Ad ormai cinque anni dalla scomparsa del suo ispiratore, il chavismo sembra essere sulla via dello smarrimento. All’inizio del suo secondo mandato ufficiale da Presidente del Venezuela, il dictadorzuelo Maduro, per usare le parole di Ana Elisa Osorio – ex Ministro dell’Ambiente del governo Chavez – è infatti accusato di aver tradito i valori del suo maestro politico non solo da alcuni membri del PSUV (Partido Socialista Unido de Venezuela), ma dalle stesse classi sociali che ne hanno a lungo formato il principale elemento di forza.

Henri Falcón, uno dei fondatori del Movimento Quinta Repubblica, due volte governatore dello stato nord-occidentale del Lara – prima col PSUV, poi con il partito da lui fondato Avanzada Progresista – ha apertamente incolpato Maduro di aver distrutto il chavismo, proponendosi come traghettatore di un governo di transizione. Falcón aveva chiaramente individuato gli obiettivi primari di questo governo transitorio nella normalizzazione della situazione interna e in una riforma costituzionale che introduca un vincolo alla rielezione.

Staccatosi dalla MUD, la Mesa de Unidad Democratica de Venezuela, perché contrario all’atteggiamento astensionista, è stato sostenuto durante la capmagna elettorale, oltre che dal suo partito, da parte dei democristiani del COPEI, dal Movimento ecologista e dal Movimento per il Socialismo. Nonostante alcuni dei suoi sostenitori appartenenti alle classi medio-alte non abbiano gradito l’apertura nei confronti della base chavista, alla vigilia era indicato in vantaggio da numerosi sondaggi. Alla denuncia dell’astensionismo, Falcón, ha dovuto unire quella dei presunti brogli elettorali verificatisi in più di 350 seggi, per poi doversi arrendere con il 21% (a fronte del 68% ottenuto da Maduro e ad una partecipazione limitata al 46% degli aventi diritto).

Henri Falcón mostra il suo voto. Credits: Carlos Jasso/Reuters

Riccardo Stifani
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