In un paese diviso al suo interno, con una situazione sociale pronta ad esplodere e con uno stato di emergenza che dura ormai da oltre un anno, la coalizione di governo ha scelto Abiy Ahmed come prossimo primo ministro. Un segno di pacificazione nei confronti degli Oromo – principale gruppo etnico del paese – a lungo marginalizzato dal governo di Addis Abeba.

L’Etiopia ha un nuovo leader della coalizione di governo. Una svolta nella storia del paese. Mai un Oromo – seppur l’etnia più numerosa nel paese – aveva guidato una coalizione al potere dal 1991. Il compito che attende questo leader 42enne sarà quello di ripristinare la fiducia tra le persone e il governo in uno stato travagliato da sanguinose proteste iniziate nel 2015.

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Addis Abeba lo scorso 2 aprile, Abiy Ahmed Ali durante la cerimonia di investitura. Credits via Ethio Daily Post

Repubblica Federale, Lingua ufficiale: Amarico. Con i suoi 1.128.000km2 e oltre 105 Milioni di abitanti è il secondo paese più popoloso dell’Africa. Un mosaico composto da circa 80 etnie e più di 200 dialetti differenti.

Abiy Ahmed Ali, nominato solo poche settimane fa a capo dell’Organizzazione democratica del popolo Oromo (OPDO) per succedere al primo ministro dimissionario Hailemariam Desalegn, è stato scelto dalla coalizione di governo lo scorso 27 marzo per prendere le redini del governo. Scelta poi ufficializzata il 2 aprile dopo l’investitura dinanzi al parlamento dando fine ad una situazione di stallo durato oltre un mese e mezzo. Scelta quasi scontata visto che Il Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope controlla tutti i seggi. Tuttavia il compito per Abiy – ex ufficiale dell’esercito e ministro per la scienza e la tecnologia – sembra al quanto arduo in un paese di oltre 105 milioni di abitanti diviso in 80 gruppi etnici diversi con oltre 200 dialetti.

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I sostenitori di Bekele Gerba, segretario generale dell’Oromo Federalist Congress (OFC), recitano slogan per celebrano la sua liberazione dal carcere, ad Adama, nella regione di Oromia, 14 febbraio 2018. Credits: Reuters

L’EPRDF – Il Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope – un partito composto da quattro gruppi, ognuno nato da un movimento di liberazione armata fondato su base etnica, gestisce la vita politica etiope dal giorno in cui è stato deposto il presidente Mengistu Haile Mariam nel 1991. Seppur in ultra-minoranza – circa il 6% della popolazione – l’etnia Tigré controlla le sorte del partito, le forze di sicurezza, l’intelligence, l’economia cosi come tutte le posizioni rilevanti dello stato. Invece gli Oromo – l’etnia più numerosa nel paese – venivano visti inferiori e hanno sempre subito una politica di assimilazione etnica nel corso della storia. In epoca imperiale, sotto il comunismo del Negus rosso cosi come nell’attuale repubblica. Inoltre, Abiy dovrà condividere il potere con un vice primo ministro Demeke Mekonnen peraltro molto devoto alla causa Tigré.

Scegliendo un Oromo, l’EPRDF spera di dissipare alcune delle tensioni sociali che hanno fratturato questo grande paese dell’Africa orientale. Di fatti, dal 2015, l’Etiopia è stata scossa dalle principali manifestazioni anti-governative. Gli Oromo e Amharas – che rappresentano oltre il 60% della popolazione – hanno espresso la loro frustrazione contro la sovra rappresentazione dei tigré nel partito e nei settori nevralgici dello stato. Proteste a cui il precedente capo del governo aveva risposto con l’uso della forza causando molti morti. Inoltre, vari attacchi mirati di matrice etniche sono stati denunciati nel paese e si teme che la questione possa degenerare con il passare del tempo.

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Sources: Al Jazeera

L’esasperazione è tanto più marcata dal momento in cui il paese registra una crescita del + 7% nel 2017 (10% tra il 2005 e il 2015). Ma la vita degli etiopi non sembra essere molto cambiata: circa il 30% vive al di sotto della soglia di povertà. La repressione di queste proteste nel 2015 e 2016 ha ucciso oltre 1000 persone. L’introduzione dello stato di emergenza tra ottobre 2016 e agosto 2017 ha permesso un ritorno relativo all’ordine ma di fatto ha paralizzato parte la nazione. Tuttavia, i disordini sono ripresi a settembre 2017.

All’inizio del 2018, il regime ha adottato alcune misure di appeasement, rilasciando prigionieri politici e giornalisti. Ciononostante, gli scontri tra comunità non si sono fermati. Circa 50.000 persone – principalmente Oromo – hanno dovuto emigrare verso il vicino Kenya dopo che diversi civili sono stati uccisi dall’esercito regolare. Da qui le dimissioni del primo ministro Hailemariam Desalegn e l’introduzione il giorno successivo di un nuovo stato di emergenza.

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Manifestanti Oromo in protesta contro l’ingiusta distribuzione delle ricchezze nel paese. Addis Abeba. Credits: Tiksa Negeri / Reuters

E’ questa situazione caotica che il nuovo capo del governo è chiamato a risollevare. Sebbene molto apprezzato dai giovani e da diversi leader dell’opposizione, molti credono che la sua nomina possa avviare un importante processo di transizione verso una democrazia e la coesione sociale. C’è ancora da capire se l’esercito e i servizi di intelligence – molto potenti all’interno della struttura statale – gli faciliteranno questo processo. Molti all’interno del governo opterebbero tuttora per lo Status quo. Tuttavia, non è ancora chiaro se lo stato di emergenza verrà revocato e di conseguenza la ritirata delle forze armate dall’Oromia. Di certo dovrà mettere in atto le riforme legislative volte ad includere tutte le espressioni etniche e sociali di fatto mai applicate. Gli spetta l’arduo compito di spostare la coalizione dall’interno, facilitare le relazioni tra il governo e il popolo, riconciliare un paese frammentato dalle varie tensioni etniche.

In fine, nel suo discorso inaugurale, ha teso la mano al fratello nemico l’Eritrea, chiedendo la riconciliazione e il dialogo affinché vengono finalmente risolte le diatribe che vanno avanti dal 1993, anno dell’indipendenza dall’Etiopia. Una svolta visto che la coalizione di governo ha – per ventisette anni – regolarmente accusato Asmara di destabilizzare il governo di Addis Abeba. L’ultima Etiopia ed Eritrea tra il 1998 e il 2000 ha causato più di 60.000 morti.

Abiy Ahmed Ali: Primo Ministro etiope

Per il bene comune dei nostri due paesi, non solo per il nostro beneficio, ma per quello delle due nazioni legate dal sangue, siamo pronti a risolvere le nostre differenze attraverso il dialogo.

Naturalmente i buoni propositi non mancano. Seppur l’economia etiope è tra più fiorenti del continente, questa situazione di stallo sta minacciando lo sviluppo del paese. L’Etiopia ha scommesso tanto sugli investimenti stranieri come sua forza trainante. Tuttavia, dopo un notevolmente aumentato negli ultimi anni, si nota oggi una diminuzione degli investimenti esterni. Questo è un dato di fatto che preoccupa sicuramente la leadership etiope. Inoltre, il paese ha ancora enormi problemi da risolvere. Benché inferiore rispetto ai paesi africani, la disoccupazione giovanile e la disuguaglianza sociale è marcante in un paese estremamente giovane. La stabilità politica e una buona governance risultano essere l’unica via di uscita per quel che viene considerato uno dei paesi più importanti d’Africa.

di Mohamed-Ali Anouar

Mohamed-Ali Anouar
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