Il dramma dei profughi siriani, usati da Erdogan e Putin come arma di ricatto nei confronti dell’Europa, mette a nudo la pavidità di noi europei e l’irrilevanza geopolitica delle nostre istituzioni comuni. È il frutto avvelenato della carenza di peso politico e strategia dell’UE, sempre più vittima delle sue autoindotte paure e degli egoismi nazionali.

Quanto sta accadendo alle frontiere terrestri e marittime dell’Europa interroga tutti noi cittadini europei per almeno due motivi.

Perseguendo il proprio disegno di egemonia geopolitica nel Medio oriente, il “neo-sultano” Erdogan, impegnato nella duplice contesa (Siria e Libia) con il quasi-nemico russo, utilizza cinicamente ancora una volta i profughi siriani come strumento di ricatto all’Europa.

Un’involontaria massa di manovra spinta contro il debole confine greco a ribadire che Ankara detiene saldamente il controllo dei flussi migratori, anche grazie al capestro accordo del 2016 siglato con la UE, in base al quale la Turchia si rendeva disponibile ad accogliere e trattenere sul suo territorio milioni di profughi (4 milioni secondo i dati dell’UNHCR) in cambio di circa sei miliardi di euro, ed intende servirsene (dei flussi migratori) per ottenere dagli europei il sostegno alla sua guerra in Siria contro Assad, (e indirettamente contro la Russia) e quelli che Ankara definisce terroristi curdi, oltre che, probabilmente, ulteriori concessioni in cambio della chiusura dei confini.

A ciò si aggiunge la strategia della “terra bruciata” – anche conosciuta come “modello Grozny“- che la Russia sta attuando in Siria in appoggio alle truppe di Assad. Strategia che contribuisce consciamente a creare l’esodo di massa di profughi di guerra: nel contesto della partita per il ruolo di potenza egemone nel vicino oriente Putin ottiene così, en passant, anche il duplice scopo di acuire le tensioni tra alleati NATO e di rinvigorire (per via dell’indotta crisi migratoria) i movimenti di estrema destra da lui spalleggiati in Europa.

Mappa che mostra la situazione dei migranti in Turchia e in Grecia. Migliaia di migranti sono attualmente al confine greco-turco, la Turchia attualmente ospita 4,1 milioni di rifugiati e richiedenti asilo dalla Siria e da altre nazioni, 20.000 rifugiati si trovano nel campo di Moria a Lesbo, 1 milione di sfollati siriani hanno cercato rifugio vicino al confine turco, che è stato efficacemente chiuso dal 2015 dopo un problematico accordo tra Ue e Turchia.

La Grecia, sentendosi abbandonata dall’Europa e in preda a una parossistica isteria alimentata anche dal suo stesso governo, militarizza i confini terrestri (come del resto la Bulgaria), respingendo i profughi come fossero orde d’un esercito invasore.

Nelle isole greche, intanto, il caos provoca la morte di bambini e gli stessi residenti (certamente esasperati e talvolta manipolati) tentano di respingere i gommoni dei disperati ed arrivano ad aggredire giornalisti e volontari delle ONG.

Innanzitutto dunque la tragedia dei profughi siriani ci interroga sulla nostra stessa umanità e sui valori delle nostre società per come siamo usi declinarli nel discorso pubblico (e raccontarli a noi stessi): umanità e valori delegati ai nostri rispettivi rappresentanti politici e da questi massicciamente sottoposti ad un progressivo processo di erosione ed imbarbarimento.

L’egoismo individuale è carezzato dalla narrazione politica reazionaria che necessita del nemico esterno in funzione del proprio disegno politico neo-nazionalista e tendenzialmente autoritario (Orban potrebbe essere indicato come l’archetipo di questo tipo di politico, ma gli esempi non mancano in quasi tutti i paesi europei). Il tutto in spregio dei valori fondanti dell’Unione europea e della retorica sulla superiorità delle nostre istituzioni politico-sociali rispetto alle culture e alla storia di altre società e di altri stati.

Inoltre questi eventi ci interrogano amaramente sull’efficacia operativa, se non sull’utilità stessa, e persino sulla capacità di tenuta di un’Unione irrilevante sul piano diplomatico e militare, apparentemente bloccata in ogni possibile evoluzione dalla prevalenza nazionalistica dei veti reciproci, impaurita e pavida nella sua opinione pubblica.

Confine bulgaro-turco – credits: AFP

Il solo mercato non basta a tenerci insieme, né tantomeno a definirci in una comune identità. Meno che mai, poi, a dotarci di autorevolezza e forza nel consesso della politica internazionale.

Nel conflitto siriano come in quello libico sono altre le potenze che direttamente o in conto terzi possono influenzare l’evolversi degli eventi. Dunque, l’Europa non ha pressoché alcuna possibilità di farsi sentire nei teatri di guerra o nei focolai di crisi alle sue porte, non essendo stata capace di dotarsi di una politica estera unitaria supportata da una difesa comune. Il tentativo in corso di ampliamento delle capacità di Frontex, l’agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, pur utile, non sarà certo risolutivo.

Non è tanto difendere i confini la questione che si pone nella sua essenza politica e strategica di lungo periodo, piuttosto si tratta di decidere se l’Unione europea e gli stati che ne fanno parte vogliono avere o meno una capacità reale di influenza geopolitica sul mondo che li circonda, Mediterraneo e Medio Oriente in primis.

Rendere impermeabili le frontiere, checché ne dica la retorica del neo-nazionalismo d’assalto, è impossibile, che si tratti di merci o di virus (coronavirus docet). Quanto agli esseri umani, questi possono essere respinti, è vero, o trattenuti a forza: al costo di svendere l’onore e di creare da noi stessi i nemici di domani.

E la soluzione di “appaltare” ad altri la difesa dei nostri confini, oltre a palesare l’immaturità di una percezione che vede nei migranti e nei profughi una minaccia e non un fenomeno da gestire con umanità e razionalità, si rivela per quello che è: la volontaria e suicida sottomissione al ricatto da parte di una società debole e impaurita.

di Paolo Pellegrini
Redazione
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