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